IL VILLAGGIO GLOBALE

filosofia

di Nino CHIRIACO

La morte sembrerebbe corrispondere, se proprio si deve procedere per osservazione, ad un disegno costruttivo d’insieme, nel senso che una struttura d'insieme sembrerebbe la più idonea ad affrontare, se non a risolvere, il problema. In questo senso, la strutturazione sociale delle api o delle formiche, sembrerebbe più funzionale alla esigenza posta che non la strutturazione sociale umana, cio che denoterebbe un posizionamento degli insetti più centrale [o centrato] di quello umano. Ma d’altronde, anche la specie umana sembra oramai aver fatto propria questa scelta, nel momento in cui si assiste ad una esplosione demografica nel pianeta, con la conseguenza di indirizzarsi a strutture abitative d'insieme [formicai o alveari umane], verso forme culturali d'insieme [scuole, fabbriche], verso forme comunicative di insieme [mass-media], in cui i singoli individui siano delle api o delle formiche inserite in funzioni di insiemi, la cui sorte, ma an-che la cui morte, passino pressoché inosservate, inoperanti o indifferenti sul piano esistenziale.
Che cos'altro sarebbe, in questo senso, il villaggio globale, se non un'arnia elettronica gigantesca a difesa della quale so-no mobilitati singoli individui privi di importanza, al di la' della loro funzione?
A che servirebbe l'espropriazione culturale individualizzata, verso forme di massificazione omologante, tipica dei sistemi di vita e di comunicazione attuali, se non a costruire l'uomo massa, la formica-uomo che esprime opinioni, esigenze, desi-deri comuni, medi, sempre di più inidonei a forme di identificazione individuale?
A cos'altro risponderebbe una società robottizzata, svuotata, spersonalizzata, se non a costruire una società di insiemi, in cui la vita dell’individuo, come anche la sua morte, perde nettamente di importanza?
Sul piano rappresentativo poi, e la rappresentazione tende a svuotare i dati "reali" e "sociali” classici, nella società dei mass-media, delle comunicazioni a distanza, la morte "appare" beffata, poichè, se non si coglie alcuna differenza tra rap-presentazione e "realtà”, e la realtà coincide sempre più con la sua rappresentazione, allora tutto è rappresentazione e tutto è realtà, la vita somiglia alla morte senza apprezzabili distinzioni.
Nella società della rappresentazione [e del villaggio globale], i vivi parlano con i morti, la distanza tra morte e vita appare coperta. Diciamo per l'appunto "appare" coperta, ma siamo nel mondo dell'apparenza.
L'essente coincide coll'apparente [tale]. Non poggia su basi più solide quello di questo, e si usano strumenti che si basa-no, in ogni caso, sull’apparenza.
Chi vive “appare” vivo agli occhi degli altri, e chi appare vivere, nel mondo dell’apparenza, vive tout-court. Se è falsa l'apparenza della vita, è falsa anche la vita dell’apparenza, ma se è vera questa, sarà vera anche l'altra.
Noi oggi siamo ancora in presenza di un’utilizzazione dei sistemi comunicativi-esistenziali [il villaggio globale che co-munica la sua vita e vive in base alla comunicazione] rozza ed arcaica, e tutto l'insieme di questo assetto [d'insieme] vive ancora una dimensione segmentata ed anarchica, vista la resistenza culturale del precedente-attuale assetto culturale in-dividuo-riflettente. I segni, però, di una utilizzazione più propria di tali apparati sono evidenti già oggi, non solo nell'inar-restabile marcia tecnologica che mira a interconnettere tra di loro strumenti e abilita nati sempre di più come parti di un insieme che è pensato come tale [le innovazioni tecnologiche sempre più interferiscono tra di loro, e nascono in quanto interferenti], ma anche perché è in corso una vera e propria mutazione, prima culturale, in seguito genetica, dell’uomo tecnologico, interferente coi meccanismi e meccanismo esso stesso della tecnologia d'insieme. Già oggi tali strumenti dialogano tra di loro i dati hanno determinato circuiti computerizzati che consentono spostamenti senza movimenti, di denaro, ad esempio, ma anche di uomini, miliardi di dati circuitanti senza contesti e svuotati dei significati, la realtà vir-tuale al posto di quella reale, che però e di già “apparenza” del reale, dunque l'apparenza dell’apparenza, la sublimazione dell’apparenza, l’apparenza privata della sua “essenza”, che, ai fini dell'apparenza, era di già un’assenza, dunque innalza-mento a valore etico del disvalore ''apparenza". Così la morte appare vinta[considerare l'elevazione a valore etico dell’apparire, da ciò in poi coincidente col nuovo-vecchio concetto di essente], i sistemi comunicativo-esistenziali mo-strano su un piano "apparentessente" analogo i morti e i vivi in modo eguagliato, come in un labirinto di specchi in cui, però, anche l'immagine originale, e non sappiamo qual'è, è apparente.
In questo modo la morte, diversamente da come viene vissuta nell'attuale concezione-percezione del nostro sistema indi-viduo-riflettente, viene interpretata secondo schemi più ragionevoli, avendo smarrito il suo deterrente formidabile sul pia-no individuale [anti-individuale], ma molto meno efficace in una o contro una società di insiemi, formata non più da or-ganismi autocentrati, ma da organismi funzionali di un sistema non attaccabile dalla morte, nemico antico dotato di vec-chie e, a quel punto, superate armi. Ciò dunque che così verrebbe eliminata non sarebbe la morte in sè, ma la sua efficacia terroristica, non più in grado di condizionare una società di insiemi non individualizzati i cui membri, per altro, manter-rebbero inalterata la loro comunicabilità vita-morte, in situazione di apparente uguaglianza, ma nella società dell'apparen-za-essenza, sarebbe l'essente tout-court.


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