IL PRINCIPE NELLA SUA TORRE
narrativa
di Donato SCAPATI
La torre scompariva tra le nubi di settembre, alta e maestosa; salutava gli stormi di uccelli con muta malinconia, proiettando un’ombra infinita sui villaggi del circondario.
Le sue origini si perdevano nella notte dei tempi, e nessuno ricordava le ragioni della sua costruzione, i nomi dei suoi leg-gendari architetti restano ignoti. La sua minacciosa presenza, così lacerante nella sua silenziosità, fece radunare intere ge-nerazioni di agiografi intorno alla sua base circolare; su di essa sorsero oscure leggende e complicate mitologie.
Si narra che in tempi antichi la torre fosse aperta e abitata; che uomini di tutte le razze e le religioni vi convivessero senza conflitti, con il solo intento di studiare se stessi e quindi scovare traccia del divino che è in tutti noi. Con il passare del tem-po questi uomini dimenticarono lo scopo della loro presenza, la loro memoria li tradì, e cominciarono ad avvertirsi i primi laceranti conflitti. Generazioni di uomini si batterono all’ultimo sangue per conquistare la torre.
Si racconta che, in seguito a queste lotte intestine, venne murata dall’interno, perché i vincitori temevano che altri volessero impadronirsene; e fu impedito a chiunque di entrare o uscire. Coloro che restarono generarono figli che crebbero al chiuso della costruzione; ben presto queste aberranti condizioni di vita assunsero carattere di normalità, e fu per questo motivo che nessuno tentò mai la fuga.
La storia che segue è una delle tante che si raccontano nelle regioni intorno alla torre, e varrà da esempio per tutte le altre. Narra di un principe (come quasi tutte le storie del mondo), che viveva recluso nella sua stanza che dava sul mare e sulla spiaggia. Ma il recluso che non sa di esserlo merita quest’aggettivo? E’ possibile parlare di prigionia per chi è all’oscuro della sua situazione e che, conseguentemente, non fa nulla per sottrarvisi? Una persona che conosce il mondo e che venga improvvisamente messa sotto chiave ha legittime pretese di libertà; consapevole, e quindi sofferente, per la sua condizione.
Ma il principe ignorava questi fatti, e come molti altri abitanti della torre conduceva una vita introspettiva, dedita allo stu-dio e alla contemplazione (si dice che vennero scritti più libri all’interno della torre che in tutti gli altri luoghi del mondo); il tempo per lui scorreva privo di significato, e il suo interesse per il mondo esterno era puramente accademico. Un giorno, come scopriremo in seguito, le sue prospettive cambiarono radicalmente a causa delle insidie della parola scritta e di un gabbiano. Il principe in questione si chiamava Hadding (che peraltro è un nome riscontrato anche in altre più cruente mi-tologia), e questa è la storia che i nipotini nelle regioni circostanti la torre sogliono narrare alle loro vecchie nonne, prima di andare a dormire, quando la notte si fa fredda e tutte le altre storie sono state già raccontate:
Tanto tempo fa, quando la torre era giovane e i villaggi non erano stati ancora pensati, viveva un principe bello e silenzio-so, che non faceva altro che studiare e scrivere (ed era un bell’ingegno davvero!). Se ne stava sempre chiuso nella sua stan-za, una piccola stanzetta stracolma di libri e di umidità, e osservava freddamente il mondo di fuori dalla finestra.
Un giorno, il principe Hadding sedeva dietro lo scrittoio, assorto, osservando il giorno che volgeva all’occaso, chiedendosi quali altri tramonti avesse visto così magnificamente rossi. Si domandò, non senza un fremito d’apprensione, se stesse dav-vero osservando il tramonto o se piuttosto non lo stesse giudicando.
Colto da questo inquietante sospetto, ebbe paura di guardarlo ancora e rivolse la sua attenzione verso un gabbiano che va-gava nel suo elemento, apparentemente senza meta. Scrisse la parola "gabbiano" su di un foglio di carta, pensando distrat-tamente che i gabbiani hanno ragioni da gabbiani e che gli esseri umani possono indagarle e studiarle, ma che non potranno mai comprenderle perfettamente.
Tornò ad osservare l’animale con tutta l’attenzione di cui era capace; lo vide volteggiare e quasi fermarsi a mezz’aria, scendere a capofitto e librarsi di nuovo in alto, sorretto da invisibili correnti ascensionali. Il principe scrisse di nuovo la pa-rola "gabbiano", con caratteri più grandi e marcati. Rileggendo ciò che aveva scritto realizzò con disgusto che non riusciva ad associare quei segni con il gabbiano; si disse che la scrittura era un mezzo inefficace, e se ne convinse.
Tornando ad osservare s’accorse che il gabbiano si era portato quasi sul pelo dell’onda; lo vide tuffarsi deciso e riemergere stringendo un pesce nel becco. Decise di eseguire un ritratto del gabbiano; e fece questo con mano esperta, con brevi tratti di matita e chiaroscuro incrociato. Con un rantolo di disperazione si rese conto che il ritratto, benché somigliante, non ri-usciva a comunicargli nulla; tutti i segni che aveva tracciato, così evocativi e minuziosi, gli apparvero improvvisamente senza senso.
Balzò in piedi come una furia, urlò, maledisse a gran voce l’inventore della parola scritta, invocando le fiamme dell’inferno per tutti coloro che si fossero mai cimentati in quest’arte diabolica di finzione e di doppiezza; barcollando per la stanza prese a sferrare pugni al vento, combattendo ferocemente contro un avversario invisibile, e giunto allo stremo delle forze si sedette di nuovo, ansimante.
Si volse ad osservare ancora il gabbiano, con una strana sensazione nel cuore e le tempie che pulsavano rabbiose. Poco alla volta s’accorse che la sua attenzione era aumentata notevolmente: riusciva a scacciare i pensieri estranei con facilità im-pressionante; li vedeva comparire in un angolo della sua mente, manifestarsi e dissolversi, come fossero fuochi d’artificio. Il gabbiano divenne l’unico centro dei suoi pensieri, niente riusciva più a disturbarlo; entrò in contatto con esso come fosse stata una cosa del tutto naturale, penetrò nella mente dell’animale con leggera disinvoltura, e divenne il gabbiano. Sentì se stesso volare alto sopra le onde dell’oceano, e avvertì di essere contemporaneamente in due luoghi: sentiva il vento del sud sbattere forte contro le sue ali e allo stesso tempo percepiva i braccioli di mogano della poltrona contro i suoi avambracci. L’esperienza è impossibile a raccontarsi, poichè gli animali non hanno memoria; ma in seguito il principe la paragonò ad un uragano di fuoco, ovvero una tempesta di ghiaccio, e tentò più volte di ripeterla, fallendo miseramente.
Un giorno di Marzo, alla lice di un tramonto nuvoloso e incerto, il principe notò lungo la strada un viandante solitario che camminava guardando dritto innanzi a sè, come se per lui non ci fosse altro che la strada, come se camminasse da sempre. Indossava lise vesti di cotone bruno; un cappello dalle larghe tese gli nascondeva i contorni del viso, ai piedi non calzava nulla.
Il principe lo osservava con intensa curiosità nello sguardo ( da diverse stagioni non scorgeva esseri umani ), era ormai a un centinaio di passi dalla torre e non l’aveva degnata di un’occhiata. Ben presto avrebbe svoltato infondo alla via, allonta-nandosi definitivamente, sarebbe scomparso dietro la curva e di lui non sarebbe rimasto che un vago ricordo; a questo pen-siero il principe si sentì improvvisamente rabbrividire. Si sorprese pensando che l’uomo gli ricordava il gabbiano: il largo cappello, le ampie maniche, le ignote ragioni di quell’incedere solitario gli fecero ricordare l’esperienza in maniera straor-dinariamente vivida, e un lago di fiamme s’accese dentro il suo petto. Immediatamente l’uomo si arrestò, come se avesse avvertito la presenza di qualcosa o qualcuno. Il sangue del principe divenne ghiaccio: il viandante aveva percepito i suoi pensieri; e si era lentamente girato verso la torre.
Restava immobile, come una statua nel passaggio desolato. Il vento agitava le tese dell’ampio cappello, lasciando intrave-dere i contorni del viso; la sua lunga barba scossa dalla brezza testimoniava un’età infinita, gli occhi luccicavano come sfe-re di fuoco incastonate sotto la fronte di un idolo. Il principe fu improvvisamente rapito da quegli occhi; immergendosi in essi, calandosi all’interno di quei globi incandescenti, la pelle ispessita dall’emozione e dalla paura. Grosse lacrime presero a bagnargli le guance, e tutto il corpo cominciò a tremare, come scosso dagli spasmi di una violenta febbre. Le labbra dell’uomo rimasero immobili, tuttavia qualcosa in lui cominciò a parlare, direttamente al suo cuore.
Ebbe un lungo dialogo con lo sconosciuto, un discorso senza parole, senza soggetto nè argomenti. Un dialogo in cui a par-lare erano le emozioni e le paure, in cui le contraddizioni e le falsità vennero impietosamente accantonate, lasciando come unici interlocutori le essenze umane. Fu un discorso senza tempo, che si svolse in una frazione di secondo e che tuttavia al principe sembrò un’eternità. Il principe uscì gradualmente da quella che definì in seguito Attenzione Reale, e si trovò di colpo tanto spossato nel fisico che non riusciva a muovere un singolo muscolo, come se avesse corso per chilometri, a un passo dallo sfinimento.
Il viandante si girò ancora e riprese via per la strada deserta, senza un saluto e senza voltarsi, e scomparve dietro la curva con la leggerezza di un soffio di vento. Il principe non si dispiacque per questa partenza; sapeva, sentiva, che l’avrebbe ri-visto il giorno dopo. Sorrise alla luce del tramonto, e nel tramonto scorse l’alba di un giorno a venire, un giorno che lo avrebbe visto libero dalle tentazioni del pensiero inutile, affrancato dalla sterile discussione intellettuale, libero di provare emozioni per la natura delle cose, e finalmente libero di osservare lo specchio senza scorgervi un cadavere, un demonio, o uno spettro.
Il giorno lo scoprì assonnato e malfermo, sottili lame di luce carezzavano le sue guance intorpidite dal freddo della notte. Un’alba fiammeggiante, limpida, tersa come può esserlo solo un giorno di primavera, invase la stanza in un balenare di ri-flessi obliqui e di frazioni multicolori. Il principe svolse le pratiche mattutine in maniera lenta e con grande consapevolezza di sè, controllando il proprio corpo come non aveva mai saluto o voluto fare. Sedette alla scrittoio sorridendo al sole na-scente, in paziente attesa cercando il silenzio della mente.
Un bambino emerse dalle acque dell’oceano, con una decisa lentezza nei movimenti. Il principe vide in lui il viandante del giorno prima; lo vide nei suoi occhi lucenti e nelle sue calibrate movenze. Il bambino levò lo sguardo verso la sua finestra, sorrideva calma e sereno; era di una bellezza infinita e sfuggente. Il contatto ebbe luogo con naturale efficacia, parole non dette bombardavano la mente del principe con forza lacerante; un muto dialogo in cui le pallide convenzioni verbali non avevano ragion d’essere: le sottili arti della retorica e della dialettica non riuscivano a contaminare questa parte di universo. Regioni sconosciute del cervello del principe vennero stimolate in modo violento e preciso; collegamenti neurali divenuti ormai atrofici vennero ripristinati con mano esperta da strumenti invisibili; antiche memorie vennero alla luce con la rapi-dità del lampo, e simultaneamente.
Il principe si staccò dal bambino con un tremito e un battito di ciglia. Abbandonandosi sulla poltrona si addormentò imme-diatamente, infiacchita e stanco, avendo appena il tempo di notare il bambino che veniva lentamente inghiottito dalle ac-que; dormì profondamente fino al giorno dopo, un sonno senza sogni e agitato da una strana percezione di imminenza. Ri-aprì gli occhi che il sole era già alto, a picco sopra la torre. I raggi quasi perpendicolari ne proiettavano una sottile ombra, annullando l’altezza infinita della costruzione.
Quando il principe, immerso nella luce del primo pomeriggio, vide la sottile figura di donna avanzare piano verso la torre capì con eccitazione che era giunto il momento della partenza. E di colpo realizzo il significato di questa parola che per lui, fino ad allora, aveva avuto la consistenza di un vuoto concetto astratto. Si riempì la bocca del suono della parola, assapo-randone le sillabe con bramosa voglia; ne allargò il campo dei significati con ardite argomentazioni, come se tutta la sua vita non fosse stato altro che una preparazione a questo giorno. Come se la sua esistenza si realizzasse in questo momento. D’improvviso il suo futuro, che credeva di conoscere o di intuire, gli apparve come una confusa macchia indistinta, una macchia che poteva finalmente colorare di nuove percezioni, di nuova consapevolezza. Si sentì per la prime volta padrone della propria vita, felice di esserlo. Saltò dalla finestra senza paura e senza bagaglio, l’acqua del fossato sottostante attutì la caduta, e lui ne uscì gocciolante e contento, procedendo ad ampie falcate verso la donna. Lei stava immobile, sorridendo in attesa; i grandi occhi profondi e lucenti lampeggiavano in un contorno di capelli corti e scuri, bellissima, nuda e priva di vergogna, l’immagine dell’innocenza. Il principe cominciò a spogliarsi lentamente, abbandonando le sue vesti pregiate al tiepido sole di marzo.