Lo specchio di Dioniso: IL TEMPO COME STORIA

di Luigi CAMINITI
Recuperare la memoria, recuperare la nostra identità, le nostre radici, recuperare il tempo. Due secoli passati alla ricerca salottiera delle nostre menzogne. Il tempo della storia non è il tempo di ciò che siamo stati, piuttosto è la dimensione di ciò che siamo. La trama multicolore con la quale intrecciamo ogni giorno i "fatti" del tempo svanito (che per il fatto di essere nel nostro tempo divenuti presenti sono perciò irrecuperabili come "passato") è diventata talmente variopinta, oggi che è possibile collegarsi con banche dati di ogni tipo e di ogni dimensione, che non sembra più possibile comunicare e intendersi in modo unilaterale sul significato "ultimo" degli accadimenti.
La continuità, così come la discontinuità, della storia tengono conto dell'appartenenza ai concetti di casualità o di causalità di un percorso nel tempo. La rinuncia alla modernità è, tout court, rinuncia alla progressione lineare così come a quella circolare (la spirale), è rinuncia alla Storia. Non è una scelta fatta tra più opportunità. L'occidente si è gradualmente svuotato di senso negli ultimi secoli.
La modernità è stato forse proprio cercare al di là del mare una meta, come Nietzsche intuisce nell'ultimo celebre aforisma di Aurora. Ma, al di là del mare, trovata terra, finita la ricerca, la cultura occidentale ha introiettato la propria dimensione, che è una dimensione essenzialmente storica, come insensatezza.
Quando la direzione, il verso hanno finito di diventare pregnanti per la configurazione dell'individuo si è, di converso, permesso la multietnicità, la multirazzialità, il pluralismo culturale. La storia si è gradatamente prima sfaccettata, poi prismatizzata e infine minimalizzata. Rappresentabile appena oggi come connessione di eventi microscopici nei quali il movimento (la progressione) è solo virtuale. L'incremento delle ragioni della comunicazione, la sostituzione della tecnologia alla tecnica e del gesto informatizzato alla parola hanno traslato di senso la monoliticità dell'informazione intenzionale diretta con un verso, con una direzione, con quantità modulari codificabili e decodificabili. L'informazione è diventata comunicazione formativa dell'attimo in cui la stessa informazione avviene. In un certo senso la comunicazione oggi è sostanzialmente sempre e comunque metacomunicazione.
La civiltà ad alto sviluppo di tecnologie informatizzate permette, in effetti, poco margine a considerazioni critiche e sfumate sugli accadimenti dati come cronaca. La cronaca nasce, oggi, nel momento stesso in cui è esposta e fruita già come storia della cronaca dell'evento. La critica è già inserita, connessa ai fatti, inserita nel contesto, confezionata per ogni ceppo etnico, gruppo di appartenenza. Eppure tutta l'informazione è controllata. I gruppi che gestiscono l'economia mondiale sono anche quelli che gestiscono la morale, la politica, l'etica. La capacità potenziale di aggressione dei gruppi di potere sull'individuo isolato è devastante perché è possibile la storicizzazione dei fenomeni abnormi in seno alla società così come di ogni contraddizione. Eppure l'eccesso di storia ha portato anche alla fine della storia. La Storia svincolata dalla finalità cessa di essere narrazione del percorso di una finalità permanente per assumere le sembianze di uno specchio riflettente nel quale è possibile ravvisare i tratti più intimi del nostro essere. Habermas, critico anche se talvolta elusivo nei confronti di Lyotard e di quanti altri dicono di Postmodernità, afferma che "l'agire comunicativo si distingue da quello strategico per il fatto che la coordinazione riuscita dell'azione non può essere ricondotta alla razionalità finalizzata degli orientamenti d'azione, bensì va ricondotta alla forza razionalmente motivante delle prestazioni d'intesa, cioè ad una razionalità che si manifesta nelle condizioni per il conseguimento di un accordo comunicativo".
E' tanto più vero, dunque, che l'evento comunicato si colloca su un piano affatto diverso da quello individuato dall'evento stesso. La funzione dei gatekeepers, ampiamente analizzata da Kurt Lewin già nel '47, che è sinteticamente quella di filtrare l'informazione prima che venga divulgata attraverso i vari canali di comunicazione di massa impedisce alla fonte l'oggettività asettica del "fatto". Il documento a disposizione di tutti è solo apparentemente a disposizione di tutti veramente. Ciò che è divulgata, trasmessa, è solo l'informazione di un taglio prospettico deciso e voluto dall'alto. E non serve ricordare che in una società multimediale, le informazioni sono tali e tante da permettere una libera scelta al ricercatore storico così come al semplice fruitore di notizie. Il senso della dispersione della verità, qualunque essa sia, non importa se poi sia essenzialmente una falsa verità, crea squilibri e disfunzioni tali da non poter effettivamente prevedere con esattezza né i suoi effetti né di poter rilegare con un unico filo rosso gli eventi in un'unica sequenza logica. La Storia perde insomma profondità e appare bidimensionata. La contrazione dello spazio dovuta alla quasi contemporaneità dell'informazione rispetto agli eventi non comprime soltanto tutto il presente ritagliando i singoli frammenti dai contesti naturali ove essi si sono originati ma impedisce anche la rielaborazione unilaterale dei fenomeni storici in tutta la vastità della loro portata. Per sgombrare il campo da dubbi è bene mettere subito in chiaro che la perdita di memoria storica ha come immediata conseguenza la caduta nel nichilismo, insomma è causa del crollo dell'intero sistema dei valori che, piaccia o meno, reggono il sistema normativo sul quale si regola il nostro quotidiano, e la divaricazione crescente tra etica e morale in tutto l'occidente ne è la conseguenza più facilmente verificabile. Il superamento di questa impasse può oggi avvenire soltanto assumendo parametri oggettivi affatto nuovi evitando che la decostruzione ineluttabile in corso delle stesse categorie culturali sui quali l'occidente trova ancora adesso la sua identità abbia come sua conseguenza una banale, e quanto mai profetizzata, annunciata, rivelata, caduta (o ricaduta) nella barbarie. E' necessario, cioè, "tener per vero" che solo la capacità di finalizzare l'azione rende l'azione importante, il che equivale a dire che non è possibile pensare un mondo, o soltanto se stessi, se non volti verso il futuro. Tuttavia le categorie individuate da questo fenomeno culturale complesso che va sotto il nome di Postmoderno mette in discussione proprio questo: che l'uomo sia qualcosa di diverso dal solo presente, cosa questa che dal punto di vista teoretico sembra essere ineccepibile dato che futuro e passato rientrano solo come categorie relative al presente ma che in se stesse non sono in grado autonomamente di essere riferibili ad alcunché ( il futuro di che, di chi, di quando? Rispetto a che cosa?). E del resto se ci riferiamo soltanto alla Storia, pur volendo chiudere gli occhi sul fatto che la storia ha perso sensatezza, limitandoci all'analisi del passato, il revisionismo di cui siamo vittime e col quale ci trasformiamo volentieri spesso in boia non sposta di molto la questione. La valutazione degli eventi passati non ci consente infatti di uscire dalla dimensione culturale nella quale viviamo che è quella reimenniana nella quale ciò che era rettilineo, almeno per noi, è diventato curvo. Eppure ancora resistono in noi, benchè postumi rispetto la modernità, punti fermi nei quali non possiamo non credere: uno slancio, un progetto, anche un colpo di dati o una semplice piroetta bastano da soli a sbrogliare la matassa della ragione. Lao Tze diceva che la via dell'essere è il fare. L'agire dunque, l'espressione di una potenza è essenzialmente il suo significato. Non possiamo assumere come vera l'allucinazione, benché colta, di alcuni ma(tre à pènser secondo cui la realtà si riduce a pura virtualità, o peggio a nominalità. Piuttosto è vero il contrario: tanto più la realtà virtuale è costruzione di un'immagine pensata, tantopiù essa ha dignità di realtà e di verità. Non è il fatto di poter nominare qualcosa, d'altro canto, che rende ciò che può essere nominabile reale, vero è il contrario: il nome è vero tanto quanto ciò che è nominato, anche se si tratta di oggetti di pensiero diversi. Nessuno può infatti pensare che il pensiero di tavolo e il tavolo siano la stessa cosa ma solo che entrambi possono essere individuati, ma non ridotti, con lo stesso tipo di segni e di suoni.
La storia insomma, dobbiamo rassegnarci, non solo, come chiunque abbia un minimo di senso comune conviene, non è il tempo ma non è neanche la storia, cioè se stessa, per intiero. La completezza della storia, la sua esaustività è solo favola, narrazione, racconto, trama multicolore, ma non ha possibilità di appartenere per intero al regno della logica, della scienza, della ragione. Neanche i fatti, per sé, possono appartenervi dato che vengono codificati e decodificati e assunti solo come trama connessa di microeventi. Bisogna convincerci che non c'è una realtà nella quale fluttuiamo, spazio-temporale o altro, ma piuttosto esiste una realtà che noi stessi individuiamo con il nostro agire, con la nostra creativa produzione di pensiero, di suoni, di fisiche composizioni e decomposizioni di armonie e disarmonie, di "macchine" che imitiamo a modello della macchina che costruiamo chiamando solo poi noi stessi "macchina perfetta". Il tempo della storia è ancora, benché insensato, ancora e più di prima significante: è il tempo delle geometrie euclidee, dei segmenti che traslano su se stessi e proiettano sul nostro muro bianco immagini di ogni tipo, di ogni colore, come le lanterne magiche che hanno affascinato l'Europa nell'800.
Ma più ancora il tempo della storia è il tempo degli uomini che credono, non importa a che. E' il tempo degli ultimi santi che hanno ancora salvato una gemma di follia, che aspettano cento anni perché il seme si trasformi in un albero rigoglioso, che hanno rispetto del tempo perché per loro il tempo è rughe sulla pelle, e ogni ruga una speranza, un orizzonte perso e ritrovato. Mille volte.

HELIOS Magazine ANNO II - n.5 HELIOSmagazine@diel.it