di Giancarlo CALCIOLARI
Non c'e' il grande cuoco che ci sa fare col fuoco, che cuoce tutto a puntino e che lascia ai senza cucina di sopravvivere di stracotti e di precotti, di premasticati e di predigeriti.
La digestione delle cose non ha nulla di naturale, e' il transfert, e' un portare qua e la' secondo il dispositivo, altrimenti sarebbe un transfert ontologico.
Questa digestione artificiale indica che non c'e' nulla da ingoiare, poiche' le cose sono insituabili: non stanno nel cervello dell'uomo e nemmeno nella pancia.
I sostenitori del luogo comune "l'uomo e' cio' che mangia" credono per l'appunto che il ventre sia il luogo del plagio, della trasformazione sociale comune.
L'obiezione e' anche a Lacan che indicava come l'accesso al simbolico richiedesse d'ingoiare il rospo, di mandar giu' l'animale fantastico.
La cottura e' un modo del tempo come funzione, e quindi non c'e' cottura del soggetto, cucina ipnotica, ne' cottura dell'oggetto, cucina magica.
Senza cottura e senza digestione la macelleria umana imperversa. L'anticucina di chi mangia solo prodotti naturali e' gia' cannibalismo in azione, ossia travolto dal suo insuccesso.
La maturita' a cui accenna l'etimo di cucina e' insoggettuale: e' il compimento delle cose, l'approdo alla loro qualita'.
Come le cose maturano?
Artificialmente. Secondo la logica e la struttura. Secondo l'occorrenza. La cucina e' la maturazione artificiale.
La dietetica e' una variante matricida, perche' solamente i figli del tempo offrono il pretesto per il concetto di dipendenza dalla sostanza, come necessita' e obbligo al consumo razionato e razionale, che trova nell'irrazionalismo alimentare il suo contrappasso.
La soddisfazione si farebbe sostituire dalla pena per una combinazione delle cose ridotte a salsa universale.
Sul postulato della morte della materia la cucina del sacrificio fa in modo che la madre rappresenti l'automa domestico, e l'altra donna l'automa indomestico e indomabile, macchina erotica che puo' fare a meno della cucina, puo' fare a meno di mangiare. L'economia e la finalizzazione della materia giungono sino alla sua metamorfosi nella cavita' spaziale.
Il buco nero, bianco o trasparente. Antimateria come colmo della sostanziazione.
L'acquolina in bocca fa l'economia impossibile della colpa, mirando alla messa a morte del padre.
Il mangiarsi le parole fa l'economia impossibile della vergogna per la "messa a nudo" della madre, per l'incesto, l'animazione dell'automa o della donna supposta animale.
La cucina eroica sostituisce alla prova di realta' la prova eroica, quella di chi e' supposto saperci fare col fuoco.
La cucina sacrificale sostituisce alla prova di verita' e di riso la prova sacrificale, quella di chi pensa di poter sopportare tutte le bruciature.
Il cuoco sacrificale non si ammette e cerca una metacucina da servire, mentre il cuoco eroico trova sempre una metacucina da sabotare, e prende svariate iniziative al punto da far credere al cuoco sacrificale che sarebbe il caso di dotarsi di una piu' solida cucina di base.
Rinunciare al banchetto cifrematico e alla maturazione artificiale corrisponde a vivere di mele acerbe o imputridite, che e' poi il banchetto di regime, sempre attento alla linea dietetica come spartizione tra sostanza buona e cattiva.
Corrisponde a vivere tartagliando, ossia tagliando barbaramente. Mentre il taglio e' del tempo, senza barbarie.
La cucina speculativa toglie lo specchio per speculare sulle cose e la colpa si manifesta in tutta la sua nudita', nella sfilata del nudo in tutte le salse.
E la vergogna si propaga sino a investire l'insieme come tale, i supposti orfani della cucina speculativa, gli speculari dello chef, uomini fatti fugacemente, cucinati in quattro e quattro otto.
La cucina morale toglie lo sguardo per rappresentarsi nel soggetto debole, misero, come deficiente al desco familiare.
La cucina trasparente, del saputo e del risaputo, sottotono e sottovoce, cerca di eludere la voce per farsi soggetto trasparente. Colui che mangia trasparente e diviene trasparente, e che potrebbe dire che cosa mangia per dire cio' che e'.
E' impossibile dire che cosa si mangia. Non c'e' nessun sapere sul cibo intellettuale, che richiede il sapere come effetto. Ma credendo di dover dire la verita' sul cibo si passa la vita a pagare il debito genealogico, mangiando l'Altro o mangiandosi.
Ingoiando il destino supposto proprio.
Tale e' la cucina di Lacan: "La risposta del significante a chi lo interpella e' ".
Il dispositivo ontologico e' uroborico: il soggetto alla morte sopravvive mangiandosi la coda.
Il cibo intellettuale non e' per tutti: e' per chi si trova in un itinerario.
Sull'ipotesi che il cibo e' di tutti, la sociologia, la psicologia, l'antropologia e la biologia della cucina sono una drogologia, ovvero dei postulati di un rapporto tra l'uomo e il cibo, sotto le spoglie della sostanza buona e di quella cattiva, la prima da accumulare e la seconda da evitare.
Poi esistono algebre della sostanza piu' complicate.
Il cibo e' sessuale e richiede l'uomo come dispositivo, richiede l'impresa. Altrimenti c'e' la presa della droga, l'accettazione della morte.
Non si tratta quindi di mangiare differentemente, se non come conferma di un monismo alimentare, quello del cibo di tutti, del pane comune della compagnia.
Il cuoco non ha da acquisire nessuna presa di coscienza del ruolo di artista piuttosto che di quello di artigiano.
Il cuoco, lo chef, il capitano. Questione di dispositivo cifrematico. Senza prendersi per cuoco, che e' il modo migliore per passare dalla padella alla brace.
La nuova cucina vorrebbe abolire il titolo del piatto per un descrittivismo naturalistico, mammista, e per questa via e' una cucina purista.
Da qui l'orrore per i terribili fondi di cottura, le salse prevaricanti, gli intrugli e gli intingoli ingannevoli, le speziature ambigue e le flambature mascheranti.
La nuova cucina epurando la tradizione, invece di integrarla, imbocca la via della santificazione del cibo comune. La nuova cucina procede dalla vecchia come male necessario per offrire una cucina dell'avvenire, sempre radiosa e promessa.
Cucina della ultima dominazione. E la cucina leggera resta una sua filiazione.
La leggerezza e' una virtu' del principio e non del dispositivo.
Gli officianti della nuova cucina sono i chierici della cucina rivelata, che dovrebbe imporsi a tutti come chiara e evidente.
Un mangiare da re. Ma non e' il caso di credere che sia meglio mangiare un giorno da dio che cento giorni da povero diavolo, e nemmeno viceversa.
Mangiare secondo la necessita' artificiale, secondo l'occorrenza, con entusiasmo, poggiando sulla fede come operatore.
La credenza che c'e' almeno un veleno che sconfigge la cifrematica: il colesterolo, sbianca la tavola e sgombra la fede per spalancare la cucina alla realizzazione della profezia negativa: siamo tutti fritti.
Quindi il mangiare e' secondo il modo in cui le cose si dispongono e si piegano.
Senza la clinica la cucina e' piatta, e l'accumulo della quantita' non surroga mai la qualita' a cui si rinuncia.
La cucina quotidiana sarebbe quella della caduta dopo la cacciata dal paradiso, dove la mela andrebbe consumata cruda. L'istoriografia considera la cucina del sacrificio, della caccia, come la cucina primitiva.
Da qui l'interesse per la mitologia eroica. Senza il mito del padre c'e' la cucina dell'eroismo, mortale. Cucina della guerra. Senza il mito della madre c'e' la cucina del sacrificio, modesta. Cucina della calma.
Nel regno di Sodoma la cucina mortale spinge l'amore del padre sino alla sua morte. Nel regno di Gomorra la cucina del sacrificio si accaparra l'odio per convertirlo in incesto. La cucina sodomita nega il parricidio. La cucina gomorrista nega la sessualita'.
La loro tavola e' quella della guarigione: nel primo caso e' imbandita come tavola della purificazione, sino al sangue bianco, e nel secondo caso come tavola dell'illuminazione, sino alla trasparenza. Cosi' la tavola di Sodoma e' quella del conflitto e la tavola di Gomorra e' quella dell'intesa. La dieta di Sodoma e Gomorra, che non raccomando a nessuno, mette al posto del bisogno pulsionale il bisogno ontologico. Il cerchio di Sodoma e' magico, mentre quello di Gomorra e' ipnotico. Bolge, cerchi infernali. Cucina infernale frequentata dai professionisi della morte.
Emile Cioran parla del fumo della cucina del mondo. Al punto che "e' dimostrato che nutrirsi fa parte della bêtise, della stupidita'", dice Lacan in Encore.
Come se la cucina non partecipasse al modo del tempo, come se fosse algebrica e non cifrale. Come se la cucina fosse senza infinito, cucina finita per morti affacendati e quindi sfiniti.
Chi mangia cio' che gli piace si mette al banchetto totemico. Chi evita di mangiare cio' che non gli piace si mette al banchetto del tabu'. Totem e tabu' alimentari. In questo caso cio' che e' in questione nel mangiare, accettato o rifiutato, e' il cadavere eccellente, squisito.
Non c'e' nessuno storicismo alimentare che possa rendere conto dello statuto del banchetto.
La mitologia e il ritualismo delle buone maniere a tavola non hanno nulla a che vedere col mito e col rito che esige la cucina come dispositivo artificiale e non sociale. Non c'e' nessuna socializzazione della tavola: la tavola procede dalla relazione e non le relazioni dalla tavola, che porterebbe poi alla spartizione della tavola.
La drammatologia della tavola, tra odi taglienti e amori incollanti, termina con la Cena di Leonardo.
Il banchetto cifrematico e' senza litigio. La sua lingua e' quella diplomatica.