RAPPORTO MENTE-CORPO : SIGNIFICATO - INTENZIONALITA’ - COSCIENZA.

mente e corpo

di Carlo CALABRO’
Intorno alle problematiche che scaturiscono dal rapporto mente-corpo ed alle loro implicazioni si sono sviluppate negli ultimi decenni alcuni filoni di ricerca impegnati nel tentativo di offrire una definizione scientificamente accettabile dei concetti di significato, intenzionalità, coscienza.
Un ulteriore impulso allo studio è stato imposto dalle recenti teorie di matrice psicologica che, avvalorando le ipotesi dei sostenitori dell’Intelligenza Artificiale forte, affermano che anche le macchine possano sviluppare pensieri, elaborare programmi e nutrire aspettative.
Come è noto, tradizionalmente la filosofia della scienza ha diviso in due grandi aree gli studi sulla mente: una prima impostazione teorica fa riferimento al dualismo mente-corpo (la mente costituisce una entità non fisica, separata dalla materia); la seconda teoria, materialistica, assegna ai processi mentali ed alla loro elaborazione gli stessi identici contenuti di ordine fisico e biologico che caratterizzano i processi di evoluzione ed adattamento alle emergenze ambientali degli organismi viventi (alcuni materialisti si spingono oltre, equiparando le cause mentali ai cambiamenti di origine neurofisiologica che avvengono nella corteccia cerebrale).
Nonostante una nutrita schiera di neuroscienziati continui ad evidenziare un velato scetticismo circa la possibilità di pervenire, in tempi brevi e con gli strumenti attualmente disponibili, alla definitiva interpretazione e conoscenza dei meccanismi che presiedono al funzionamento del cervello, una serie di considerazioni e spunti critici sembrano incanalare la ricerca sui sentieri di una più complessa e significativa evoluzione.
Il funzionalismo, corrente ideologica di recente formazione tende a superare sia le teorie dualistiche, che quelle materialistiche. Il concetto fondamentale del funzionalismo è imperniato sulla asserzione che sistemi cognitivi e di elaborazione dell’informazione di diversa origine come esseri umani e macchine informatiche siano in grado di manifestare la capacità di sperimentare stati mentali. Per il funzionalismo non ha alcuna rilevanza scientifica la natura biologica, meccanica o spirituale di un sistema pensante; assumono, viceversa, valore di discriminante fondamentale le modalità di assemblaggio degli elementi che lo compongono.
Secondo questo postulato, gli stati mentali costituiscono una rete di relazioni causali interne in forza delle quali non vi è più un ruolo causale unico che governa l’emissione della risposta agli input (come asserito dal comportamentismo logico), ma esistono dei processi intermedi di modulazione delle informazioni, interni al sistema, che sono in grado di arricchire i contenuti specifici dei singoli ruoli causali, espletati dalle componenti del sistema e garantiscono l’emissione della risposta più appropriata all’input. In altri termini, il funzionalismo rivendica una maggiore complessità di organizzazione interna ai sistemi di elaborazione dell’informazione in virtù della quale è possibile affermare che le macchine di tipo mentalista lavorano sia in funzione dell’input, che delle relazioni degli stati interni in cui esse si trovano prima che abbia termine il processo di elaborazione e definizione della risposta. In questo senso l’output non dipenderebbe soltanto dall’input, bensì dalla interazione tra input e stato interno del programma il cui ruolo è funzionalmente impostato e finalizzato al raggiungimento del risultato. Interferenze non previste su uno stato intermedio del programma produrrebbero effetti disastrosi sul corretto funzionamento dell’intero sistema.
Ma questi meccanismi di manipolazione dell’informazione sono riscontrabili solo su una molto esigua tipologia di calcolatori che comunemente vengono denominati “macchine di Turing”.
La macchina di Turing (ideata da A.M.Turing, fondatore della Intelligenza Artificiale) è un sistema che lavora su un numero finito di input, elabora le informazioni residenti in celle di memoria definite, effettua operazioni elementari di selezione, modifica, integrazione, annullamento e stampa dei dati.
Il criterio su cui si basano i funzionalisti ed i sostenitori dell’ Intelligenza Artificiale forte per avvalorare la loro tesi che i calcolatori siano in grado di elaborare cognitivamente le informazioni è il “test di Turing” secondo il quale se un calcolatore, opportunamente predisposto, è in grado di emettere risposte che un osservatore esterno potrebbe attribuire ad un soggetto umano con normale capacità cognitiva, non vi è alcuna ragione per non riconoscere anche al calcolatore le stesse capacità cognitive umane. La posizione più radicale di alcuni studiosi dell’ Intelligenza Artificiale forte asserisce che un programma con queste caratteristiche non sarebbe da considerare un semplice modello della mente, ma sarebbe una mente esso stesso, con le stesse capacità e prerogative della mente umana..
John R. Searle, con una serie di stringenti argomentazioni (che qui non riprendiamo), contesta l’assunto della IA forte, sostenendo:
1. che i programmi dei calcolatori sono solo formali, adoperano cioè dei simboli, manipolandoli secondo regole astratte, codificate con estrema precisione.
2. che la mente umana possiede contenuti mentali di carattere semantico, oltre cioè, ad elaborare sintatticamente gli input, ha la capacità di analizzare, comprendere e catalogare gli oggetti e le situazioni, dimensionate sul possesso e la conoscenza di una lingua in conformità alla quale annette significati ed esprime giudizi di valore.
Searle, sostanzialmente, non disconosce che un calcolatore possa pensare, ma ribadisce semplicemente che la macchina, nella simulazione del cervello umano, ad un certo punto si deve arrestare. Non è sufficiente la capacità di manipolazione formale di simboli perché sia data la facoltà di pensare, di annettere un significato specifico di ordine semantico e linguistico al contenuto della manipolazione.
Altri autori (J. Fodor), pongono l’accento sul linguaggio del pensiero che si articolerebbe in due fasi. La prima, definita “psicologia del senso comune”, consiste nel fornire di un contenuto proposizionale il comportamento nostro e quello degli altri. La seconda fase si articola in una serie di elaborazioni cognitive e computazionali che, al termine di un processo rappresentativo interno, assegnano un’etichetta agli antecedenti situazionali e predispongono le risposte agli stimoli secondo un programma di conformità alle aspettative ed agli scopi.
Si discute se il possesso di un linguaggio sia necessario per sperimentare stati intenzionali. Alcuni ricercatori, come Davidson, sono propensi a dare una risposta affermativa al quesito, ma recenti dati sperimentali, estrapolati da ricerche condotte sulle scimmie ne hanno parzialmente confutato la validità.
Ma il 1990 scandisce il limite temporale che, probabilmente, ha determinato una svolta epocale nello studio della mente. Francis Crick, scopritore della struttura del DNA che nel 1953 gli ha fruttato il più alto riconoscimento scientifico mondiale con l’assegnazione del premio Nobel e Christof Koch, suo discepolo e brillante neuroscienziato, in un breve saggio sulla rivista “Seminars in the Neurosciences”, hanno lanciato una provocazione con effetti dirompenti su larghi strati della ricerca filosofica, neurobiologica, psicologica, psichiatrica sulla mente. Essi sostengono che ormai non è più possibile dilazionare i tempi per aggredire l’argomento più scottante, indefinito e pressante: lo studio della coscienza.
Fino all’uscita del loro articolo era convinzione comune di filosofi, e neuroscienziati che la coscienza come tale non fosse definibile né tanto meno potesse essere indagata scientificamente. Essi hanno dato contenuto alla loro provocazione, teorizzando che la coscienza in realtà possa essere definita come l’equivalente della consapevolezza nella cui esperienza sono coinvolte attenzione e memoria a breve termine. Crick, sulla scorta della sua preziosa esperienza, maturata nello studio della trasmissione dell’informazione genetica per il tramite del DNA, afferma che non è possibile pervenire ad una interpretazione e comprensione dei contenuti di coscienza continuando a considerare il cervello un alcunché di nebuloso ed indistinto il cui funzionamento e la cui struttura siano preclusi allo scienziato. E’ convinto che soltanto lo studio e la conoscenza più approfondita dei meccanismi di interazione tra i singoli neuroni sia in grado di fornire dati sperimentali inconfutabili che possano servire per la costruzione di modelli interpretativi della coscienza. Il campo di indagine più idoneo alla elaborazione di una teoria della coscienza sarebbe rappresentato dalla consapevolezza visiva, il più indagato e meglio evidenziato sia da esperimenti sul genere umano che su quello animale. In un resoconto (pubblicato su “Le Scienze”n.291 del 1992), concernente esperimenti di consapevolezza visiva, Crick e Koch osservano: ”Il problema principale è trovare quale attività del cervello corrisponda direttamente alla coscienza visiva”. Ed, avanzando l’ipotesi che l’attività della neocorteccia agisca, sia attingendo alla memoria visiva residente per creare categorie nuove e modificare ed integrare quelle già acquisite, sia attivando meccanismi di risposta immediata agli input visivi, tramite la modulazione di coalizioni neuronali, capaci di analizzare gli eventi esterni rilevanti che colpiscono il campo visivo in un determinato momento, concludono che, in linea teorica, soltanto una parte dei neuroni attivati sono implicati nella fase di computazione degli oggetti che attraversano il campo visivo, mentre altri sono deputati alla espressione e comunicazione del risultato, acquisito durante le operazioni di computo, cioè l’immagine che noi vediamo concretamente.
I problemi sollevati da Crick e da Koch hanno prodotto un variegato ventaglio di posizioni che spaziano dalla meccanica quantistica (Hameroff e Penrose) che individua le origini della coscienza in processi quantistici che si sviluppano nei microtuboli,(sostanze proteiche che si trovano all’interno dei neuroni) alla reazione antifisicalista di David J. Chalmers il quale sostiene che le teorie fisiche possono analizzare funzioni mentali particolari come la memoria, e l’intenzione, ma non possono pretendere di dare conto dell’esistenza della mente. Questa specie di “lacuna esplicativa” può essere colmata solo dalla filosofia ed il suo principio basilare riposa nel concetto di “informazione”.
Per Chalmers la competenza della fisica si arresta alla descrizione di proprietà naturali come spazio, tempo, energia, massa ecc., viceversa, una teoria sulla coscienza non può prescindere dal concetto di informazione. Il termine informazione, sostiene, racchiude sia riferimenti fisici che “fenomenologici”, di esperienza soggettiva.
Il dibattito è appena iniziato e promette affascinanti sviluppi.

HELIOS Magazine nr. 6 HELIOSmagazine@diel.it