Trattatistica architettonica e pensiero politico tra ‘400 e ‘500: relazioni e contaminazioni. Da Domenico Morosini a Daniele Barbaro.


di Laura FROSINI



E’ già stato messo in luce (Helios Magazine, 5/97, p. 23), come esista una forte relazione fra Trattatistica architettonica e pensiero politico che, a partire dalla fine del Quattrocento, attraversa tutto il secolo successivo per arrivare sino a Machiavelli.
L’interesse si era concentrato sulla figura e sulla produzione di Francesco Patrizi senese. Nelle sue due opere (tanto nel De institutione rei publicae, quanto nel De regno ed regis institutione), l’autore concede largo spazio al tema della città, la quale, grazie all’intervento di un principe edotto -la magnificenza della città aumenta la fortuna del Principe e diventa simbolo tangibile di uno status-, dovrà essere ben localizzata, organizzata e gestita. Anche se solo parzialmente notato esiste una forte affinità tra il De institutione rei publicae di Francesco Patrizi e il De bene instituta re publica di Domenico Morosini, quest’ultima iniziata nel 1497 e rimasta inedita fino al nostro secolo.(1) Si rivela di estremo interesse notare come nell’opera di Morosini la proposta politica si traduca in un vero e proprio progetto urbano e territoriale che aspira ad un equilibrio tra città e campagna. Le due realtà devono anzitutto dialogare "pacificamente" dividendosi i compiti, nella prospettiva di un’organizzazione agricola, di un potenziamento delle mercature e di un incremento delle manifatture. Morosini consiglia inoltre una vera e propria "politica dei lavori pubblici", con bonifiche dei termini paludosi e l’apertura di nuove strade. La città dovrà consolidare e celebrare la propria potenza, sia in sfoggio di pompa e magnificenza nelle pubbliche cerimonie, sia nel suo volto edilizio: la "bellezza" della città è salutata come strumento politico. Morosini consiglia: "lo splendore" per gli edifici pubblici, "il decoro" per i palazzi privati, "l’ordine" per le strade con la sistemazione di fulcri monumentali dotati di punti di vista prospettici. Magnificenza e auctoritas si palesano attraverso l’opera di "periti architecti". Nel De bene instituta re publica come nel De institutione rei publicae di Francesco Patrizi troviamo delineati i programmi tesi ad un rinnovo del volto urbano, dove progetto politico e renovatio urbana sono esplicitamente messi in relazione. Appare forse ozioso domandarsi in che modo il De institutione rei publicae (1494), possa aver influenzato il trattato di Morosini; quest’ultimo potrebbe aver letto l’opera di Francesco Patrizi pubblicato poco prima della presunta data di inizio del De bene instituta re publica (1497). Il problema storico non è qui riconducibile ad occasionali influssi, in quanto entrambi i testi raccolgono idee circolanti nei centri della "Grande Officina", e forse un lascito dell’eredità filaretiana. Tracce evidenti di questa tradizione le ritroviamo a metà del Cinquecento a Venezia, quando Daniele Barbaro nel 1556 scrive i "Commentari" al De architectura di Vitruvio. Dopo l’edizione di Frà Giocondo (1511-1513), quella di Cesariano (1521) e del Caporali (1536), l’edizione del Barbaro risulta la prima che mostra una totale comprensione del testo latino, tanto che fino al XVIII secolo, essa costituirà un riferimento indispensabile. La medesima cura filologica è riscontrabile nel rapporto fra il testo vitruviano e la realtà dei monumenti antichi.
Di estremo interesse si rivela notare la collaborazione tra Barbaro e Palladio (insieme a Roma nel 1554), che costituisce un evento di grande portata nella cultura architettonica del Cinquecento. E’ lo stesso Barbaro, nell’introduzione del Trattato, a rendere nota tale collaborazione allorché si esprime in termini entusiastici a favore dell’architetto. Il Palladio è, infatti, l’autore delle più importanti tavole della riedizione vitruviana e grazie al suo contributo le immagini, dialogando con il testo, rendono eloquente il Trattato antico. Fondamentale si rivela sottolineare l’importanza data da Barbaro all’approccio scientifico alla res aedificatoria, all’architettura intesa quale scientia, disciplina che prende il comando sulle altre discipline, l’unità corporativa di tutte le arti. L’architetto diviene capo soprastante e regolatore di tutti gli artefici. A tale figura, che fa risplendere nell’opera la virtus heroica, si apre un ulteriore dominio, si istituisce una relazione tra sapere e potere, in quanto l’intervento sull’ambiente presuppone un intervento decisionale di programmazione.
In un passo del "Proemio" dei Commentari la Virtus della res aedificatoria e individuata nella sua destinazione civile, il riunire in unità uomini rozzi ridotti a culto e disciplina nella città. Inoltre nel tagliare rupi, forare monti, bonificare paludi, insomma in tutte le opere di trasformazione urbana è indicato il carattere concreto e produttivo dell’architettura. L’architettura assorbe -Per il Barbaro come era stato per l’Alberti- le virtù superiori del sapere matematico tradotte in proporzioni armoniche, diventando un’arte che unifica il molteplice, il che implica una totalità di comportamenti, una strutturazione del sistema, in primo luogo politico, che lo promuove. Compito dell’architettura è introdurre "concordia" in una bene instituta republica. La sostanziale polemica mossa dal Barbaro è nei confronti della tradizione veneziana e contro l’empirismo dei tecnici sine scientia. Uno degli obbiettivi del suo Vitruvio consiste in un’azione di rottura nei confronti di una tradizione che appare soggiogata ad un patriziato pigramente soddisfatto delle consuetudini, non sottoposto alla critica umanistica. Nell’esaltare Palladio come architetto civile, Il Barbaro non fa che ribadire la sua concezione dell’architettura intesa come "virtù eroica" e pertanto opera attivamente per inserire l’architetto a Venezia.
In conclusione ci è dato osservare come nella stagione post-filaretiana sia possibile incontrare una serie di personaggi "misti" che partendo da posizioni diverse si avvicinano alla tematica urbana: sviluppandone le implicazioni politiche. Da Patrizi a Morosini, fino a giungere ad un momento di passaggio tra Quattrocento e Cinquecento con il "vitruvianesimo" promosso da Daniele Barbaro. Procedendo in questa direzione scopriremo un terreno non ancora sufficientemente esplorato, dove le connessioni e le contaminazioni fra Trattatistica politica e progetto urbano diverranno due realtà inscindibili. (1)
Morosini inizia il suo De bene instituta re publica nel 1497, mentre è in corso la guerra a sostegno di Pisa che dissangua le finanze della Serenissima. Nelle pagine del suo trattato attua una serrata polemica contro la politica espansionistica ed inoltre svolge una critica nei confronti della costituzione e dell’andamento veneziano. Di fatto, proponendo una concentrazione del potere tende a sconvolgere le basi dell’ordinamento istituzionale veneziano minando il mito dello "stato misto".


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