di Luigi CAMINITI
La società informatizzata è fondamentalmente una società regolata da leggi precise. Questo è riscontrabile dal punto di vista giuridico-istituzionale ma anche dagli orientamenti politici e culturali degli ultimi venti anni. Il cambiamento che è in atto ha prodotto un sistema di norme che incrociandosi e connettendosi l'una all'altra rendono leciti e accetti solo comportamenti compatibili col sistema, fagocitando quando è possibile come storia tutto ciò che è decodificabile e ignorando semplicemente l'estraneità in quanto tale. La logica che si impone è di tipo bilineare, booleana. La apparente monoliticità dell'età contemporanea in occidente è evidenziata, sottolineata, rassicurata e confortata dalla onnipotenza della logica che si è saputa evolvere in tecnica. La parola chiave intorno a cui gira la tecnologia dell'ultimo ventennio è "computer". Tutte le soluzioni, le risoluzioni, le dimostrazioni (celebre quella del teorema di Fermat) passano per il mezzo informatico. Paradossalmente, però, la libertà della gestione del mezzo informatico inserisce in un ambiente profilattico e igienista, moralista, moralizzante, moralistico, coriandoli anarchici, e sberleffi aggiungerei, di sapore vagamente anarchico. L'impossibilità di regolamentare Internet ne è la dimostrazione. Eppure la pericolosità sociale della rete è indiscutibile, il che dovrebbe implicare una repressione da parte del sistema e ciò non avviene. I navigatori di Internet non sono tutti pacifici e sereni intellettuali. Criminalità organizzata, servizi segreti, delinquenti comuni, maniaci sessuali, mercanti di armi, casalinghe e casalinghi frustrati sono una fetta consistente della popolosa cittadinanza dotata di fax-modem. Il mondo della comunicazione si fa più ricco ma anche più fasullo. Non c'è modo di controllare la veridicità di una informazione. La verità stessa diventa virtuale. Qualcuno, molti lo fanno, decide di darsi un'identità diversa dalla propria, non solo un nome ma anche delle caratteristiche psicologiche, giocando a utilizzare maschere e ruoli più disparati e impensati. Tutto sembra indicare sinteticamente che si tratta di nient'altro che di un gioco nel quale viene riprodotta e amplificata la vita stessa della nostra società. Chi popola internet sono le stesse persone che incontri per strada e con le quali ti imbatti ogni giorno, la differenza è che gli spazi sono enormemente contratti. Eliminato l'impedimento della fisicità del corpo e annullate le distanze spazio temporali cadono molti freni inibitori, l'animale sociale si scatena. Eppure la nostra era appare la più controllata, la più regolamentata. La razionalizzazione delle risorse è oggi la preoccupazione più grande su scala mondiale. Il mondo oggi sembra, nonostante le guerre, i genocidi, i massacri, la schiavitù, la violenza dilagante, inevitabilmente dominato dalla ragione. Ogni cosa trova un posto e ogni posto è luogo per qualcosa. Ogni azione ha una sua ragione e tutto il sistema sociale trasferisce all'individuo un modo di esistere integrato con l'esistenza degli altri. La scienza e la tecnologia permettono oggi operazioni impensabili soltanto dieci anni fa. E tuttavia l'avvento della società informatizzata ci costringe a fare i conti con una domanda fondamentale: serve ancora la ragione in una società razionale? La risposta credo sia molto più complessa e articolata di quanto possa a prima vista sembrare.
Il sistema, si dirà, è prodotto ultimo di una coscienza collettiva che si esprime come "corpus" unico. Da ciò potremmo facilmente arguire che se il sistema è razionale anche chi lo produce agisce in modo razionale, e quindi tutto ciò che non viene riconosciuto come razionale dal sistema è, almeno per convenzione, non-razionale.
Adesso prendiamo in esame un'altra ipotesi, e cioè che il sistema NON è prodotto di una coscienza collettiva ma solo della volontà dei più forti. Se il sistema è razionale, e anche chi lo produce agisce in modo razionale, allora chi è escluso da questa produzione e non si identifica con essa è non-razionale. Prendiamo in esame adesso un'ipotesi mista: il potere è detenuto dai più forti che non sono però i più razionali, allora la società non è razionale e chi non si riconosce in essa è razionale.
L'ultima ipotesi, non l'ultima possibile ma solo l'ultima che ci interessa, è che il sistema si orienta e si autoregolamenta indipendentemente dalle singole realtà (è la teoria funzionalista) e la sua ragione non è la ragione delle singole parti, anche antitetiche, di cui si compone.
In tutte queste ipotesi noi però dobbiamo poter aggiungere un parametro che dia valore alle nostre affermazioni, un parametro che ci informi sull'angolo prospettico dal quale l'oggetto della nostra discussione viene valutato. La confusione, insomma, ci viene dal fatto che il mezzo informatico ha fatto rientrare dalla finestra il vecchio mito della scienza oggettiva, dei fatti veri e neutri da qualsiasi punto di vista.
In effetti è vero che la scienza è neutra, anzi, proprio per questo siamo costretti a riempirla continuamente di senso, e tuttavia la scienza della natura non può essere indipendente né dal mezzo né dall'osservatore.
La nostra coscienza, se qualcosa può ancora essere definita come tale, si è totalmente destrutturata. La nostra consapevolezza di far parte di un insieme ha letteralmente sgretolato il sistema di certezze che orientavano il nostro quotidiano e giornaliero "fare". L'inutilità dell'agire, la irrilevanza sostanziale del nostro esistere si è sovrapposta prima ed ha sostituito poi la "cristiana rassegnazione", la quale ha avuto però almeno il vantaggio di porre un punto di accumulazione delle nostre aspirazioni oltre la definizione stessa di indefinito e di porre oltre lo sguardo (almeno lo sguardo possibile) ogni AL DI LA', connotando l' AL DI QUA' come tappa necessaria e significativa del nostro essere più di LA' che DI QUA'.
Il nostro essere stati distratti dalle cose del mondo, inutili e insignificanti come tutto il nostro essere, ci ha però attirati in un vortice di luce fatto di immagini non vere, di segni stabili solo se non riferiti alla realtà, di simboli svuotati di trascendenza, di numeri e di rapporti creati in nome, ma solo nel nome, della bellezza.
Le leggi di riferimento sono quelle della bellezza e dell'armonia, della ragione e della forza. Perché poi la bellezza, alla fine, non è che precisione di rapporti presenti in natura, non è che esercizio di più forze che si compenetrano armonicamente, in miracoloso equilibrio. La natura, alla fine, ha il sopravvento. Ma la bellezza, nobile e pura nella sua essenza naturale, diventa superficiale, piatta, riflettente, quando è artificiosa riproduzione da laboratorio. E' la perversione di una società ricca di cosmetici e di cliniche tristi di seni ripescati e di glutei ridisegnati. Una perversione da spettacolo, a pensarci bene. E spettacolo è diventato il manifestarsi della volontà politica. Spettacolo, sempre più grandioso e telegenico, è la manifestazione del potere in tutte le sue forme, in tutte le sue multiformi sfaccettature.
Una potenza che è sconvolgente oggi grazie all'acquisizione dei mezzi informatici che permettono un graduale ma sempre più preciso controllo sulla popolazione.
Considerare però il potere come l'esercizio di una forza da parte di pochi su coloro i quali non possono fare altro che subirlo è una ingenuità di cui ci siamo fortunatamente liberati.
Michel Foucolt ha chiaro questo punto già venti anni fa quando dice nella sua Microfisica del potere : "Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o piuttosto come qualcosa che non funziona che a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funzione, si esercita attraverso un'organizzazione reticolare. E nelle sue maglie gli individui non solo circolano, ma sono sempre in posizione di subire e di esercitare questo potere, non sono mai il bersaglio inerte o consenziente del potere, ne sono sempre gli elementi di raccordo". E' sorprendente quanto le parole di Foucolt, scritte in epoca preinformatizzata, si attaglino perfettamente alla logica della rete. La confluenza delle singole ragioni non va a formare la ragione del sistema ma ne è SOLO la legittima conseguenza.
La libertà è in altri termini virtuale quanto le verità di rete. Le immagini sono proiezioni al pari delle ipotesi e delle analisi. Tutto è un gigantesco affresco della civiltà logica e razionale.
Il mito della ragione sta finalmente tramontando (ora che è chiaro che una società razionale esclude la ragione del singolo non perché la trascenda ma perché la determina) anch'esso, ed è un bene che ciò stia avvenendo senza traumi.
La rappresentazione della vita si sta semplicemente trasmutando in rappresentazione della ragione, e nessuno grida allo scandalo, proprio perché lo scandalo, l'ostacolo, non c'è.
La civiltà della rappresentazione della ragione è rappresentazione della rappresentazione, e cioè Carnevale. Questa è, oggi, una festa tragica di cui si sente l'inutilità proprio perché ha ceduto il posto alla comicità (che diventando ovvia non è più comica ma tragica) della rappresentazione quotidiana, solo che non ridiamo più, non ci stupiamo più, non riteniamo anomalo ormai quasi nulla. Anche la crudeltà fa parte del carnevale perenne che viviamo ogni giorno. Noi non siamo più coscienti di rappresentarci come altro da noi in una rappresentazione collettiva. La nostra estraneità alla vita si manifesta nella partecipazione alla commedia.
L'irrigidimento del ruolo è compensato dalla precarietà dell'esistenza, dalle recessioni, dai passaggi epocali, dalla crisi delle coscienze, dalla perdita dei valori, dai "tamagochi" (splendida cessione virtuale di potere nella morte quotidiana del pulcino assolutamente dipendente dalla nostra volontà) del momento che fissano la nostra attenzione, dalla militarizzazione della politica e dalla apparente confusione di competenze anche tra i poteri dello stato moderno.
La pantomima non è specchio e riflesso della vita, piuttosto è diventato altro rispetto alla vita che risulta drogata, ipnotizzata, morente senza sofferenza e quindi senza consapevolezza del suo stato. Tutto però brilla alla luce della ragione. Ogni sforzo (e ogni fremito di morte!) è abbagliato, sovraesposto, dalla nitidezza della luce solare della ragione. Ma anche i greci, duemilacinquecento anni fa, sapevano che il sole è apparenza. "La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche suoi" afferma Wittgenstein nel suo Tractatus.
Ma se il modo attraverso il quale io definisco il mondo è quello della logica allora ciò che è non logico, se c'è qualcosa di non logico, non è definibile. Ciò che non ha un nome non è nominabile coi nomi che conosco.
Se la società postindustriale e informatizzata si presenta come la società della ragione e della scienza, tutto ciò che non è scientifico e riducibile dal punto di vista razionale viene ignorato, escluso, oscurato.
Ed allora ecco i coriandoli. Pezzetti colorati di carta, non sberleffo, colore e animosità, volontà del singolo, mucchietto di polvere magica, creazione estemporanea. La volontà della ragione ha ucciso la dimensione trascendente, e cioè Dio e l'arte contemporaneamente.
E' un mondo più funzionale alla sopravvivenza. Non è il più ricco. Ma, e la libertà? Se il fine della ragione (non c'è motivo di dubitarne) è la libertà, qual è il posto della libertà? C'è posto per la libertà? Naturalmente, è ovvio, il mondo che stiamo vivendo è un mondo profondamente illibertario e che si sta organizzando per diventarlo sempre di più. Però ci sono i coriandoli. C'è la follia che va oltre la ragione e che ne costituisce, in un certo senso il presupposto. La ragione della ragione sta, alla fine, sempre nella sua liceità, nella sua moralità, nella sua eticità che non sono dati dal valore assegnato dalla funzionalità e dalla efficacia quanto piuttosto da quel complesso di sfumature incentrate sull'uomo e sul suo desiderio irrefrenabile di espressione e di creazione.
La magia dei coriandoli è ancora il "divino lancio di dadi". Heisemberg, quando Einstein, riferendosi al principio di indeterminazione, polemicamente gli scrisse "Dio non gioca a dadi", rispose: "La vuoi smettere di dire a Dio che cosa fare?".