SORELLE
LA DONNA E IL DIO DEL SILENZIO

2 racconti

autori Fabio NOCENTINI e Pina TRIPODI
Che cos'è veramente il peccato?
Ho provato a rivolgere questa domanda alle mie sorelle, ma nessuna di loro ha saputo darmi risposta.
- Non ci avevamo mai pensato prima d'ora, - hanno dichiarato entrambe, quasi infastidite dalla necessità di riflettere su un argomento che, per certi versi, ci riguarda direttamente.
Perché il Peccato, quello con la "p" maiuscola, è entrato da tempo nelle nostre vite e le ha scosse in profondità, trasformando l'insoddisfazione degli ultimi anni in un completo appagamento. Non è rimasta alcuna traccia del nostro passato di ragazze semplici, cresciute in una famiglia operaia, tre sorelle qualunque da confondere nella massa, tre disgraziate che al massimo potevano aspirare ad un posto di commessa o di segretaria: oggi siamo diverse, la nostra unione ci ha dato la forza, il Peccato ha fatto sì che diventassimo tre donne realizzate nella professione e negli affetti.
Merito di un'idea, una trovata originale la quale ha condotto me, Igina, la maggiore, e le mie sorelle Luana e Kitty ad un gradino tutt'altro che trascurabile sulla ripida scala verso il successo.
Viviamo felici grazie al Peccato, e nel Peccato abbiamo incontrato l'amore: Giuliano, il nostro compagno di piaceri, servo e padrone, maschio di razza del quale noi tre, di volta in volta, siamo le ardenti concubine.
Questa mattina mi sono alzata presto, ho fatto una doccia e mi sono vestita. Ho lasciato la mia stanza aggiustandomi il crocifisso sul petto, la mente rapita nel passare in rassegna gli appuntamenti della giornata. Anzitutto, la sveglia alle mie sorelle. "Ieri sera Giuliano non si è trattenuto a dormire da noi, dunque Luana e Kitty avranno potuto riposare in tutta calma": così pensavo questa mattina mentre mi dirigevo pigramente verso il loro giaciglio; così pensavo godendomi il silenzio dei vasti ambienti della nostra dimora, un silenzio denso e appiccicoso come la melassa, un'atmosfera di solida quiete interrotta soltanto dal rumore dei miei passi sull'impiantito. Ma mi sbagliavo.
Mi sbagliavo riguardo a quelle due bricconcelle, e non appena affacciatami al loro covo di passione sono stata investita dai flessuosi contorni della meraviglia. Kitty e Luana erano là, sul letto, avvinghiate ad un uomo di colore, un nero dalle doti fin troppo evidenti impegnato in un duplice, selvaggio corpo a corpo; erano là, Luana e Kitty, sballottate nel parossismo dell'amplesso, le carni sottoposte alla luce diurna in un chiaroscuro di muscoli guizzanti, le natiche i seni le labbra attraversate da fremiti di voluttà, gli occhi cerchiati e pesti per l'aver sottratto così tante energie al sonno e al riposo. Mi sono arrestata sulla soglia, i tre amanti mi hanno guardata con un sorriso; poi Kitty si è passata entrambe le mani tra i capelli, ha rovesciato la testa di lato e mi ha rivolto un invito affettuoso:
- Igina cara, vieni a divertirti anche tu, non sai quel che ti perdi, Sebastian è un portento!
- Ma ragazze, non mi sembra il momento, tra meno di un'ora dobbiamo incontrarci con il conte Martini...
- Suvvia, non farti pregare, - ha dichiarato Luana accarezzandosi i morbidi fianchi, - basta poco per cominciare bene la giornata.
- D'accordo, - ho risposto, - però sbrighiamoci, non possiamo tardare dal conte - e con uno scatto sono piombata sul letto, ho sollevato la nera veste, rimosso la mutandina in pizzo sangallo comprata in uno dei più lussuosi negozi del centro ed ho spalancato le porte del fortino all'assalto dell'invasore africano. Costui ha saputo maneggiarmi con cura, ha fatto di me quel che ha voluto, mi ha sollevata inarcata rigirata inseguendo strategie di conquista su territori inesplorati; affiancato da due gazzelle scatenate, ha lavorato il mio corpo come fosse pastafrolla tra le mani di un abile pasticcere, mi ha piegata al desiderio ed ha lasciato che il desiderio mi squassasse il cervello, la gola, le viscere; per un istante ho perduto coscienza di me, ho avuto l'impressione di essere una creatura fusa nel tempo, ed il tempo è diventato una lunga delizia stordente.
Terminato il servizio abbiamo congedato Sebastian autorizzandolo a servirsi della stanza da bagno per rinfrescare la sua nera possanza; quindi ci siamo disposte al rito della vestizione nell'intento di arrivare puntuali all'appuntamento con il conte Martini. Io per la verità ero già vestita, non ho avuto che da recuperare tra le lenzuola la mutandina in pizzo sangallo, l'ho indossata ed ho aiutato Luana e Kitty ad abbigliarsi nella coprente sobrietà di tonache cucite su misura, ho sistemato sulle loro teste il velo monacale, cintura con grani di rosario in vita e crocifisso sul petto; mi sono specchiata nel riflesso della finestra, abbiamo salutato Sebastian che usciva dal bagno nella sua bella baldanza, munito solo di un asciugamano intorno al collo, e veloci siamo uscite in giardino.
La vecchia 850 affittata per l'occasione non ne voleva sapere di mettersi in moto; oltretutto, essendo noi tre digiune per aver preferito sostituire il momento della colazione con altri sollazzi, ci sentivamo un buco nello stomaco, ed io in particolare, a forza di provare e riprovare con la chiave dell'accensione, avevo quasi perduto la sensibilità della mano destra.
Luana, la più insofferente del gruppo, ha cominciato ad imprecare contro santi e madonne prorompendo in epiteti di una crudezza tale da mettere in imbarazzo uno scaricatore di porto, mentre Kitty, sconcertata da tanto ardire, ha reagito facendosi più volte il segno della croce.
Alla fine la macchina è partita, e lanciate a tutto gas ci siamo avventurate sulla provinciale n° 28 in direzione della villa del conte Martini, fiduciose nella favorevole conclusione dell'affare che avevamo in ballo con l'anziano gentiluomo.
Il pomeriggio è volato via a far spese nei negozi del centro: abbiamo comprato calze, giarrettiere, scarpe col tacco, un buffo cappellino pieno di lustrini, mousse di salmone ed altre specialità francesi, alcune bottiglie di champagne e una gigantesca torta al cioccolato; Kitty ha voluto una frusta in pelle nera, io un reggiseno con due nappe sui capezzoli, Luana un abitino bianco ricamato stile «prima comunione»; poi siamo rientrate a casa e ci siamo dedicate ai preparativi per la festa di stasera.
Adesso siamo qui, sedute a tavola con Giuliano, i bicchieri dal lungo stelo uniti nel brindisi augurale a quello che sarà il nostro terzo centro d'interessi: dopo Roma e Milano, non poteva mancare Firenze quale degna sede del Peccato.
Il conte si è lasciato convincere senza fatica ed ha firmato l'atto di vendita di una grande autorimessa situata in ottima posizione, all'interno del perimetro urbano della città. Non ha avuto alcun dubbio in proposito, il vecchio conte Martini. Ci siamo presentate a lui travestite da Suore del Buon Uffizio, tre ingannevoli sorelle provenienti da un altrettanto ingannevole convento: in effetti, sorelle lo siamo davvero, anche se non suore, ma questo è un dettaglio secondario. Abbiamo detto al vecchio di voler comprare l'autorimessa per ricavarne un luogo di accoglienza a favore dell'infanzia abbandonata e lui, ansioso di acquistar fama di benefattore, ce l'ha ceduta per un tozzo di pane. Se lo avessimo informato delle nostre reali intenzioni, non avrebbe mai acconsentito a vendere; con un piccolo stratagemma, invece, abbiamo raggiunto lo scopo. Presto daremo il via ai lavori e Firenze, al pari di Roma e Milano, potrà godere del più originale punto d'intimità automobilistica esistente sul territorio nazionale: Il Peccato. Drive-in dell'amore.
Modestamente, l'idea d'impiantare una simile catena di drive-in è stata mia.
Due anni fa abbiamo creato il primo di questi ambienti e, visto il successo ottenuto in pochi mesi, ne abbiamo aperto un secondo; il terzo sorgerà nel capannone che proprio stamani siamo riuscite ad ottenere dal conte Martini.
Grazie al Peccato, le coppiette desiderose di scambiarsi effusioni non devono più appartarsi nelle stradine buie di periferia o in mezzo alla campagna; non devono più tappezzare i vetri dell'auto con pagine di giornale per evitare gli sguardi dei curiosi, né devono sottostare al rischio di beccarsi una multa per atti osceni in luogo pubblico. Igina, Luana e Kitty offrono agli amanti delle quattro ruote un locale capiente e discreto, nel quale si entra con la macchina per isolarsi in uno dei molti box dotati d'illuminazione, wc, musica a gettone, frigobar ed altre comodità; senza scendere dalla macchina, si può socializzare con il partner finché si vuole, pagando un'equa tariffa oraria al momento di andarsene.
Ecco dunque che cos'è per noi il Peccato, ed ecco come ci siamo arricchite grazie ad esso, sia economicamente che negli affetti: il drive-in milanese ci ha portato Giuliano, il nostro Giuliano, che da semplice cliente è diventato splendido oggetto delle nostre attenzioni. Con lui brindiamo adesso, sedute a tavola, levando i bicchieri a futuri successi e calando i vestiti per gustare ancora una volta l'impetuosa ondata dell'amore.

LA DONNA E IL DIO DEL SILENZIO
di Pina TRIPODI

Era un luogo senza tempo; si udiva solo la voce del mare e il labile sussurrio delle vite che furono. Camminando lungo la scogliera intravidi una figura. Mi avvicinai. Era un uomo senza età. Nei suoi occhi c'era la saggezza dei secoli; erano occhi profondi, limpidi, talmente limpidi da poterci guardare dentro e scoprire il profondo mistero della vita, ma lui li chiuse impedendomi di vedere, di capire. Mi disse che ancora ero troppo giovane e poco saggia per conoscere. Mi prese per mano e mi invitò a sedere accanto a lui. A udire la voce del silenzio.
"E' solo nel silenzio che si scopre la verità, che i dubbi diventano certezza, guarda dentro te stessa, non cercare altrove. Solo il silenzio calmerà la voce della tua inquietudine, non cercare fuori di te verità che non esistono, non lasciarti abbagliare da false luci, sprofonda nel tuo essere... vedrai lì troverai ciò che cerchi."
"Ma tu come fai a sapere della mia sete di verità, delle mie inquietudini?"
"Io sono il dio del silenzio, riesco a udire la voce del dolore degli uomini, penetro nei loro cuori e li porto con me a scoprire orizzonti mai esplorati"
"Parlami di questi orizzonti, parlami delle inquietudini degli altri uomini".
"Tu vuoi saper troppo, la tua sete di conoscenza ti porta verso vie tortuose. Tu percorri strade non battute da orme umane e il tuo cuore sanguina di dolore. Ascolta, senti questi gemiti?"
"No, non sento nulla"
"Avvicinati al mio cuore ...adesso riesci a udire?"
"Si, ora si, sono gemiti di donna."
"Provengono dal profondo del mare. Era una donna come te. Camminò per lungo tempo attraverso i boschi e beveva ad ogni fonte, ma non c'era acqua che potesse dissetarla. Un giorno le sue labbra diventarono aride, smise di cercare e un profondo sonno la portò con sè. Dormì per anni forse secoli... ma che importa, il tempo non esiste... poi, improvvisamente, una notte di primavera avvertì una lieve freschezza sulle labbra, si svegliò, accarezzò il suo volto, le sue labbra. Una dolce rugiada si era posata su di lei, la sua sete si era attenuata.
"Acqua che mi disseta, finalmente!"- pensò la donna.
Guardò in alto e vide che dalle foglie di un fragile albero scendevano limpide gocce.
"Non mi muoverò da qui, quest'albero potrebbe dissetarmi"
"Ma non fu così. Rimase per giorni e giorni sotto quell'albero, le gocce scivolavano solo lungo il suo corpo, ma non penetravano nella sua anima.
La donna sentiva solo il risveglio del corpo, ma aveva bisogno d'altro, aveva bisogno che quell'acqua parlasse alla sua anima. Adesso dal profondo del mare cerca le parole che quell'acqua non ha saputo darle" - "Ma tu mi hai parlato del silenzio non delle parole".
"Già, è vero ma del tuo silenzio, quello interiore perché tu possa capire che gli uomini e le loro parole scivolano lungo i corpi senza entrare nell'anima."
Il vecchio sparì e mi trovai sola, nella scogliera a cercare insieme alla donna le parole che saziano l'anima... all'incrocio dei venti.

HELIOS Magazine ANNO II - n.4 HELIOSmagazine@diel.it