"LA GRANDE OFFICINA"

Il caso emblematico di Francesco Patrizi Senese (1413-1494)
"La renovatio urbana e architettonica nel Quattrocento italiano, attraverso l'opera di politici, artefici e scienziati". (prima parte)

di Laura FRÓSINI
Nell'età dell'umanesimo filosofia e architettura si presentavano fortemente connesse nella pratica architettonica e nella riflessione trattatistica. Analizzando quindi quel periodo quanto mai fervido di idee e tensioni quale fu l'umanesimo italiano, che vide come protagonisti: Principi, artisti ed architetti operanti nelle città Stato di quella che usando le parole di Chastel potremmo definire "La Grande Officiana" troviamo un territorio non ancora attentamente esplorato dove la relazione tra scrittori politici, teorici ed artefici dell'architettura genera una sovrapposizione di campi di interesse e di reciproca sollecitazione. In questa direzione è possibile osservare come il rapporto tra Filarete e Machiavelli non rimanga isolato nel corso del Quattrocento, bensì trovi un collegamento attraverso figure di altri autori. E' stato notato come all'interno del Trattato filaretiano, dedicato principalmente all'arte di edificare, sia contenuto certamente un progetto di città, ma il testo attentamente indagato mostra come l'autore abbia evidenziato il progetto politico in esso implicito (progetto politico e progetto architettonico divengono due realtà inscindibili). Nella stessa maniera un decennio più tardi, sarà Francesco Patrizi senese ad introdurre nel proprio trattato di marca politica, un discorso architettonico. Questa tendenza si inserisce in un filone tradizionale riguardante più che la struttura della Stato, la figura del principe. Tale tipo di Trattato, nato nell'attività classica (affermatosi a partire dal IV sec. a.C.) che permea tutto il Medioevo sia nel mondo bizantino che in quello Occidentale è detto speculum principis. Dove al principe ideale viene presentato in forma parenetica-esortativa l'optimum da conseguire o al quale almeno cercare di adeguarsi per meglio svolgere il proprio ufficio. In questi termini è possibile intendere il Trattato filaretiano quale sorta di tali specula, in tra gli elementi di coscienza che devono costituire l'immagine del Principe figurano anche i compiti e le imprese e dove, in posizione chiave, si colloca la costruzione nella città.
Alla luce di questa considerazione la dimensione della città, interpretata come: "Ideale, mitica, sognata", deve essere intesa nell'aspetto parenetico-esortativo e non paradigmatico, ossia non costituire un modello, un quadro teorico volto ad un rovesciamento totale della realtà cui intende contrapporsi, aspetto che sarà invece peculiare delle successive utopie cinquecentesche (Doni, Foglietta, Moro, Patrizi da Cherso). Lo stesso corso assunto dalla trattatistica architettonica, passando dalla precettistica medievale alla ragione dell'Umanesimo, la subisce anche la letteratura politica. Ed è proprio in questa direzione che può essere letta l'opera del senese Francesco Patrizi¹ (1413-1494), attivo prevalentemente a Napoli presso Alfonso d'Aragona. Nel suo De institutione rei publicae² come del resto nel De regno ed regis institutione³, l'autore attinge con larghezza dal De Architectura di Vitruvio e mostra assoluta dimestichezza con il De re aedificatoria di Alberti - ideale albertiano della città come luogo di elevata vita civile -, ma soprattutto intende la forma urbana quale espressione di "buon governo".(4) La città dovrà essere localizzata in un "sito sano e fertile", nelle vicinanze di un fiume o del mare - assonanze di filaretiana memoria- e in particolare modo è invocata l'opera di un valente architetto capace "di dare forma eloquente alla saggezza delle istituzioni", a lui bisogna affidare vari compiti relativi all'edificare: fortificazioni, fossati, porte urbane, strade, portici, edifici pubblici e privati, chiese, teatri, biblioteche.
A temi architettonici è dedicato interamente l'VIII libro diviso a sua volta in dodici capitoli anche se, sparsi qua e là, troviamo nel etsto argomenti strettamente connessi all'edificazione e al buon vivere nella città. Riguardo alle case private Patrizi auspica che esse ornino la città, siano comode per le famiglie e che la loro bellezza aumenti la dignità degli abitanti. Un po' di spazio è dedicato alla descrizione del teatro e dei generi di scena, elenca inoltre gli ordini dei templi (dorico, ionico e corinzio), caratterizzandoli ed esemplificandoli. Come già osservato in precedenza Patrizi ricorre a Vitruvio, ma non dimentica di rifarsi ad innumerevoli altri autori: Plinio, Varrone, ed in particolare a Vegezio, soprattutto per quanto concerne la trattazione di argomenti tecnici. Radicalmente nuovo si rivela lo spirito con cui egli si rivolge all'antico per trovarvi aiuto nella risoluzione di argomenti attuali. Le indicazioni tanto precise e dettagliate che nell'VIII libro dà sulla città hanno suggerito l'ipotesi che la proposta non sia stata fatta per un'utopica città ideale, bensì per una città reale, forse proprio Napoli, sede del sovrano aragonese. Il capoluogo partenopeo aveva già conosciuto un grande impulso di rinnovamento sotto il regno di Ferrante (1458-94) con l'ampliamento delle mura, la costruzione di villa "La Duchesca", l'ampliamento di Castel Capuano, grazie anche alla presenza in quegli anni nella città di artisti di grande fama tra cui spiccano Giuliano e Antonio da Sangallo, Francesco di Giorgio Martini e Frà Giocondo da Verona. Ma è proprio durante il breve regno di Alfonso II (1494-95), principe umanista, che Napoli diviene, con Castel Capuano, uno dei maggiori centri del Neovitruvianesimo. E', se è vero che già Ferrante aveva previsto una sorta di piano per Napoli, questo era limitato alla sola zona di Castel Nuovo. Alfonso, invece pensa di estendere il progetto all'intera città, grazie anche all'impulso dato da Francesco di Giorgio Martini e soprattutto di Frà Giocondo, al quale una suggestiva ipotesi farebbe attribuire i disegni del progetto.
Purtroppo, nonostante i propositi di far di Napoli una città capitale, il regno di Alfonso II ha vita breve, il Duca tenta infatti, di prepararsi a fermare la spedizione delle truppe di Carlo VIII intensificando l'opera di ampliamento delle mura Nord Occidentali della città, ma solamente un anno dopo l'incoronazione di Alfonso II, nel 1495 Carlo VIII entra trionfalmente in Napoli. Le cronache affermano che il re di Francia riportò con sé in patria diversi artisti italiani tra cui lo stesso Frà Giocondo. E' la fine di un sogno.
Note:
¹ Francesco Patrizi Senese, amico del Panormita, di Pio II, di Filelfo, svolge un'intensa attività politica al servizio della sua città. Coinvolto in una congiura dopo aver subito l'arresto e la tortura viene esiliato. Preso l'abito ecclesiastico anche grazie all'apporto dell'amico Enea Silvio Piccolomini, diviene vescovo di Gaeta (1461) e governatore di Foligno prendendo servizio in ambito napoletano presso Alfonso d'Aragona.
² Dedicato a Sisto IV della Rovere scritto tra il 1465-71, e pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1494.
³ Dedicato ad Alfonso d'Aragona, scritto tra il 1481-84, e pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1519.
(4) L'opera di Francesco Patrizi scritta in latino ci è nota attraverso le traduzioni in italiano di Giovanni Fabrini: Il Sacro Regno del gran Patritio, (traduzione del De regno), e De discorsi del reverendo..., (traduzione del De institutione republicae).


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