Maastricht non è solo moneta. Ipotesi per la creazione di un sistema europeo di amministrazione della giustizia

dibattito

di Ezio SAGRIPANTI
La spinosa questione dello sbarco dei Kurdi in fuga dalla Turchia sulle coste joniche calabresi ha riproposto l’annoso problema dell’immigrazione in Europa in modo eclatante e, per la durezza delle condizioni di viaggio dei clandestini, brutale. Pur senza entrare nel merito dell’analisi dei flussi migratori mondiali, che richiederebbe ben altro spazio ed attenzione, quanto è accaduto (e, con molta probabilità, tornerà ad accadere) impone alcune considerazioni che toccano il processo di unificazione europea attualmente in corso.
Ad una analisi superficiale, il dato principale che colpisce anche l’osservatore più distratto è quello delle polemiche, vere o presunte, che hanno contrapposto i tre membri della comunità più toccati dalla questione, ovvero Italia, Germania e Austria. Corrisponde al vero l’immagine di una Italia dai confini colabrodo, particolarmente aperta, per la posizione geografica, per le inefficienze dei suoi numerosi ed eterogenei apparati di controllo e di sicurezza, e per l’incipiente buonismo di ispirazione cattolica di buona parte del suo attuale Governo, alle correnti migratorie mediterranee, quell’immagine che sembra essersi materializzata nell’inconscio collettivo dei nostri (preoccupatissimi) partners europei? Italia dunque anello debole della catena, terminale di tutti i disperati senza casa né terra, in procinto di cercare fortuna nella vecchia Europa? Italia causa principale delle voglie austriache di maggior controllo alle frontiere, in palese contraddizione alla Convenzione di Schengen?
Tentiamo di distinguere gli aspetti contingenti del problema da quelli strutturali. Le polemiche anti-italiane, sulla questione dell’immigrazione come su quella monetaria, hanno in molte circostanze, specie nel caso di Khol, una chiara valenza politica, o meglio elettorale. Nell’approssimarsi delle Elezioni, il Cancelliere sconta una forte opposizione interna, da destra e da sinistra, che, come spesso avviene in politica, impone la ricerca di un capro espiatorio, per il presente ed il futuro. La tattica del momento non va scambiata per strategia, e lo scetticismo di Khol non va preso troppo sul serio. Tuttavia è innegabile che esista un problema di coordinamento generale, al livello delle più alte strutture politiche, che si riverbera sulla possibilità di conseguire forme di collaborazione in settori non solo e non più esclusivamente economici. Gli isterismi di Vienna sono, in tal senso, la conferma eclatante di questo malessere; sono il sintomo, camuffato da moralismo efficientista, di un vuoto istituzionale e giuridico profondo che ha trovato sfogo, nella fattispecie della tragedia dei Kurdi, in un facile quanto scontato ed anacronistico atto d’accusa contro le incoerenze ed i ritardi italiani.
Limitando le nostre considerazioni al caso specifico, la vicenda curda ha mostrato quanto sia urgente la creazione di un sistema di sicurezza che per un verso tuteli le frontiere esterne dell’Unione e per un altro gestisca in modo plurinazionale le dinamiche migratorie dei cittadini extracomunitari, ed anche i problemi - diversi ma per certi aspetti analoghi - della lotta al commercio di sostanze illegali e della repressione delle organizzazioni terroristiche e mafiose – specie nell’Europa mediterranea -, tutti fenomeni che tendono, per loro intima natura, a globalizzarsi con l’espandersi del mercato. L’Europa non può essere solo commercio, energia, industria, banche, agricoltura. Senza andare troppo lontano, entrando in quel campo minato, quel mare magno indistinto che è la Cultura, termine abusato e per questo ormai privo di significato, la creazione di una (duratura) forma di coordinamento tra le forze di Polizia del continente, nelle cui competenze rientra anche l’immigrazione, è un’esigenza fattuale di tutti i cittadini europei, non frutto di esercitazione intellettuale.
È preoccupante il ritardo della Comunità su queste problematiche, così come lo è stato il lungo silenzio sui conflitti nella ex-Jugoslava, in Albania e in Algeria. Desta sconcerto la povertà del dibattito, come si trattasse delle questioni interne di questo o di quello Stato, come se il terrorismo islamico colpisse solo Parigi, l’esodo degli Albanesi toccasse solo l’Italia, il movimento dei Kurdi riguardasse solo Roma, Bonn e, tutt’al più, Vienna. E lo sconcerto è ancora maggiore se si riflette sul fatto che l’articolo K1 del Trattato di Maastricht contempla un dettagliato elenco dei settori inerenti gli affari interni e la giustizia in cui gli Stati membri hanno giudicato di interesse comune raggiungere una intesa. Il terzo capo di questo elenco riguarda specificamente l’immigrazione, mentre il nono parla espressamente di “cooperazione di polizia ai fini della prevenzione e della lotta contro il terrorismo, il traffico illecito di droga … in connessione con l’organizzazione a livello dell’Unione di un sistema di scambio di informazioni in seno ad un Ufficio europeo di polizia (Europol)".
Sulla carta dunque il progetto c’è, l’esigenza è sorta ed è stata recepita e quello che i giornali hanno ribattezzato l’FBI europeo esiste, seppure ad uno stato embrionale, trattandosi per il momento di una struttura prevalentemente informativa. La strada tuttavia è ancora lunga, probabilmente perché è ancora molto debole la cornice istituzionale entro cui dovrebbe agire l’Europol. La fase conclusiva di questo lungo processo non può che essere un quadro normativo insieme semplificato e futuristico, ovvero un’amministrazione europea della Giustizia che introduca accanto ai Tribunali Nazionali un sistema di Corti Federali, supportato da una codificazione comunitaria, parallela alle codificazioni dei singoli Stati, che distingua le fattispecie giuridiche e le procedure penali o civili di rilevanza federale da quelle interne ai singoli paesi membri dell’Unione, e che si avvalga di un ufficio centrale investigativo, come avviene ormai da decenni negli Stati Uniti.
Siamo ben consci di quanto un simile scenario possa sembrare inverosimile, proiettato in un futuro dall’insondabile profondità. È pur vero, però, che non ci sarà nessun futuro senza una progettazione istituzionale e giuridica che coinvolga le menti migliori dei nostri paesi, lasciando al contrario che il dibattito si chiuda unicamente in calcoli percentuali, proiezioni econometriche ed austerity monetarista.


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