di Giuseppe POLIMENI Jr.
Un paradosso forse più che una ragione letteraria spinge oggi i reggini a leggere con avidità e a ricordare le poesie di Nicola Giunta: sembra paradossale infatti che il cittadino, in queste pagine così efficacemente ritratto nei comportamenti quotidiani, mostri da sempre l'abitudine di citare, con una vena di compiacimento, i versi feroci che in fondo lo riguardano.
E' naturale sperare che il lettore di Giunta si sottoponga alle sferzate satiriche come si scende in un bagno di critiche e accuse per fare il proverbiale sacro esame di coscienza, uscendone poi purificato e pronto a nuove sfide della giornata. Ogni tanto è utile per tutti essere un pò autocritici e qualche volta la letteratura ha il merito di sugerire lo spunto.
Forse però dietro il paradosso si cela un sentimento più umano, legato ai piccoli grandi torti che la città spesso riserva a chi la vive giorno per giorno: citare Giunta significa in qualche modo non dover ricorrere a parole scurrili, a volgarità poco apprezzabili per descrivere il prossimo che ha invaso il nostro territorio, che ci ha calpestato i piedi. Insomma Giunta come valvola di sfogo e la letteratura riportata a uno dei suoi ruoli più antichi e certo non meno nobili.
La popolarità che il poeta ha conosciuto negli ultimi anni, grazie all'attività di accorti operatori culturali, ha risvegliato il dibattito sulla sua figura: è così accaduto che, accanto all'indagine critica sulla portata letteraria della produzione di Giunta, sia nata o sopravvissuta nel racconto popolare dei reggini la fama di una vita non sempre coerente con le note del moralista. Segno di vitalità del dibattito, l'ampia aneddotica sulla biografia e le abitudini del poeta ha il pregio di tener alta l'attenzione sul personaggio definitivamente proiettato dal piano della vita al mondo del mito: Nicola Giunta fu risparmiatore o scialò le sostanze familiari? Onorò i genitori o li disprezzò? Fu vero antifascista o soltanto esibizionista? Stessa sorte, a ben guardare, quella toccata ad Alvaro durante le celebrazioni del centenario della nascita.
Al di là di momentanee riabilitazioni o cicliche polemiche, potrebbe essere interessante oggi concentrare l'attenzione sui traguardi riaggiunti dalla critica: alla fine del 1995 Antonio Piromalli ha ristampato un'antologia delle liriche e delle satire dialettali di Giunta, compiendo un'attenta operazione filologica. E' chiaro che senza un ritorno al manoscritto non esiste possibilità di dibattito: gli aneddoti, per natura aerei, necessariamente volant. Così a partire da quell'antologia il lettore potrà constatate che l'analisi della società reggina in Giunta da una puntuale indagine delle espressioni sociali, economiche e, si direbbe, antropologiche, attraverso una ricerca per alcuni aspetti analoga a quella del coetaneo Corrado Alvaro che sortì scelte letterarie diverse.
Mentre in una lirica il poeta fustiga i costumi di Reggio raccogliendo i dissesi dei suoi contemporanei e dei pronipoti, in un'altra se la prende con la fontana da poco costruita che segna il definitivo trionfo del pessimo gusto. Pensiamo poi alle favolette in cui gli animali, secondo uno stereotipo antichissimo ma sempre attuale, rappresentano vizi e virtù degli uomini. Il sottile strumento dell'ironia entra in scena in modo particolare nelle poesie in cui da un personaggio il poeta ricava un tipo, come accade ad esempio per il compare sfruttatore e invadente, che fa rivivere figure e situazioni delle satire oraziane: e quanto affilata doveva essere la lama di quella poesia se periodicamente le cicatrici tornano a sanguinare!
Ormai necessaria e inevitabile risulta la definizione di una prospettiva storica sulla produzione di Giunta, sia essa in lingua o dialettale. Legato ai modelli letterari di Carducci e D'Annunzio, il poeta reggino appare tutt'altro che anacronistico nel panorama della coeva lirica calabrese in lingua: l'ombra dei due poeti nazionali, allora abbondantemente letti e imitati nella provincia reggina, come dimostrano tra l'altro le liriche italiane di Napoleone Vitale, incombe sulla poetica di Giunta proprio negli anni in cui il giovane Alvaro vi doveva rinunciare, scoperto a consultare quei libri proibiti nel collegio di Mondragone.
Vera libertà Giunta ritrova nei versi in dialetto, la sola via d'uscita consiste per lui nell'attenzione al mondo quotidiano: ma troppo sovente siamo portati a credere il vernacolo elemento descrittivo di mimesi del reale, motivo di tanti pregiudizi che cozzano contro l'ansia delle redivive lettere patrie. Piromalli specifica che il dialetto viene usato in queste satire come strumento "più congeniale per capacità di sintesi": il vernacolo letterario ci apparirà allora mirabile mezzo della sintesi che dopo l'analisi spietata permette al mondo di entrare nella poesia attraverso il colore del popolo. In nessun'altra lingua insomma Giunta avrebbe potuto scrivere queste sferzate, in nessun'altra lingua il popolo reggino le avrebbe così a lungo tenute a mente e ripetute.
Paradossalmente proprio l'uso del dialetto reggino pone Giunta in consonanza con le a lui contemporanee tendenze della lirica nazionale che aveva in Trilussa uno dei massimi rappresentanti. Numerosi aspetti dei due poeti in vernacolo, reggino e romanzesco, appaiono simili: li accomunano il distacco rispetto al popolo descritto, l'estrazione e la formazione inconfondibilmente borghesi, come constatò Pasolini a proposito di Trilussa. Forse proprio in virtù di questo sguardo da lontano o dall'alto le loro descrizioni degli umili, sebbene "quasi estetizzati nella loro povertà" - sottolinea Antonio Piromalli -, appaiono acute e puntuali.
Proprio in questo distacco e in un occhio capace di straniamento rispetto al mondo quotidiano consiste la grande forza dello scrittore che impugna la penna del moralista: non più solo i reggini, ma l'umanità, non Tizio o Caio ma i tipi che ogni società ripropone alla luce del sole sono gli obiettivi polemici della satira. Non sembra perciò un caso che ci sia qualcuno che ancora si lamenta per le sferzate dialettali di un poeta defunto.