"DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE"


di Simona Vinci (a cura di Rolando IARIA)



Di questo siamo certi: il libro di Simona Vinci "Dei bambini non si sa niente" (Ed. Einaudi) diffi-cilmente avrà una trasposizione cinematografica. Questo non perché il racconto non registri un certo interesse di pubblico, tutt’altro, ma perché la giovane autrice alla sua prima opera, pur raccontando la vicenda di un gruppo di bambini ed adolescenti, va oltre qualsiasi trama pulp tanto di moda tra i suoi coetanei scrittori, rimanendo pur tuttavia sempre al di qua dell’abiezione e del degrado gratuito e compiaciuto. Inoltre le immagini non darebbero giustizia ad un libro che vive invece di sensazioni così forti quanto confuse, pari a quelle provate dal gruppetto di giovani protagonisti. Sensazioni in-comprensibili agli stessi bambini e non pronunciate perché appartenenti ancora al caos infantile e alle sue scoperte, a quel mondo del non detto perché è vergogna, rossore, sicuramente castigo dei genitori. Nel caos e nella promiscuità del gruppo, ci ricorda l’autrice, non si sceglie ma si è scelti dai più grandi o dagli eventi e a questi non ci si può opporre senza creare maggior trauma, isolamento, forse regressione all’età precedente: questo è quello che pensano alcuni dei giovani protagonisti an-che quando il gioco si fa sempre più estremo e pericoloso. Ma se toccare il corpo dell’altro è il pri-mo vero rapportarsi col mondo allora il rituale orgiastico che i bambini inscenano in un capannone tra le campagne emiliane, scimmiottando le immagini di alcune riviste pornografiche, ha così poco di depravato ed erotico quanto invece di comico (ma solo inizialmente) ed "esplorativo scientifico" un bambino possa fare. Tutto rientrerebbe secondo Angelo Guglielmi ("Espresso" n° 40/97) nella normale imperiosità della vita e nella sua "forza mostruosa che la trascina" sin dalla nascita, peren-toria. Anzi il romanzo scade a parere del critico quando, contaminato da elementi estranei a quella vitalità, come la nostalgia dell’innocenza perduta e la compiacenza verso adulti perversi, rischia di far smarrire ai giovani protagonisti e all’autrice "l’incarico di disegnare ‘l’indicibile’ del mondo".
Argomento questo, invece, caro ad Angelo Guglielmi. Così se il mondo, quello reale, fatto da adulti, bambini e sentimenti veri non può essere salvato dai ragazzini (parafrasando la Morante) allora "disegnato" da Simona Vinci ci apparirà per forza molto simile a quello nostro, adulto.
Tornando all’argomento diciamo che non è dei più semplici da trattare e può facilmente prestare l fianco a critiche e strumentalizzazioni di vario genere. Soprattutto in un momento come questo dove l’infanzia sembra essere all’attenzione di tutti indistintamente: presentatori televisivi, pubblicitari di varia merce, "agenti di viaggio", giudici e pedofili. Tutti "professionisti" e pronti a dare il proprio contributo, spesso a caro prezzo, affinché il mondo dei piccoli resti falsamente innocente, ovattato e felicemente lontano da una vita quotidiana che spesso questi attributi non sembra avere.
Lo scandalo vero allora non è in quelle manifestazioni libertine alle quali Martina e altri quattro amici più o meno coetanei si lasciano andare, ma forse nella disattenzione di un mondo, quello dei grandi, alla quale la protagonista e Simona Vinci, autrice, vuole rivolgersi. E l’età pre-adolescenziale, nel romanzo è soprattutto lì: in quegli insopportabili cortili di solitudine che hanno di fronte infiniti campi tanto invitanti quanto minacciosi ma dove nessun genitore, anche il meno di-stratto, vi accompagnerà mai. Quelle sono le pagine più belle del breve romanzo "Dei bambini non si sa niente" di Simona Vinci. Immagini volutamente descritte con le parole più vicine alle cose semplici, chiare, ben dosate da una notevole grazia femminile e da un’accurata scelta lessicale ma tali da evocarci quelle stesse sofferenze sopite, quei dolori sordi che un’età a volte terribile può ri-servare. Nulla di pulp si può riscontrare in tutto questo. Lo sforzo del raccontare rimane infatti in perfetto equilibrio, lontano dalla facile trasgessione e dal rischio di un bieco paternalismo.
Scritto da una ventisettenne alla sua prima esperienza il romanzo fa ben sperare se tanti critici ap-prezzati hanno scomodato la Yourcenar e la Duras come riferimenti letterari più simili a questo evento. Rossana Rossanda nelle pagine del "Manifesto" ha parlato di fatalità e di "indeterminazione dei corpi che si riproduce nel gruppo". Certo in quelle fughe a perdifiato, nel gerarchizzarsi del gruppo e dei ruoli e nel macabro epilogo di morte vi è qualcosa di orribile e di fatale allo stesso momento. E’ lo spezzarsi del sogno infantile di potersi realizzare nel gruppo, sostituto naturale della famiglia. E’ il presentarsi del reale con la sua forza traumatica e devastante e alla quale ogni fantasia deve cedere il passo. E’ la porta stretta da attraversare per ritrovarsi da li ad un anno profondamente cambiati, irrimediabilmente cresciuti e soli ma senza più batticuore di fronte ai campi infiniti.


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