MARINAIO

racconto

di Pino Rotta
Erano ormai due giorni e due notti che non vedeva l'ombra di uno scoglio, la burrasca lo aveva sorpreso al largo mentre faceva ritorno alla sua isola, dopo che per molte ore aveva inseguito un pescespada senza riuscire ad arpionarlo. Aveva ormai la pelle increspata dal sole e dalla salsedine e la gola gli bruciava per l'arsura della sete. Il giorno prima era riuscito a tirare in barca una seppia e la fame non lo tormentava ancora, ma senza acqua non sarebbe riuscito a sopravvivere a lungo, questo lo sapeva bene e già cominciava a disperare di scamparla. Aveva sentito di gente che era sopravvissuta per più di dieci giorni senza toccare acqua e cibo, ma questo pensiero adesso lo terrorizzava, ed erano passati solo due giorni. Non soffiava un alito di vento e non si vedeva neanche una nuvola all'orizzonte. Il silenzio era insopportabile. Non aveva più la forza di remare, ed anche se l'avesse avuta non avrebbe saputo in quale direzione andare; se restava seduto in mezzo alla barca con la testa china sul petto, lasciandosi cullare dal debole beccheggio delle onde.
L'urlo stridulo di un gabbiano lo destò improvvisamente dal suo torpore.
Guardò in alto e vide volteggiare un gran numero di uccelli.
Era un chiaro segnale che non lontano doveva esserci la terra ferma, ma per quanto si sforzasse di allontanare lo sguardo oltre l'orizzonte non riusciva a scorgere che la linea uniforme che divideva il cielo dal mare. Passarono ancora molte ore e lo sconforto riconquistò il suo animo. Il sole calava ancora una volta e le tenebre lo riavvolsero, e con le tenebre il sonno lo vinse, si sdraiò sul fondo della barca lasciandosi cullare dalle onde. Il rumore dello scafo che urtava la ghiaia, sobbalzando sull'onda, lo svegliò che il sole era già alto.
Quasi non si rendeva conto di quanto gli stava succedendo. Lentamente si drizzò sul bordo della barca e guardò fuori. La corrente lo aveva trascinato per tutta la notte ed ora si era arenato su una spiaggia. Tornò d'un tratto alla realtà e, sebbene, fosse molto debole, scivolò in acqua appoggiando finalmente i piedi di nuovo sulla terra ferma.
Appoggiandosi sul fianco della barca, un pò per sostenersi un pò per timore di non perdere quella che per tanto tempo era stata la sua salvezza, si trascinò sul bagnasciuga riuscendo a spingere l'imbarcazione ancora un poco sulla ghiaia, tanto da non essere più risucchiata dalle onde, poi fece qualche passo e si accasciò sulla sabbia asciutta a riprendere fiato. Rimase esausto in quello stato per quasi un'ora, non riusciva ad alzarsi ma non smetteva di dardeggiare gli occhi attorno a sè‚ per cercare di rendersi conto di dove potesse trovarsi.
Da quella posizione non riusciva a vedere nulla che gli fosse familiare. Tutto attorno, al margine di una lunga e larga spiaggia bianca, si inerpicava un promontorio roccioso orlato da ciuffi di acacie e palme. Finalmente riuscì a rizzarsi in piedi, ben piantato sulle gambe, perlustrò con lo sguardo la parete rocciosa e, nel punto dove la montagna era meno scoscesa, individuò un sentiero che si inerpicava fin sul pianoro.
Usando le mani ed i piedi riuscì ad arrampicassi fino in cima al promontorio ed a raggiungere le palme, si fermò giusto il tempo di riprendere fiato, ora il problema della sete diventava veramente assillante, e quelle palme con le loro noci erano per il momento l'unica soluzione possibile. Ma non era facile raggiungere le noci, erano troppo alte, non sarebbe riuscito a colpirle con dei sassi con tanta forza da farle cadere, bisognava arrampicarsi sull'alto fusto dell'albero e tirarle giù. Non ci mise molto a trovare la soluzione. Rapidamente si sfilò la camicia e, tenendola per i polsini delle maniche, l’attorcigliò su sè‚ stessa e ne legò le maniche attorno alle proprie caviglie in modo da farne una cintura che i piedi avrebbero potuto stringere attorno al fusto dell'albero per dargli la spinta necessaria ad arrampicarsi.
La vista delle noci colme di latte gli dava un'inaspettata nuova energia; abbracciando il tronco e spingendosi su con la forza delle gambe, riuscì a raggiungere la cima di uno degli alberi ed a staccare quante più noci di cocco poteva.
Scivolò in fine a terra ed aiutandosi con un sasso aprì ad uno ad uno i frutti bevendone il latte e mangiandone la polpa. Per un pò di tempo sarebbe stato salvo. Il pasto ed un pò di riposo gli avevano restituito le forze. Aveva cominciato a spingersi verso l'entroterra, e dalla cima di una montagna aveva potuto scoprire che il posto dove era sbarcato era un'isola, neanche molto estesa, aveva finalmente scoperto anche una fonte d'acqua dolce, palme da dattero e, su una scogliera aveva trovato una colonia di uccelli marini, e a nutrirsi anche di uova.
Quella sera camminò sul ciglio del promontorio, fermandosi a guardare il mare dall'alto.
Una calma interiore lo pervase; restava fermo, con lo sguardo fisso sull'orizzonte, assaporando il profumo del mare e lasciandosi accarezzare dal vento che gli soffiava sul volto. In quel momento era come se il tempo non esistesse più. Fermo, col le braccia incrociate sul petto, improvvisamente non gli importava più del suo destino.
La storia della sua vita gli scorreva davanti agli occhi e si confondeva con lo sfondo dell'orizzonte, lontana come l'orizzonte, statica come un quadro appeso al centro dell'azzurro luminoso.
Lentamente sciolse le braccia lasciandole cadere lungo i fianchi e respirò forte, profondamente, strinse i pugni e, chiudendo gli occhi, alzò il volto verso il cielo.
Era vivo, era felice.
Il tramonto giunse e lo trovò ancora in quella posizione in cima al promontorio e con il tramonto si sdraiò per terra e si addormentò al fresco della brezza marina.
Passarono alcuni giorni ed ogni sera tornò in quel punto ad incontrare il sole che calava dietro l'orizzonte. Cominciò a dare un'importanza insolita al suo appuntamento col tramonto, ogni sera raggiungeva quel punto in cima al promontorio ed ogni sera, al calare del sole, sentiva una sensazione forte scuotergli il cuore e le vene; ed ogni sera era sempre più forte il desiderio di quel momento e l'impazienza che giungesse.
Poi una sera, fermo diritto davanti al vuoto, mentre una pioggia fitta e lieve gli faceva scorrere sul volto e sul corpo un rigagnolo sottile di gocce d'acqua, fissando l'orizzonte dietro il sole che tramontava vide due occhi, dolci, lontani che sparivano dietro al sole; e rimase per sempre immobile nel vuoto, scolpito dalla pioggia.


HELIOS Magazine ANNO III - n.1 HELIOSmagazine@diel.it