ANCORA SULLA NOZIONE DI MODERNITÀ
filosofia
di Luigi CAMINITI
"Diventa ciò che sei" : Pindaro-Nietzsche aveva chiaro il senso della potenza. Il divenire è solo un'allucinazione il cui contenuto riposa dentro la consapevolezza dell'opposizione fondamentale tra stasi e quiete. La continuità della linea e del punto nell'astrazione mentale geometrico - razionale porta come argomentazione implicita che la vita si dà come pura rappresentazione dell'essere. La presenza dello spazio come piano dell'esistenza è il presupposto ad ogni dimensionabilità del particolare. Ogni variazione viene così pensata come principio di individuazione e quindi come spiegazione della molteplicità dei mondi. Negare la trasformazione di eventi nella forma della diversità e della alterità è una affermazione paradossale che contiene e non è conseguente all'angolazione prospettica che il tempo stesso possa essere discusso come fondamento del bios della realtà. Ci troviamo nella condizione che dentro la nozione raggiunta di progressione lineare continua (e quindi progresso ordinato) risulta possibile pensare la discontinuità come caso particolare, sia pure posto co-me conclusione. La morte dell'individuo, cioè la fine della sua capacità di trasformarsi, di acquisire ruoli e personaggi strutturalmente differenti è posto anche come fine del tempo. Così come il concepimento è la condizione iniziale della sua trasformabilità, condizione dell'inizio del tempo. Il fatto che il divenire sia posto dunque come definizione di un inizio e di una fine, sia pure come condizione limite e cioè come tensione verso la transfinitezza, implica che si tratta di una condi-zione particolare di una più generale. Il programma vita, realtà capace di trasformarsi e configurarsi, che ingloba in sé l'idea stessa di mondo, risulta utilizzabile dal punto di vista concettuale solo pensandolo come funzione di un sistema. Il programma vita non è necessariamente organizzato in modo tale che abbia un senso, la sensatezza sta nel fatto che il programma abbia un inizio e una conclusione. Pensarlo infatti senza inizio significa che esso stesso è il sistema. Pensare che il programma sia modulato nel senso nella progressione infinita equivale del resto ad ammettere che esso sia per de-finizione inconcludente e quindi implicitamente insignificante. La fine è insomma il presupposto dell'inizio. "Diventa ciò che sei" significa in questo caso una sorta di apologia del nulla, o soltanto l'apologia dell'assurdo. Tuttavia il pensiero moderno, la modernità stessa con le sue varianti (cambiamento, novità, innovazione) si presenta come rischiaramento esponenziale, come funzione sempre crescente, come viatico verso la luce e quindi come progressivo disvelamento della verità. I gesti che da confusi diventano ordinati, oppure i gesti che da ordinati diventano confusi hanno infatti il presup-posto dei "primi" gesti e degli "ultimi" gesti. Quando la macchina tempo viene assecondata secondo le leggi della conti-nuità ogni trasformazione "diventa" sensata. Ma anche che il disordine sia il "vero" ordine della realtà è solo un falso problema. Falso perché la sfera della problematicità implica la possibilità della risoluzione. La condizione di risolvibilità è cioè connessa al fatto che ci sia un sistema. Se il sistema si trova nel soggetto che lo pone non esiste la possibilità di veri-ficare le condizioni fuori da esso, se invece il sistema è fuori dal soggetto allora non c'è modo di verificarne la coerenza. Ilya Prigogine, scienziato, filosofo, testimonial della nouvelle vogue scientifica dall'uscita del suo capolavoro "La nuova Alleanza", dice nella Nascita del tempo che la storia della cosmologia del XX secolo è una storia drammatica perché po-ne, da Einstein in poi, una domanda ineludibile: che significa l'inizio del tempo? Prigogine sostiene che l'instabilità è causa della nascita di una condizione da un'altra e quindi che il nostro universo, così come è, è frutto di un cambiamento di stato. Insomma la mutevolezza è la condizione della mutevolezza. Il tipo di risposta lascia però perplessi perchè prima di questo tempo c'è altro tempo oppure non ce ne è nessuno, in un caso o nell'altro siamo in un tunnel cieco. La possibilità che il tempo sia multiforme non sposta i termini della questione. La condizione di una condizione iniziale statica che ad un certo punto muta con una singolarità come il big bang mi sembra inoltre una mera decodifica in termini matematici della "creazione" perché implica un'azione che può essere frutto di un "programma a tempo" o che presuppone una vo-lontà libera e creatrice. Insomma allora tanto vale leggersi la Genesi e mettersi l'animo in pace. Certamente i modelli scelti poi trovano conferme, applicazioni, ecc. Il fatto è che il problema che ci siamo posti sin dall'inizio di questa serie di arti-coli è capire se oggi parlare di tempo abbia più senso, significato, valore. La velocizzazione delle azioni complessive del genere umano dovute al supporto tecnologico sembrerebbe indicare che mai come adesso il risparmio di tempo (non la dissipazione) sia il nodo centrale sul quale le economie di mercato stanno concentrando i loro sforzi. L'età della velocità però sta passando velocemente perché vengono a mancare i sistemi di riferimento oggettivi. E siccome si è veloci solo rispetto a qualcosa di più lento è chiaro che veloce in assoluto non significa niente. Se si è finito di credere ad un traguar-do, ad un fine, se la causalità a braccetto con la casualità vanno al nuovo drugstore per fare la spesa, è chiaro che la ve-locità come condizione soggettiva diventa un vagare confuso e solipsistico. La razionalizzazione (ma è davvero retaggio dell'utopia illuministica?) del mondo significa poterne utilizzare le parti come facenti parte di un tutto organizzato, o co-munque in via di organizzazione ma, se il tempo finisce la sua azione per la nostra coscienza, la trasformabilità del model-lo si inceppa negli ingranaggi di un universo macchina ormai da rottamare. La crisi dell'occidente è tutta qua. Il modello, straordinariamente luccicante e complesso non ha perso la sua bellezza estetica ma risulta eroso da dentro. Nietzsche ha avuto la sensibilità, ma a cavallo tra ottocento e novecento non è il solo intellettuale ad avvedersene, di comprendere che il congegno a tempo si è disinnescato nel momento stesso in cui la sua finalità è venuta meno. Non potendo più lanciare i suoi rami verso l'assoluto l'albero della cultura occidentale si è semplicemente rinsecchito. Buono ancora per il fuoco, e quello di Nietzsche è un falò di proporzioni ragguardevoli, ma non più per generare. Tornando alla ricerca scientifica e alle ipotesi più ricorrenti della meccanica quantistica, sembra che la ricerca della simmetria nell'universo sia semplicemen-te un fatto superato dal punto di vista concettuale. La necessità che l'universo sia omogeneo e sfericamente perfetto, sia pure in assoluta trasformazione, è sostituita dall'introduzione di una ragione il cui sistema comprenda anche le singolarità, buchi neri, big bang, big cranch ecc. Non è che il problema si sia spostato di molto più in là. La meccanica quantistica non può rinunciare alla propria condizione di essere soprattutto un sistema, per quanto aperto. Come mostrato preceden-temente, l'idea di possibilità non può essere connesso soltanto al caso ma piuttosto all'esistenza di regole dalle quali essa si determina. Tornando alla nostra attuale scienza "normale", Stephen Hawking, che è un luminoso scienziato ma anche un divulgatore scientifico straordinario come provano i suoi successi editoriali, ha sintetizzato la confluenza tra mecca-nica classica e sistemi divergenti quali la relatività e la stessa meccanica quantistica facendo scorrere caso e necessità sulla stessa guida. Il nostro è soltanto uno dei mondi possibili e il prima e il poi vale rispetto al sistema considerato. Tra i mondi possibili vi sono poi porte di comunicazione tra i tempi e gli spazi irregolari tra loro. Ma la totalità dei tempi e degli spazi è ancora un universo? Perché in questo caso stiamo sempre a considerare il tempo complessivo e totale (cioè assoluto) e lo spazio complessivo e totale (come sopra). Sembrano questioni oziose, di puro interesse conoscitivo, specu-lazioni di carattere filosofico sul senso del mondo ecc. Però, la nostra industria, bellica e non, il nostro ciclo produttivo è tale ed è permesso solo grazie all'utilizzo e all'efficacia delle applicazioni delle teorie scientifiche su scala industriale. La scelta di un modello razionale di sviluppo anziché un altro ha delle implicazioni dal punto di vista etico, politico e sociale che non è facilmente prevedibile guardando solo agli effetti immediati o al suo primo oggetto di applicazione. Lo svilup-po delle teorie scientifiche tra ottocento e novecento è stato talmente imponente che il suo effettivo utilizzo come tecno-logia, nonostante il nostro secolo sia completamente caratterizzato dalla tecnologia, è ancora piccolissimo rispetto alla reale portata della sfera teoretica. Ciò è dovuto al fatto che i paesi ad alto sviluppo tecnologico, economicamente potenti, hanno investito e investono nella ricerca ma il costo complessivo risulta ancora troppo alto soprattutto in considerazione del fatto che la velocità con cui una tecnologia risulta più efficace della precedente è tale che ogni cinque anni dovrebbe esserci un ricambio di tutti gli strumenti tecnici in uso, cosa questa che evidentemente non si può permettere al momento nessun paese del pianeta. Del resto, le innovazioni dovute all'utilizzo di tecnologie sempre più sofisticate hanno reso la nostra vita, il quotidiano dell'intero occidente, ciò che è, nel bene come nel male. Il sogno era la meta da fissare lontano e da raggiungere. A qualunque costo. Il tempo che corre in una direzione, che è quella giusta. Lo spazio che è solo spazio da conquistare, da riempire, di cui appropriarsi. Il futuro che è il proseguimento di un passato che si è accumulato sulle nostre spalle facendoci forti o deboli, di cui andare fieri o per il quale vendicarsi. La storia dell'occidente è la storia del tempo. Gli universi paralleli, le stringhe, i buchi bianchi e i buchi neri di Hawking sono il segno della complessità del tem-po, soprattutto di questo nostro tempo che scorreva forte finchè, giungendo di fronte a se stesso non si è fermato. La modernità è stato un sogno meraviglioso che l'occidente europeo ha saputo creare, l'ambizione e la speranza insieme che la ragione umana capace di trasformare il mondo in oggetti utili potesse anche connotare se stessa come bella, come buo-na, come giusta. I percorsi per la realizzazione dell'utopia progressista moderna sono stati tanti, talvolta antitetici, prima che gli ultimi due secoli si saldassero ad anello mostrando come autoconclusiva la visione del mondo razionalista: la ra-gione parlava di sé senza neanche uno specchio! Le categorie postmoderne non offrono nuovi mondi, nuove esplorazioni e neanche biglietti gratis per vacanze esotiche però si presentano come la scienza del presente, autoanalitiche, sintonizza-te con l'indeterminatezza, autorelative e perciò opposte ad ogni relativismo che si presenti come visione parziale. Il postmoderno è semplicemente tutta la vita con la sua prismatica e plastica individuazione di aspetti e complementi. L'ab-bandono della trascendenza ha significato, e questo era sinceramente insospettabile, l'abbandono anche di spazio e tempo assoluti, di misure rigide e predeterminate. Significherà presto l'abbandono di modelli economici miserabili, come quello liberista, perché fondati sull'accumulo e sulla diseguaglianza. La vita è diventata plastica, non indefinibile ma definibile quando e come si vuole perché è comunque comprensiva di ogni dove e di ogni quando. La interruzione, così come l'ini-zio non risultano obbedienti a nessuna legge, casuale o causale che sia, e il tanto pubblicizzato ordine della natura è piuttosto kantianamente un ordine morale del soggetto percipiente. Ogni legge fisica non è che una giustificazione morale dell'uomo al mondo. La visione del mondo comune a tutte le scienze moderne è che la trasformabilità del mondo è la sua garanzia di esistenza, indipendentemente dalla scienza. La interdipendenza tra le cose della natura, uomo incluso, è tale che è singolare pensare che la ragione sia altro da ciò che è, cioè natura e le sue produzioni sono interconnesse con le trasformazioni operanti nel mondo intero anche a distanze, almeno per il momento, incommensurabili. La corrente del mondo non può avere sensi diversi che quello del tempo cui ogni cosa converge, così si è pensato per qualche millennio ma non più ora. La scienza Einsteiniana prima, l'affermarsi del principio di indeterminazione oggi hanno abbattuto un si-stema di certezze che aspettava in realtà che qualcuno si appoggiasse per crollare fragorosamente. Ecco, in questo senso possiamo rivoluzionariamente pensare a Kant come colui il quale per primo ha infranto il dominio del tempo quando lo ha pensato come "forma" del nostro pensiero, aprendo la strada alla postmodernità, al mondo della bellezza e dell'arte, della luce non come meta ma come mezzogiorno, come condizione reale, solstizio del riconoscimento tra uomo e mondo. Non un crepuscolo o un'aurora, soltanto un bagliore senza buio intorno. Non è il mondo migliore ma è comunque questo mondo, del quale ogni uomo fa parte e fa la sua parte con la consapevolezza che l'obbedienza alle leggi della natura, del caso e divine, sono soltanto aspetti della sua capacità di essere tutto ciò che è, e di poter comunque cambiare, di essere irregolare nella sua regolarità, di poter scegliere la sua vita secondo leggi personali, come la bellezza come unica finalità, come la felicità come unica sua essenza.