di Luciano TRIPEPI
Robert Walser morì nel 1956 nella sua Svizzera, dopo aver trascorso l'ultima parte della sua vita in case di cura psichiatriche. Si concludeva così la parabola crudele di uno scrittore la cui importanza per la letteratura europea è stata riconosciuta, postuma, solo secondo dopoguerra. In Italia, negli ultimi anni, sono state tradotte tutte le sue opere più importanti, da "La Passeggiata" ( Der Spaziergang ) ai "Fratelli Tanner" ( Geschwister Tanner ) , da "Jacob Von Gunten" a "L'Assistente" ( Der Gehuelfe ).
Franz Kafka nei suoi "Tagebuecher" ( Diari ) riconobbe subito in Walser un suo ideale predecessore di cui leggeva ad alta voce e con gusto le prose brevi (cfr. M. Brod, Streitbares Leben, Muenchen, 1960, pp. 393-394). Robert Musil, il grande autore de "L'uomo senza qualità" (Der Mann ohne Eigenschaften) eccedeva sino al punto da considerare lo scrittore praghese "un caso particolare del tipo Walser" ( cfr. R. Musil, "Literarische Chronik", in Tagebuecher, Aphorismen, Essays und Reden, Hamburg, 1955, pag. 687 ).
E' certo che l'affinità intuita da Kafka non era esteriore o contingente, ma esprimeva una vera e propria comunità spirituale fra due artisti il cui linguaggio paradossale, dietro l'apparente semplicità della struttura narrativa, cela lo spaesamento e la tragicità dell'esistere.
La scrittura di Walser, lieve come le sfumature di un acquerello, rivolge i suoi interessi ai fatti banali della quotidiana; i suoi protagonisti discendono dai "perdigiorno" di Eichendorf, si esprimono con entusiasmo paradossale su ogni evento del vivere, costruendone una rappresentazione tanto esaltatoria quanto ironica. Walser irride i simboli e la seriosità, ma dietro l'immediatezza e il chiacchiericcio dei suoi personaggi si intravede la coscienza del limite della parola e la difficoltà della comunicazione reale nella condizione umana.
Robert Walser trascorse ventotto anni della sua vita in cliniche psichiatriche, il suo paese non lo comprese affatto; per anni venne giudicato solo un creatore di bozzetti ironico-irriverenti e un attore fallito.
In realtà i giovani protagonisti delle opere Walseriane fuggono dal mondo che in apparenza glorificano, sono simili al loro creatore, cercano disperatamente quella trasparenza e quei punti d'appoggio per la propria identità che la società novecentesca ha messo definitivamente in crisi.
Il commesso, l'assistente, il vagabondo, lo Jacob Von Guten dell'omonimo romanzo sono individui inesperti, che vivono ai margini dell'esistenza ma, al tempo stesso, ne sono attratti e si mascherano continuamente per sopravvivere al dolore. Sia il protagonista de "La Passeggiata" che l'ineffabile "Jacob Von Gunten" costruiscono la loro descrizione del mondo sull'affabulazione incontrollata, il cui tono leggero mostra in margine, quasi per caso, l'insussistenza e l'inautenticità di un mondo che si pretenderebbe rispettoso dell'individuo e dei valori umani più profondi.
La vicinanza e l'affinità tra "Il Castello" di Kafka e lo "acob Von Gunten" di Walser sono state indagate criticamente da Roberto Calasso, nel saggio che commenta la traduzione italiana dell'opera walseriana: entrambi gli autori muovono da una visione simbolica del luogo del Potere e sfuggono all'interpretazione decisiva che possa svelarne il mistero.
Lo spazio esistenziale di Jacob è limitato dalle mura dell'Istituto Benjamenta che, separato dal mondo, ha come meta educativa fondamentale quella di insegnare a "servire". Le regole e i precetti del suo indirizzo pedagogico sono contenute nel volume "Quale meta si propone la scuola per ragazzi Benjamenta?". Purtroppo gli insegnanti dell'istituto "dormono, oppure sono morti, o solo morti apparenti, o forse sono pietrificati".
Jacob percorre così un cammino pericoloso nell'universo sospeso della sua scuola, ne impara a poco a poco le regole e i rituali, sino a restarne l'ultimo adepto e difensore. La ripetitività e la banalità prima lo sconcertano, poi lo risucchiano in una dimensione separata dove il sonno prevale sulla veglia, l'assenza sulla presenza, il silenzio esprime più della parola. L'istituto del direttore del Benjamenta è edificato dentro la realtà, ma è antitetico all'esperienza comune, ne mutua la forma legalistica, annullandone però i contenuti in una pratica rovesciata: la fuga dal pensiero.
"Jacob Von Gunten" è pertanto l'inversione del "Bildungsroman", del romanzo di formazione goethiano: invece di formare la personalità la sgretola e la dissocia. Per gli studenti del Benjamenta le difficoltà non sono i compiti o le nozioni, ma la coscienza, l'autonomia del pensiero. Quando Jacob si scandalizza di fronte al torpore dei suoi insegnanti, Benjamenta risponde: "Oggi, capisce, la religione non vale più nulla. Il sonno è più religioso di tutta la religione: forse è quando si dorme che si è più vicini a Dio".
Il sonno è il contrario disperato della veglia imposta, ma rimane intatta l'ambivalenza del suo significato: luogo della perdizione o della rinascita interiore? Fuga velleitaria dalla realtà o simbolo di una dimensione essenziale che sfugge alle procedure e alle norme?
Il dilemma non può essere risolto, così come ne "Il Castello" kafkiano non sapremo mai se a K. sfugga l'essenza della Grazia o quella della dannazione.
Kafka è solo uno degli ideali compagni di viaggio di Robert Walser, non è possibile dimenticare il Robert Musil de "I turbamenti del giovane Toerless", opera nella quale la "finis Austriae" è osservata da dietro le mura di un collegio militare, nella drammatica conflittualità fra l'istinto e la ragione, la ricerca di autentici valori che fondino l'agire e la dissipazione del conformismo sociale.
La voce di Walser è però ben distinta dal carattere concettuale e costruttivo della pagina musiliana. I suoi eroi vivono in apparenza nella leggerezza dell'ebbrezza, dimostrano "un'inumana, imperturbabile superficialità" secondo le parole di Walter Benjamin (cfr. Schriften, II, Frankfurt, 1955, p.150).
Come il protagonista del racconto "Bartleby lo scrivano" di Melville ripete caparbiamente "I would prefer not to" di fronte all'insistente richiesta di adeguazione al principio di realtà, così il narratore de "La Passeggiata" s'incammina ciarliero sulle strade del caso, trasforma il contingente in straordinario, al suo sguardo illuminato "la buona, fida terra" svela la coappartenenza di tutti gli esseri viventi.
Questa visione, che potrebbe evocare l'ingenuità tardoromantica, in realtà è ben consapevole dell'esilio di Dio dal mondo, ma dalla tragicità della condizione umana non trae spunto per proclamare l'Angoscia o il sogno nostalgico d'un ritorno impossibile all'armonia incorrotta prima della Caduta, anche se Walser è ben consapevole che "tutti qui siamo dei poveri reclusi e che per noi tutti non v'è alcuna via verso un altro mondo, se non quello che ci conduce nella fossa buia, nel grembo della terra, giù nella tomba" (R. Walser, La Passeggiata, Milano, 1990, pag.98).
Walser diceva di sentirsi uno zero e di non voler essere ricordato, forse perché il metro tragico gli sembrava troppo pretenzioso e, conoscendo la propria sofferenza, sapeva che il "Wanderer" non può insegnare il senso totale dell'esperienza umana. Piuttosto, come ha giustamente notato Massimo Cacciari, Walser intuisce il risveglio della consapevolezza come se fosse un piccolo maestro zen: "il perdigiorno walseriano conosce bene l'arte della pittura zen e l'arte dei fiori" (cfr. Massimo Cacciari, Dallo Steinhof, Milano, 1988, pag.217). La dottrina del passeggiatore è simile all'Ascolto che non giudica, somiglia anche alla "Gaia Scienza" nietzschiana e al "Mistico" di Wittgenstein, somiglia al sorriso malinconico di Robert Walser che morì nella neve il giorno di Natale del 1956 durante una passeggiata solitaria.