NICHILISMO E CONTRONICHILISMO

di Nino CHIRIACO
Ciò che Nietzsche aveva profeticamente previsto alla fine del secolo scorso, si è puntualmente avverato, esattamente nei termini in cui il grande filosofo aveva intuito, nel corso di questo secolo e, tutto fa pensare, che poco, nella sostanza, cambierà, nel corso del prossimo secolo.
L'azione della morte di Dio si sta dispiegando in tutta la sua virulenza e in tutte le sue (di Nietzsche) aspettative, ed essa ha riguardato non solo i teologi ed i filosofi, ma anche la cultura media, anche i ceti popolari, e sta diffondendosi anche nelle culture non occidentali, man mano che, uno dopo l'altro, i vari fortilizi culturali "alieni" cadono sotto l'urto della cultura occidentale dominante. E, come aveva previsto Nietzsche, l'immenso vuoto determinatosi dalla consapevolezza crescente di tale evento, non può essere colmato dall'egemonia dei valori autonomizzati, visto che codesti valori ricevevano la loro autorità "prima" in quanto espressione predicativa del divino, e non avrebbero dunque potuto radicarsi in sua vece, essendo saltato l'impianto che ne consentiva la validità.
Era ingenuo, prevedeva Nietzsche, fondare una teologia dei valori senza più la teologia, era azzardata una ipotesi di etica autonoma senza il senso dell'etica, con un'etica "a posteriori" non in grado di ergersi a elemento di unificazione delle diversità, dipendendo proprio dalle diversità e dalla molteplicità delle fonti, la propria stessa fonte e, dunque, la propria stessa autorevolezza. Questo secolo ha dunque rappresentato il trionfo del nichilismo, della mancanza di significato unitario rispetto alla multiformità dell'apparente, ed ha dato ragione alle intuizioni di Nietzsche anche per altri motivi e per altre conseguenze che il filosofo di Rocken aveva previsto.
Nella visione del folle che accende la lucerna in pieno giorno, Nietzsche vede, al di là dell'apparente chiarezza, mondi nuovi, oceani prosciugati, distanze siderali tra l'uomo e la terra, non più casa ma soprattutto prigione di un uomo che vuole rompere i legami con tutto il suo essere-stato, col suo essere condizionato da tutto il bagaglio di falsità che non gli avevano consentito di librarsi, di volare senza il peso condizionante di un Dio, di una morale, di una società, di una coscienza falsa di un sè stesso falso, e di andare verso il nuovo, verso lontano, sempre più lontano, alla ricerca di ciò che è a disposizione della sua totalmente libera necessità di sapere.
Eppure Nietzsche, pur portando fino alle estreme conseguenze lo sconvolgimento delle sue visioni-analisi e pur prevedendo la deflagrazione inceneritrice della cultura sottostante alla presa di coscienza della morte di Dio, e proprio in virtù di un atteggiamento non rinunciatario e non passivo, dunque non schopenaueriano, di fronte al nichilismo senza alternative, rilancia in "Così parlò Zaratustra" un rimedio rispetto al nichilismo nella teoria dell'eterno ritorno dell'uguale.
Così, proprio nel momento di massimo sganciamento dell'uomo da ogni legame di qualsivoglia natura con ciò che prescinde il suo stesso e stretto ambito, proprio lungo la strada del totale decondizionamento dell'uomo verso un nichilismo senza aggettivi, vediamo che il pendolo torna ad oscillare, a tornare anche indietro, a conoscere anche un tempo del già stato, tendente al non-ancora-stato, ma già essente-stato.
E già, perché l'ombra del Dio morto, produce una complessità di effetti e tende a fare diga, come lo stesso Nietzsche aveva previsto e temuto, rispetto alla deflagrazione inceneritrice.
Ciò che poteva prevedere Nietzsche ha previsto, cercando anche di prevedere l'imprevedibile, cioè i contenuti stessi dell'azione di riposizionamento culturale dell'uomo nel mare magnum del vuoto post-religioso e post-etico. In questo senso il vitalismo dionisiaco della non accettazione rinunciataria e rasserenatrice, ha portato lontano, e come abbiamo cercato di puntualizzare sinora, comincia ad offrire un nuovo-antico sostrato culturale riecheggiante postulati mai veramente scomparsi e valori mai veramente tramontati.
Intanto effettivamente la storia culturale del nostro tempo si è svolta all'insegna del decadimento del senso stesso di Dio e dell'oscuramento, sempre più inarrestabile, dei valori etici di riferimento, edificando, al loro posto, valori non più di orientamento in grado di precedere ed influenzare l'evento, ma valori di consolidamento e di radicamento dell'evento prevalente verificatosi, sì da rovesciare l'influenza direzionale dall'uomo all'atto, ma al contrario tendendo a considerare l'uomo sempre di più funzione dell'evento e non viceversa.
Questa tendenza inarrestabile è una costante della cultura del nostro tempo, e determina un fenomeno di incessante de-umanizzazione nei processi di approccio con la conoscenza, se non vogliamo non distinguere nell'evento quanto di esso è l'uomo che si è trasferito in sè stesso, sè vogliamo considerare cioè l'uomo non più facitore e coglitore di eventi, dei quali comunque, poter fare a meno in qualsiasi momento, liberando in un batter d'occhio l'uomo dall'evento da lui provocato, ma parte integrante dell'evento e fuso in esso, al punto da potersene liberare avendo fatto confluire nell'evento tutto sè stesso ed essendo così diventato l'evento stesso privato da ogni possibile suo controllo ab-alto, o ab-exteriore parte. In altri termini, se i valori dell'uomo coincidono con quelli dell'evento, l'uomo è diventato l'evento e non vi sono valori residuali in grado di restituire l'uomo al sè stesso portatore di valori-altri.
Rispetto al passato, con l'uomo avvinghiato strenuamente a principi non sradicabili, provenienti massimamente dal suo riferimento, anche per attaccarlo e perfino per negarlo, al quid religioso, oggi l'uomo appare svincolato dalla componente etica preventiva, e dunque è disponibile a entrare nell'evento divenendone funzione eticamente inquadrata e giustificata all'interno dell'evento di cui è parte integrante.
L'uomo conosciuto sinora ne risulta, così, svuotato, si assiste alla sua de-umanizzazione, e al suo posto emerge l'uomo-nuovo, l'uomo-recipiente tendente a riempirsi, incarnando i valori topici dell'evento, di cui, così diventa elemento, parte mobile della costruzione.
Al di fuori dell'evento caricato dei suoi specifici simboli di identificazione, incarnati e messi in scena dall'uomo-nuovo, non c'è più l'uomo, ma un sacco vuoto, che vive solo all'interno della campana-evento.
Questo processo di de-umanizzazione è in corso e tende ad accellerare il suo ritmo di sviluppo e interessa l'uomo in tutti i suoi stadi intellettuali e in tutti i suoi strati sociali.
Da una parte ciò spinge l'uomo verso i suoi confini intellettuali che tende a superare di continuo, grazie anche all'assenza sempre più marcata di remore pre-deumanizzazione, con la garanzia etica del risultato acquisito, licenziatario, esso si, di valori sufficienti alla autogiustificazione dell'atto, dell'uomo, dell'evento-uomo che man mano si fa, raccattando dal farsi, proprio gli atti giustificatori del fare.
Dall'altra parte ciò porta ad una de-umanizzazione sociale, medio-culturale e psicologica, mettendo in campo e in scena il piccolo uomo-nuovo, senza ancoraggi culturali e morali, privo di remore etiche, teso ad incarnare sempre più, nella piccola scena del mondo di ogni giorno, i nuovi valori dell'evento che lo attua e lo rende riconoscibile a sè stesso e, per analogia, anche agli altri, con cui costruisce il nuovo stato etico.
Un cambiamento dell'uomo di siffatta portata non si era mai verificata in precedenza, giacchè l'evento, nel passato, aveva sì talora condizionato l'evoluzione complessiva dell'uomo, catturandone una cospicua parte e rilanciandosi nella storia attraverso la sua incarnazione nell'uomo, e ciò vale per tanti eventi di portata molto relativa, ma colpisce di più ad esempio per grandi eventi quali la rivoluzione francese o quella russa, ma aveva convissuto, nella sua incarnazione complessiva, con l'archetipo incancellabile del suo contenitore, finendo spesso, con l'andare del tempo, per soccombere. In buona sostanza lo svuotamento della carcassa-uomo e il suo riempimento alternativo non è mai stato totale e radicale, riconoscendo sempre un sostrato etico-culturale su cui l'evento produceva efficacia, ma innestandosi o fiancheggiando o mettendosi in rapporto dialettico con esso. Ciò che si sta verificando oggi è un'altra cosa. Il senso stesso dell'etica, cioè del comportamento dell'uomo per, corrisponde, ha sempre corrisposto a ciò che l'uomo ha sinora sempre riconosciuto come parte inscindibile del suo essere, come sua medesima riconoscibilità, come aspetto del suo esserci, coincidente con il sentimento della percepibilità dell'essere di sè stesso, al punto tale che l'uomo, come ha osservato Feuerbach, avrebbe considerata questa parte di sè come la più alta parte di sè, tanto da astrarla da sè medesimo e farne totem e simbolo dell'essere tout-court. Dunque lo stesso Feuerbach si è ben guardato dal mettere in discussione il valore semantico dei valori in riferimento al processo di identificazione dell'uomo, salvo reintrodurli nello specifico umano sottraendoli alla precedente collocazione alienatoria divinizzata. Insomma, per dirla con Feuerbach, se qui c'è Dio, Dio è l'uomo.
Tutta questa vicenda, che per altro viene tutt'altro che negata dalle riflessioni di altri autori non sospettabili di turbamenti etico-religiosi, come Marx o Freud, che l'attraversano ovviamente da osservatori molto particolari e noti,riceve una svolta radicale dall'opera di Nietzsche che, di fatto, intravede un uomo del tutto diverso da quello a sè stesso noto, e fa navigare l'uomo-nuovo nel mare magnum della nudità etica, della riverginizzazione intellettuale, esposto ai venti contrastanti che lo spingono da ogni parte senza protezioni, ma anche senza ostacoli, preda essenziale del suo desiderio di gustare il mondo come un bambino. Finalmente mancano gli ancoraggi e le certezze, si naviga a 360° senza tiranti di sorta. Non più Dio, non più solidarietà, non più amore, non più patria, non più niente, solo il desiderio di andare sempre più in là.
Dunque essenzialmente l'esistenza alla radice dell'esistenza, tra l'altro come si manifesta alla strumentazione fenomenica, nè è possibile che le ombre fenomeniche siano solo illusione percettiva, ciascuna delle quali indipendente dall'altra, ciò che esprimerebbe una casualità simmetrica impressionante ma non credibile. La simmetria delle fenomenalità (degli eventi) deve rinviare ad un quid che informa di sè il sè acquisibile alla parte di sè che si coglie parzialmente, in una apparente molteplicità che è equivalente alla parzialità dell'essere mentre coglie una parte di sè, ciascuna parzialità dell'essere mentre coglie la parte dell'essere che essa è.
La coglienza fenomenica ha dimostrato sinora che rispetto alla multiformità e alla molteplicità apparente, tutti i fenomeni indagati sono risultati omogenei al metodo indagante.
Ciò dimostra non solo la simmetrica omogeneità dell'indagante, che a un certo punto appare ovvia, ma la attrettale simmetrica omogeneità dell'indagato, e ciò è meno ovvio.
Se è vero, come è risultato chiaro sinora, che la uniformità schematica del metodo è congrua rispetto all'apparente multiformità dei fenomeni, ciò dimostra o che il metodo rifletta in sè il sistema universale, e dunque la mente dell'uomo è simile all'universo, o che, ancora di più, i due sistemi in effetti coincidano, e siano l'una l'attuazione e lo specchio dell'altro.
D'altra parte in questa sorta di corrispondenza dialettica, la giustificazione degli atti non emerge dal loro riconoscimento, ma dalla loro omogeneità nell'ambito di una architettura unitaria. E' altamente improbabile che tale omogeneità metodologica, che coincide con la funzionalità e con la stessa essenza degli atti, sia casuale, e non parte di una unità complessa o riflessa di essa.
D'altronde gli atti non sono scissi o scindibili da ciò che contengono, dalla loro alimentazione, sia che interagiscono con la materia, che li esplicità, sia che provocano interazioni sulla materia senza rimanere prigionieri (i pensieri, l'immaginazione, ecc..). E dunque ogni atto dell'uomo o ogni atto universale sono rivelatori del loro contenuto, del messaggio che recano.
Ciò che appare inverosimile è che gli atti siano inespressivi, che esauriscano nella loro operatività anche la loro essenza, facendo così coincidere il loro essere col loro esserci.
In questo modo ogni atto, in quanto inespressivo se non nel suo essere-esserci, che cioè è solo nel momento e nel modo in cui c'è, e dunque è ciò che c'è, è irriducibile a tutti gli altri atti, ciascuno coincidente esclusivamente col suo singolo essere espresso nel suo esserci.
Tale irriducibilità dovrebbe così riguardare tutti gli eventi, ferma restando la casualità eventuale della loro reciproca interferenza. Ma gli eventi umani ed anche quelli intorno all'uomo, tendono a comportarsi in modo antitetico rispetto al principio della loro presunta reciproca irriducibilità, e la casualità della loro interferenza si rivela costante, dunque non casuale. Ciò riguarda tutti gli eventi, che sembrano coalizzati per raggiungere una finalità che ha come presupposto la superabilità della rispettiva irriducibilità, con esiti che li travalicano, che a volte persino noi possiamo constatare, anche se spesso non capire.
Intanto la coesione degli organismi cellulari, molto diversificati tra di loro, che ambirebbero ad un'operatività tutta stretta alla loro essenza, ma che, finiscono per conseguire un risultato che supera la loro ristretta peculiarità, la loro stretta attuazione, la pura e semplice coincidenza tra il loro essere e il loro esserci e anzi, per paradosso, il loro esserci si fonde, si diluisce, potremmo dire impropriamente ma provocatoriamente si annulla, in un esserci più generale, alla cui attuazione è evidentemente piegata e forse spiegata la propria ristretta attuazione.
E d'altra parte ciò è verificabile per tutto ciò che può essere percepito, dalla complessiva coesione e funzionalità delle cellule nel mondo animale e vegetale, al procedere dell'irraggiamento solare che, a un certo punto, prescinde e oltrepassa l'evento immediato che origina e da cui trae origine immettendosi in un circuito di sviluppo che interferisce e condiziona innumerevoli altri eventi, ciascuno dei quali, a prima vista, irriducibile ad ogni altro evento, per non parlare dell'azione del vento quale trasportatore di polline,che così va ad interferire con un numero incalcolabile di altri eventi ecc. ecc.
Tutto ciò può bensì essere casuale, tutto ciò può bensì apparire omogeneo solo al livello percettivo umano, tutto ciò può bensì apparire solo e limitatamente per ciò che singolarmente "appare" a sè medesimo, diverso e forse molto diverso da come "unitariamente" si presenta all'uomo. Ma allora la casualità è cosa ben diversa dal suo stesso concetto etimologico, e ciò vale "a contrario" per il concetto di casualità; ma così la vita (coesione funzionale di cellule superanti la loro specificità) sarebbe la morte, e la morte la vita.
Tutto però congiura che così non è, e che caso mai la vita e la morte siano soltanto percezioni maldestre da rivisitare al più alto livello di percezione possibile.

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