Comunicazione - L'IDENTITA' SFUMATA

di Pino ROTTA
Ogni qualvolta riproduciamo la realtà immaginaria oggettivandola attraverso l'azione materiale ne compiamo il suo stravolgimento, per piccolo o grande che sia.
Il prodotto oggettivato non è mai l'intuizione originale. Questo perchè nel fare tendiamo ad utilizzare i codici della comunicazione condivisi dall'emittente e dal o dai ricenventi, mediamo cioè l'intuizione per poterla rappresentare.
In questa codificazione l'intuizione viene costretta nella necessità di riempire lo spazio con forme funzionali alla comunicazione, avviene cioè una elaborazione culturale dell'intuizione originale.
Attraverso i codici semantici e la loro funzione pragmatica tentiamo di comunicare agli altri ciò che in effetti non è comunicabile, sarebbe a dire il processo interiore che origina un'intuizione, riuscendo semmai a rappresentare un pensiero o un insieme di concetti tramite la "supposizione" di pensieri e concetti che stanno a monte della nostra espressione e senza i quali la nostra concettualizzazione apparirebbe incomprensibile, agli altri in primo luogo, ma che non potrebbe addirittura esistere neanche per noi stessi.
Chi non ricorda l'esilarante scena del film "Non ci resta che piangere" in cui il maestro Roberto Benigni ed il bidello Massimo Troisi, incontrano, sulle rive del fiume Arno, Leonardo da Vinci e cercano di spiegargli le scoperte scientifiche del "futuro", "il treno, no?!... La locomotiva, due binari, lunghi, ma lunghi....", e Leonardo rimane allibito davanti alla loro spiegazione, come un bambino di scuola elementare che non riesce a capire le tabelline.
Non poteva Leonardo capire quello che per i nostri due protagonisti provenienti dal futuro erano cose del tutto ovvie poichè al sommo scienziato mancava l'elaborazione culturale che sarebbe venuta nel tempo successivo alla sua epoca, con tutto il complesso di codici comunicativi che con essa sono stati elaborati.
L'intuizione si inserisce in una struttura culturale preesistente e ne anticipa la trasformazione, o almeno tenta di farlo, forzando i modelli di comunicazione consolidati.
Possiamo verificare questa teoria analizzando ad esempio l'opera dell'artista.
Nel caso dell'artista l'intuizione, comunemente definita ispirazione, nell'atto di prendere corpo e diventare opera espressa tende a perdere la forza originaria da cui è stata mossa fino a diventare "altro" da quello che l'artista stesso voleva esprimere, ed è frequente il caso in cui, ad opera compiuta, l'artista la rinnega perchè in essa non riconosce il contenuto complesso che aveva in mente di esprimere.
Ma questo processo si muove dentro confini che, per quanto difficilmente definibili, sono segnati dal vissuto culturale di ogni individuo.
Una sorta di matrice forzata, anzi imposta dalle convenzioni culturali, tanto che il concetto stesso di libertà entra in crisi nel rapporto dialettico con il complesso dell'organizzazione sociale, che impone di comunicare attraverso strumenti talmente rigidi da assumere significato autonomo nella comunicazione ed il cui utilizzo caratterizza l'identità di chi li utilizza, ancor prima e forse più, del significato stesso contingente che essi veicolano.
Siamo a questo punto nella fase in cui ci dobbiamo chiedere che significato ha per l'uomo la comunicazione e per quale motivo l'uomo comunica.
Cominciamo col dire che uno dei punti fondamentali della distinzione tra l'uomo ed il resto degli animali è la sua capacità di elaborare un pensiero astratto intuitivo, per poi dare un valore simbolico a suoni, immagini e situazioni che presi in sè non rappresenterebbero altro che quello che fisicamente sono ovvero delle vibrazioni, dei fasci di luce o delle sequenze di azioni.
L'uomo classifica ed organizza mentalmente la realtà e gli assegna un valore culturalmente appreso attraverso l'esperienza. Questo gli dà la possibilità non solo di memorizzare un numero praticamente infinito di dati, ma anche di richiamarli attraverso il ricordo e l'associazione di idee.
L'organizzazione delle nostre esperienze, passando attraverso il filtro della convenzione culturale, dà la possibilità di acquisire la capacità di apprendere ed utilizzare i codici di comunicazione, senza i quali nessuna interrelazione soggettiva, se non di carattere biologico, potrebbe avvenire (la stessa funzione verbale, cioè la capacità di emettere suoni articolati significanti, non avrebbe senso).
Se proviamo solo per un istante a pensare cosa sarebbe la realtà senza l'intermediazione simbolica della cultura ci possiamo rendere conto che senza quest'ultima la realtà stessa, così come noi la percepiamo, non esisterebbe, noi stessi saremmo privi di identità soggettiva.
La nostra esistenza consapevole ha origine quando l'individuo comincia ad avere coscienza di sè attribuendosi un'esistenza oggettiva che presuppone almeno una prima fase di codificazione della realtà: un oggetto chiamato "io" ed un oggetto chiamato "altro"; da quel momento la dialettica perpetua tra sè ed il resto del mondo produce tutte quelle fasi di accrescimento consapevole dell'esperienza, e conseguentemente l'aumento di complessità dei codici di comunicazione che sono via via divenuti progressivamente sempre più astratti e simbolici, e che hanno portato l'uomo ai traguardi scientifici e tecnologici che conosciamo, ma che hanno anche ampliato la capacità di "sentire" emotivamente la relazione tra il sè e l'ambiente esterno.
Questo concetto di codificazione presuppone un concetto preliminare che è quello di "organizzazione".
Mutuando l'esempio dei processi strutturali riscontrati in biologia, possiamo dire, citando Henry Laborit (L'Aggressività Deviata,- Edizione spagnola con il titolo di "La Agresividad Desviada", pag. 37, Ed. Peninsula, Barcellona, 1975), che "...dal momento che l'uomo si raggruppa in società, cioè costituisce un organismo più complesso del suo organismo individuale, questo nuovo insieme si interpone tra la finalità dell'individuo e quella della specie, che fondamentalmente coincideranno sempre. L'individuo lotta con questo dilemma, che risulta dal fatto che egli non esiste più se non per gli altri uomini, per le società che lo circondano, nel tempo e nello spazio, e che queste società, come ogni organismo vivente, hanno una sola finalità: il mantenimento della propria struttura senza la preoccupazione della riproduzione bisessuata che motiva profondamente il comportamento individuale. ...".
L'organizzazione implica l'uso complesso, e spesso inconsapevole, di parti preesistenti già disponibili, come strumenti per la costruzione di un prodotto. Se per costruire un tavolo un falegname usa delle tavole levigate, un martello e dei chiodi, la sua attenzione si concentrerà nell'esecuzione del lavoro necessario ad ottenere il prodotto (tavolo) che si era prefissato. Non si preoccuperà di capire l'origine degli strumenti (martello e chiodi) e del materiale (tavole levigate) usati, ne si preoccuperà di analizzare il fatto che anche per ottenere quegli strumenti e quel materiale è stato necessario un lavoro e che questo lavoro è preesistente rispetto a quello che per l'occasione egli sta eseguendo. Alla fine avrà una percezione della propria opera evidenziata dalla realizzazione del tavolo, e dall'analisi del suo ultimo risultato darà una valutazione della propria attività. Ma il tavolo senza l'esistenza degli strumenti utilizzati per la sua costruzione non esisterebbe neanche concettualmente, almeno fino all'intervento della sua possibile esistenza a livello intuitivo.
Allo stesso modo un individuo che agisce in un contesto sociale per cercare ed esprimere la propria identità non farà caso agli elementi che gli sono familiari, di cui si serve per agire e realizzare i propri scopi, ma valuterà il risultato (identità) sulla scorta del riscontro che trarrà dal riconoscimento sociale suscitato.
Nel caso di azioni espresse in situazioni poco complesse, (l'identità di un arrotino è immediatamente percepibile dall'arrotino stesso e dai suoi clienti poichè è semplice l'organizzazione simbolica con cui quest'identità si manifesta), il grado di autopercezione è rapportato al grado di complessità dell'organizzazione sociale entro cui queste azioni vengono agite, se la struttura sociale è ordinata secondo codici comunicativi generalmente acquisiti e livelli di scambio relativamente immediati, il grado di percezione della propria identità sarà sufficientemente elevato e gratificante sul piano psicologico. Ma in una realtà come quella in cui si trova oggi l'uomo occidentale i livelli di scambio sono così diversificati ed i codici comunicativi sono così complessi ed articolati che il prodotto dell'azione individuale è quasi sempre impercettibile sia dall'agente che dal resto del contesto sociale in cui questo si manifesta.
Lavoro, tecnologia, partecipazione politica, espressione artistica, relazioni umane, tutto risente di questa complessità e di questa parcellizzazione e strutturazione "alveare" dei livelli di scambio. Alla fine il risultato è una dispersione della percezione della propria identità tanto da far perdere completamente questa percezione e far affiorare con virulenza un profondo senso di anomia e di inutilità dell'azione individuale, se non addirittura di una sensazione di vanità complessiva della vita. Nel ricercare il senso dell'esistenza e quindi identificare la nostra esistenza individuale, siamo portati a mettere in relazione questa ricerca con un principio ed una finalità dell'esistenza stessa.
Ora se presupponiamo il principio dell'essere contrapposto al principio del non-essere, (realtà contrapposta al nulla) cadremo in una maglia inestricabile di dilemmi, poichè sia che ci si avvalga della metafisica teologica, che porta a considerare la realtà come effetto dell'azione divina, sia che si neghi valore metafisico alla realtà, giungendo alla tesi che oltre il sensibile vi è il nulla, non avremo risolto il problema ne del principio ne della causa, o meglio non l'avremo fatto in termini logici e quindi accettabili dalla nostra capacità cognitiva.
Nel caso della metafisica rimanderemo ad un Ente imperscrutabile, chiamato Dio, la soluzione del dilemma, nel caso dello scientismo verremo consegnati ad un dilemma, non meno imperscrutabile, che è appunto quello della comprensione del "nulla". Principio e finalità dell'esistenza non possono essere una base soddisfacente, magari l'unica, della ricerca del senso e dell'identità individuale. La ricerca va spostata sul piano della manifestazione spazio-temporale dell'esistenza e gli strumenti da adottare, sempre duttili ed in continua trasformazione, saranno allora quelli complessi della cultura e della comunicazione, che hanno continua incidenza nell'analisi e nella strutturazione della realtà; quella realtà che assume un significato agli occhi dell'osservatore solo che questi presti attenzione ai processi di relazione che la costituiscono e la manifestano, secondo una logica che definiremmo sfumata.
Abbiamo parlato fin qui di identità in relazione all'azione socialmente rilevante (non importa a che livello) di un individuo. Fermiamoci, in ultimo, a chiarire proprio il concetto di azione socialmente rilevante.
Proprio come non si può distinguere o separare l'uso di uno strumento dal prodotto che da tale uso deriva, così non si può distinguere o separare l'identità di un individuo dalla sua essenza culturale.
Se intendiamo la cultura come una sequenza ininterrotta di azioni socialmente rilevanti (concretizzate secondo un'analisi marxiana del lavoro, bene espressa in "Metodica filosofica e scienza dei segni" di Ferruccio Rossi Landi, Ed. Studi Bompiani, Milano, 1985), solo con un'azione produttiva e con la comprensione delle relazioni complesse a livello culturale e biologico in cui quest'azione si estrinseca, l'individuo ottiene la percezione della propria identità, poichè prende coscienza del proprio intervento nel processo di produzione culturale in cui egli, prodotto culturale ed allo stesso tempo agente di produzione culturale, interviene utilizzando la complessità preesistente e l'arricchisce di nuovi elementi.
Quando quest'azione non trova spazi di espressione, e si inserisce in una situazione di povertà cognitiva dei meccanismi che regolano le relazioni sociali e più in generale quelle tra individuo ed ambiente, (come nel caso dei giovani che non trovano posto nel sistema produttivo, rimanendo adolescenti oltre l'età convenzionalmente intesa come adolescenza) la manifestazione della propria identità si sposta dal livello culturale a quello biologico ed utilizza, per esprimersi, anzichè i codici culturali di comunicazione, quelli biologici di specie tra i quali forse i più significativi ed immediati sono quelli legati all'espressione di aggressività o sottomissione ed il cui prodotto, oggi sotto gli occhi di tutti, sono la violenza e la tentazione autodistruttiva, e la perdita di identità.


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