SI PUO’ PROGETTARE UN UOMO?


di Pino ROTTA


E’ possibile organizzare lo spazio urbano programmandone la fruibilità? Ad esempio per tentare di risolvere i problemi di intasamento del traffico veicolare, o anche per favorire processi di socializzazione?
E’ una domanda che da molti anni sta sul tavolo di centinaia di studiosi in tutto il mondo. Urbanisti, architetti, ingegneri.
E ancora. E’ possibile individuare "le forze" che ci inducono ad allontanarci piuttosto che avvicinarci ad un oggetto o ad una persona, o ci spingono in una direzione piuttosto che un’altra mentre camminiamo per strada o mentre ci muoviamo più semplicemente in casa.
Ricercatori americani hanno individuato il percorso che seguono i pedoni attraversando una piazza ed hanno verificato che questo percorso non è necessariamente quello più breve, ma quello più "battuto" o, inserendo dei simboli direzionali (ad esempio delle strisce pedonali), quello "normativo".
Non vi è dubbio che questo tema investa discipline non consuetamente utilizzate per affrontarlo: sociologia, psicologia, biologia, matematica, storia, antropologia, e, a seconda dei casi, altre ancora.
Siamo certi che un urbanista e un architetto che si rispetti non si accinge mai al suo lavoro senza un’adeguata analisi dell’ambiente da progettare fatta utilizzando proprio queste discipline, ma la maggior parte non le adotta complessivamente e, soprattutto, ancora manca una metodologia di ricerca sistematica delle relazioni di prossimità.
Se ci trovassimo a disporre di uno spazio "vuoto" da progettare secondo uno scopo intenzionale di fruibilità, tutto sarebbe molto semplice. Potremmo creare un modello ed inserirvi delle coordinate funzionali relative al suo uso, cosÏ ogni azione fisica o comportamentale sarebbe prevedibile e logica (per fortuna la realtà e molto più complessa e sfumata di ogni sua possibile teorizzazione).
Ma lo spazio non è mai vuoto, e noi ci troviamo sempre a che fare con delle relazioni tra gli oggetti ed i soggetti già preesistenti. Ci troviamo ad operare cioè in uno spazio preordinato, dove esistono componenti fisiche di tipo naturale, architettonico o storico, che fanno emergere un ambiente vissuto in cui l’individuo si muove seguendo dei percorsi già tracciati nella sua personalità e dai quali si può discostare solo relativamente e gradualmente, pena l’incomunicabilità e l’emarginazione.
Ad esempio, vi immaginate come vi accoglierebbero i vostri vicini di casase, su un suolo edificabile, anzicchè costruirvi una villetta con giardino vi vedessero sfaccendare tra le vostre cose in una tenda indiana, e ciò indipendentemente dalla funzionalità che quel tipo di abitazione possa avere per voi.
Per alcune persone poi è pressoché impossibile uscire dal bagno nudi in casa propria, anche se si trovano da soli. Quel senso di pudore che glielo impedisce è costituito da vere e proprie presenze psichiche che influenzano il loro comportamento.
Chi si accinge a studiare il comportamento sociale e le caratteristiche antropologiche di un gruppo non può fare a meno di tenere in debita considerazione questi elementi e di indagare le componenti fondamentali della matrice comportamentale.
Come abbiamo già descritto in articoli precedenti la realtà individuale è sostanzialmente articolata su due componenti complesse che si influenzano reciprocamente "determinando" il comportamento individuale e sociale: una componente biologica ed una culturale.
La componente biologica predispone i nostri strumenti percettivi indirizzandoli funzionalmente in base alle nostre esigenze di specie, parleremo in questo caso di Passato Biologico (Infracultura), per indicare, per cos" dire, la nostra "dotazione strumentale" con la quale percepiamo lo spazio e mediante la quale interagiamo con lo spazio preordinato appropriandoci di un Codice della Percezione (Precultura), mediante il quale gestiamo la nostra Organizzazione del Microsistema (Microcultura).
Quest’ultima, sulla base delle prime due, ordina la nostra esperienza spaziale su tre livelli:
- Lo Spazio Preordinato
- Lo Spazio Semiordinato
- Lo Spazio Informale
Una funzionale percezione ed organizzazione di questi tre livelli ci dà la sensazione di adeguatezza del nostro essere in rapporto con l’ambiente, se invece questa condizione non si realizza ci ritroviamo in una dimensione distorta e ne subiamo le conseguenze in termini di ansia, stress ed aumento dell’aggressività (vedi nostri articoli in Helios Magazine 1, 3 e 4/97).
Costruire modelli comportamentali per prevedere le interazioni nascenti da interventi sull’ambiente e sull’organizzazione sociale, è una bella sfida a cui sono chiamati a rispondere oggi una pluralità di studiosi di varie discipline, come abbiamo già detto. Quel che è certo è che non si potrà più fare riferimento ad analisi settoriali per valutare il cosiddetto "impatto ambientale" di una qualunque scelta senza tenere conto che la società è costituita da individui e l’individuo è quanto di più complesso ci è dato di conoscere.

HELIOS Magazine nr. 6/97 HELIOSmagazine@diel.it