FRANCESCO CALABRO’
medico, il primo a rilevare le proprietà balsamiche del bergamotto
storia della medicina
di Alfredo FOCA’ (Direttore Biblioteca di Storia della Medicina - Univ. CZ)
La seconda metà del settecento si caratterizza, più che mai, da un esodo dei giovani dalla Calabria verso Napoli capitale del regno. I licei, l’università, le scuole militari napoletane rappresentano la meta dei giovani calabresi. Questo fenomeno da una parte priva la nostra terra delle giovani intelligenze, dall’altra provoca a Napoli un fermento giovanile, spesso francamente rivoluzionario, in ogni caso terreno di coltura per aspirazioni liberali. Giovani colti che sono pronti a recepire e diffondere le idee rivoluzionarie provenienti dalla vicina Francia.
Francesco Calabrò si trova a Napoli presso l’ospedale degl’Incurabili allorché la fugace e cruenta esperienza della Repubblica Partenopea del 1799, lo coinvolge e segna il percorso della sua vita.
Francesco, settimo ed ultimo figlio di Antonio Calabrò ed Antonia Anzalone, nasce a Reggio il 28 ottobre 1776. Durante i primi studi seguiti con molta diligenza a Reggio egli manifesta un carattere dolce ed una particolare inclinazione per lo studio delle scienze e della medicina. Il 21.9.1797, per proseguire gli studi, intraprende un viaggio via mare da Messina. Arrivato a Napoli lo accoglie il fratello maggiore Stefano che l'aiuta paternamente ad inserirsi in un ambiente difficile ed irto di pericoli per un giovanetto mite e profondamente religioso.
Stefano lo affida ad un suo amico, medico, per la preparazione agli esami d'accesso all’ospedale che il 18 ottobre dello stesso anno supera agevolmente e viene, quindi, ammesso come praticante presso l’Ospedale degl’Incurabili di Napoli.
Diviene ben presto il beniamino del Rettore per la sua preparazione per la sua dedizione e serietà ma soprattutto perché sa guadagnarsi l’affetto di tutti per la sua bontà.
Momenti difficili come la partenza del fratello Stefano da Napoli e la notizia della morte della sorella Marianna non lo distolgono dal suo lavoro.
Dopo la fuga dei reali da Napoli la città diviene preda delle scorribande dei lazzari e poiché anche l’ospedale è bersagliato molti dei praticanti sono costretti ad abbandonarlo. Francesco trova rifugio in casa di un amico ma dopo una rischiosa perquisizione egli decide di riprendere il suo posto accanto ai malati.
Egli stesso afferma di non aver mai voluto interessarsi di politica ma che per ragioni d'opportunità si arruola nella Guardia Nazionale come soldato semplice trovando così rifugio nel Castel S. Elmo. Con la costituzione della Legione Calabra, acquartierata nel Castelnuovo, il Calabrò si trasferisce in questa fortezza pur continuando a fare la spola con l’ospedale degl’Incurabili tra mille difficoltà.
L’esperienza della Repubblica è breve e finisce in maniera cruenta, molti calabresi finiscono sul patibolo in Piazza Mercato altri subiscono condanne all’esilio.
Il tribunale infligge a Calabrò una condanna a venti anni d'esilio, per cui il 17 dicembre 1799 parte, insieme con altri esuli, per la Francia.
Giungono a Tolone nei primi giorni dell’800 dove sono rifocillati e tenuti in quarantena perché affetti da scabbia. Proseguono, quindi, per Marsiglia dove operano come nuclei d'assistenza degli esuli italiani riuniti in una società di mutuo soccorso.
Francesco incontra un medico cosentino, Prof. Giuseppe Greco, che oltre ad aiutarlo gli affida un paziente facoltoso affetto da febbre petecchiale. Il Calabrò lo cura ma rimane egli stesso contagiato, la malattia che lo conduce in fin di vita ma si riprende. Stranamente Calabrò incontrerà, anche tragicamente, altre volte questa infezione. Intraprende, quindi, il suo cammino d'esule come “ufficiale di salute” prima a Lione e poi a Montpelier dove si distingue per serietà e ingegno. Sfrutta tutte le occasioni per approfondire i suoi studi in medicina frequentando le aule universitarie e legando con illustri medici, facendosi apprezzare per la sua indole e per la sua indomabile volontà.
L’avvento di Napoleone Bonaparte offre la possibilità del rimpatrio anticipato, quindi, parte per Pavia dove riprende alacremente gli studi in Medicina. Studia con molta serietà meritandosi la benevolenza e la stima di illustri scienziati.
Durante la permanenza a Pavia gli viene meno il sussidio che il governo francese elargisce agli esuli; Calabrò per non interrompere lo studio arriva a Genova, città legata commercialmente a Reggio, e da lì egli chiede aiuto ai familiari per continuare gli studi in medicina.
Il 16 aprile 1802 consegue la laurea in Filosofia e Medicina ed il 3 agosto 1802 consegue la laurea in medicina a Salerno.
Ma il legame indissolubile con la sua città natale che ritroveremo espresso in vario modo, in forma poetica o scientifica nei suoi scritti lo conduce sulle rive dello stretto nella sua Reggio che egli così descrive: “La città è piantata sul canale del Faro rimpetto alla bella Messina, sopra un suolo asciutto, che va salendo dalla marina e verso l’alto. Amene e deliziose pianure la cinguono da’ lati del nord e del sud; umili collinette, la cui dolce inclinazione fa incantevole spettacolo, dominante in distanza dagli orgogliosi Appennini, la circondano dall’est; e le acque del Tirreno che lambiscono i suoi piacevoli lidi, dall’ovest la chiudono. Orti deliziosi di piante di ogni specie di agrumi, che rendono olezzante l’atmosfera coll’aromo balsamico de’ loro fiori, che potrebbero paragonarsi a’ favolosi orti dell’esperidi, danno alla città il più bello e ricco suo ornamento, e fanno ridente la felice sua situazione. Il clima è dolce e dilettosamente variato; pura e salubre è l’aria; le stagioni sono temperate; ottime le acque; e le sue campagne feraci e coperte di vegetali. Ecco Reggio in ristretto”. Tornato a Reggio Calabria opera mettendo a frutto le sue conoscenze in campo medico con impegno ed entusiasmo non comune per soddisfare le sue innate doti di curiosità scientifica ma senza trascurare gli interessi dei suoi concittadini e con encomiabile spirito di servizio rivolto sempre ad alleviare le sofferenze dei suoi pazienti e per la cura della pubblica amministrazione.
Il 21 febbraio 1805 sposa Maria Surace che muore prematuramente nell’agosto del 1807 senza dargli figli.
E’ medico maggiore presso l’ospedale militare, medico dell’Orfanotrofio, medico del Comitato provinciale di Vaccinazione: per primo introduce a Reggio la pratica della vaccinazione jenneriana con il pus vaccinico contro il vaiolo.
E’, soprattutto, un medico di famiglia che cura con affetto i suoi pazienti da medico e da amico, in particolare i poveri ed i diseredati che assiste gratuitamente.
Tra gli impegni di carattere politico e sociale lo ricordiamo come Consigliere della Provincia e del distretto, deputato delle opere provinciali e della Giunta di Riedificazione di Reggio (che ancora porta evidenti i segni del terremoto). E' membro della Commissione Sanitaria Provinciale e Presidente della Società economica della Calabria Ultra Prima (da poco costituita); è uno dei fondatori della Società Economica della Provincia.
Francesco Calabrò lavora con serietà, onestà ed abnegazione in un momento molto triste per la città: “La bella città di Reggio presenta ancora il tristo aspetto del tremuoto. Le case cadenti, i mucchi di frantumi e di sassi fan credere avvenuto nel 1811 la sciagura dell’83” così scrisse Pietro Colletta.
Per le sue doti di medico e di uomo probo ottiene la gratitudine dei Reggini e di uno dei più illustri in particolare, Domenico Spanò-Bolani che nel 1859 scrive una biografia di Francesco Calabrò.
Calabrò cura con particolare attenzione lo studio del bergamotto per le sue proprietà balsamiche; le sue osservazioni ed acute intuizioni danno il via alla messe di studi su questo agrume tipico del reggino: egli osserva che le ferite da taglio causate ripetutamente sulle mani delle lavoratrici del bergamotto non vanno mai in suppurazione anzi guariscono spontaneamente.
Nel 1804 pubblica il risultato dei suoi studi sul bergamotto (oggetto della tesi di dottorato presso l’università di Pavia): “Della Balsamica virtù dell’essenza di bergamotta nelle ferite, Tip. Fiumara e Nobolo, Messina, 1804. “...intendo parlare di quel liquore che si spreme dalle scorze del frutto della bergamotta, che dagli esteri viene chiamato essenza, e che da noi volgarmente spirito si nomina. E’ impropria tanto la prima che la seconda denominazione. Meglio a questa sostituire quella di olio volatile come si rivelerà poco apresso dall’analisi chimica........”
La statura morale e scientifica di Francesco Calabrò è espressa con più evidenza nel volumetto: “Cenno istorico-medico di Febbre Petecchiale nel 1830 in Reggio per ritrovare l’origine del contagio, Napoli, 1831” nel quale descrive con dovizia di particolari storici, clinici ed epidemiologici l’evoluzione di un focolaio epidemico di febbre petecchiale che, nel 1830, colpisce la famiglia di suo nipote Antonino Calabrò, anch’egli medico, il personale di servizio e persino il medico curante e che getta nel panico parte della cittadinanza.
“Io ebbi occasione nell’ospedale di Pavia di essere testimone oculare de’ diversi metodi adottati per la medela della petecchia, allorché infuriava in Lombardia.....un celebre e letterato medico trattava nella sala della clinica i suoi malati col metodo Browniano, allora tuttavia disgraziatamente in vigore. Egli li menava irreparabilmente a morte, offrendo il più terribile spettacolo di furioso delirio e di smania di morte: accendeva col suo metodo un processo flogistico......Anche gli uomini grandi non vanno esenti dalle illusioni e più sono grandi, altrettanto più funeste sono le conseguenze de’ loro traviamenti”. Calabrò, forte delle esperienze precedenti e mostrando una vasta erudizione, confronta e discute con molta cura l’epidemia di petecchiale a Reggio del 1818 con le osservazioni sull’epidemia in atto; propone alcune interessanti conclusioni ed intuizioni di carattere infettivologico innovative per quel tempo: “Qual difficoltà dunque di ammettere esseri viventi, ossia animaletti per cagione effettrice de’ contagi in generale?”.
Esprime una profonda cultura medica: “Converrebbe che ogni buon medico dopo apprese le sode istituzioni studiasse nel suo clima natio, nel luogo ove stabilisce la sua clinica, l’influenza dell’atmosfera nelle differenti stagioni, delle acque, de’ cibi, del suolo, dell’educazione, degli agenti naturali imponderabili sulla fibra viva e sulle abitudini degli abitanti, per intendere i prodigi della macchina umana così nello stato di salute come di malattia”.
Sul giornale La Fata Morgana del 1.2.1839, p. 160 è riportata l’iniziativa del Dott. Calabrò “cittadino benemerito” che, sulla scorta di quanto avviene in America, intraprende una campagna contro l’alcolismo. Egli sollecita le autorità ad intervenire contro l’uso eccessivo di sostanze alcoliche ed in particolare del così detto “spirito di anisi” prodotto in città e sul quale egli stesso ha fatto eseguire delle analisi.
Lascia altri documenti a stampa o manoscritti sia di carattere medico sia di carattere politico e sociale molti dei quali tratti dai suoi interventi negli enti di appartenenza.
Francesco Calabrò vive amato e riverito da tutti i suoi concittadini fino alla non giovane età di 82 anni: muore il 6 febbraio 1859 tra gli onori della città intera.
Tra i versi scritti in memoria di Francesco Calabrò ricordiamo quelli di Giuseppe Melissari, Raffaele di Francia, Achille Canale, Francesco Paviglianiti, Luigi de Blasio di Palizzi, Fabio Plutino, Vincenzo de Blasio di Palizzi, Bruno Vazzana, Teresina Surace.