di Mariangela IELO-NATSIS
La Storia della Scuola medica di Salerno è vasta ed interessante. Essa nasce e si sviluppa nell’arco di ben mille anni circa, e cioè fino agli inizi dell’800. Tra le migliaia di nomi che figurano prendervi parte attiva abbiamo trovato anche quelli di due reggini, Costantino detto Rhegino o l’Africano, e Nicola o Niccolò Deoprepio, molto più famoso del primo, che fu illustre medico e filosofo presso la Scuola di Salerno (e la più recente Università di Napoli), nel XIV sec.
Di Nicola Deoprepio, vista anche la sua grande importanza anche dal punto di vista filologico, sono già state scritte molte cose, cominciando dallo storico Spanò-Bolani al De Rensi, al nostro contemporaneo prof. Lo Parco e da chi scrive stesso (vedi Helios Magazine nr. 2/96, n.d.r.), per cui esiste una discreta informazione che, anche se non completa traccia ampiamente le linee della vita e dell’opera di questo illustre personaggio.
Di Costantino invece, non si è trovato se non un accenno, anche se non troppo modesto, nella monumentale opera del De Rensi e cioè nella Collectio Salernitana, dove sono elencati tutti i medici che lavorarono e vissero presso la scuola di Salerno (1). Costantino è perciò un personaggio assai più modesto, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo di Nicola Deoprepio, e tuttavia non è esente di fascino.
Egli visse molto tempo prima di Nicola, arrivò ed operò infatti, nel salernitano nell’XI secolo circa (essendo ancora in vita il grande medico Alfano), e portò con sé alcuni libri di medicina araba; Costantino sembra essere stato molto famoso ai suoi tempi: dotto proveniente dall’oriente, riuscirà a diventare assai noto ed a operare un’apertura moderata della scuola di Salerno verso le nuove cognizioni della medicina araba. Sulla sua vita circolarono varie notizie, alimentate anche dal fatto che approdasse in Campania proveniente da terre misteriose come quelle africane; uomo sommamente istruito nelle scienze arabe, egli infatti, le portò per primo in Italia dalle scuole di Oriente. Sembra che portasse addirittura seco a Napoli, dei preziosi codici, che egli stesso in seguito tradusse e ricompilò sotto forma di ricettari medici. Il suo soprannome fu l’Africano, e non stentiamo a credere che avesse viaggiato in tutto l’Oriente prima di stabilirsi a Salerno, dove l’alone di leggenda che lo circondava, raccontava che ridotto da varie vicissitudini ad un povero mendicante, fu per caso un giorno riconosciuto dal fratello del Re di Babilonia, che si trovava in visita ufficiale presso la Corte di Salerno, personalmente invitato da Roberto il Guiscardo. Fu così riconosciuto e portato a Corte dove il Re Robert, in considerazione di tanta cultura e modestia lo nominò poi suo segretario personale. Certamente questa storia favolosa fu incoraggiata dalla fantasia del popolo campano, che su di un personaggio con un soprannome tanto esotico e meraviglioso, si permetteva anche di sognare qualche avventura che si concludesse a lieto fine; tutto ciò comunque ci permette di capire quanto Costantino fosse conosciuto ai suoi tempi. Tornando alla realtà che le fonti giustamente ci impongono, dobbiamo ammettere con rammarico che abbiamo ben poche testimonianze attendibili e che anzi, l’unica fonte è un manoscritto della Biblioteca Medicea, che contiene un Viatico tradotto in lingua greca “a Costantino Rhegino, primo a secretis”, ed un simile manoscritto è stato reperito presso la Biblioteca di Vienna (2). Costantino in ambedue le fonti viene definito “Rhegino” ma egli fu nativo di Reggio , oppure vi approdò o si trattenne quando arrivò dall’Africa? E se fu così da dove proveniva in origine? Possiamo solo azzardare delle ipotesi e sembra secondo che scrive, più possibile quella che egli fosse nativo di Reggio, poiché mostra una conoscenza perfetta sia del latino, del greco che dell’arabo, cosa che non stupisce, poiché in Calabria le lingue ufficiali all’epoca erano due, e cioè il greco ed il latino, e nella vicinissima Sicilia vi era pure l’uso di scrivere in arabo. Il nome Costantino poi, è di chiara matrice bizantina e potrebbe ancora rafforzare questa ipotesi; le notizie che abbiamo con chiarezza risalgono comunque al periodo salernitano, dove trovò gloria e fama, di cui pare non si preoccupasse affatto preferendo vivere nel Monastero dei Benedettini di Sant’Agata ad Aversa, e non presso i fasti della Corte come si trova scritto nella Chronica di questa città:”... In hoc coenobio positus, transtulit de diversorum gentium linguis libros quam plurimos... “(3), e morì a Montecassino dove scrisse pure le sue opere.
La vita di Costantino appare molto più semplice di quella che la tradizione gli ha imposto accumulando avvenimenti inverosimili; egli infatti lasciò la sua eredità di medico e traduttore ai due suoi discepoli che erano anche loro monaci cassinesi e cioè Attone che fu Cappellano dell’Imperatrice Agnese, e che:”... ea quae Costantinus diversis linguis transtulerat, cothurnato sermone in Romanam linguam descripsit... “ e Giovanni: “... qui obiit apud Neapolim, ubi omnes libros Costantini, magistri sui, retiquit... “(4).
Se sulla storia della vita di Costantino esistono dubbi, è però altrettanto provato dai documenti che egli compilò, come alcune opere, che sono compendi di scritture arabe, ed altre ne tradusse in latino, con lo scopo di arricchire la letteratura medica italiana, come egli stesso dichiara nella traduzione del libro d’Isaak sulle febbri, che dedica ad un tal Giovanni, osservando paternamente che comunque questi nell’infanzia avesse pur studiata la medicina, e che per le persecuzioni e l’esilio poteva aver dimenticato le tanto amate dottrine, e che ora egli gli traduceva dall’arabo in latino il libro di Isaak, perché gli potesse servire d’istruzione. Dunque questo Giovanni, medico pure lui, aveva studiato opere diverse da quelle che il Rhegino gli faceva conoscere per la prima volta. Si calcola che Costantino sia arrivato a Salerno nel 1076 circa, quando appunto regnava Roberto il Guiscardo, che aveva tolto appena un anno prima la città a suo cognato Gisulfo; ciò è confortato ancora dal fatto che verso il 1080 abbiamo notizie della diffusione dei libri arabi nel meridione, mentre prima venivano solo usati manuali di tipo galenico-ippocratico.
Le opere di Costantino non sono riportate tutte dai codici di nostra conoscenza, ma Leone Ostiense ce ne dà lo stesso una descrizione ordinata:”... 1.Pantegni, che divise in dodici libri, in cui espone ciò che importa sapersi dal Medico; 2. Pratica, in cui espone il modo con cui il medico custodisce la sanità, e cura le malattie; 3. Il Libro Graduum Simlicium; 4. Dieta Ciborum; 5. Febrium, che tradusse dall’arabo; 6. De Urina; 7. De Interioribus Membris; 8. Viaticum, che divise in sette parti, cioè dei morbi che nascono nel capo, quindi dei morbi della faccia, ecc...; 9. De Instrumentis; 10. De Stamachio, et intestinorum infirmitabus; 11. De languore hepatis, renum, vesice, splenis et fellis; 12. De his, quae in exteriori cute nascuntur; 13. Expositionem Aphorismi; 14. Librum Tegni; Magategni; Micritegni; 15. Antidotarium; 16. Disputationem Platonis et Ypocratis in sententiis; 17. De simplici medicamine; 18. De Ginecia; 19. De Pulsibus; 20. De Experimentis; 21. Glosas herbarum et specierum; 22. De oculis.
Di queste opere non ne rimangono per altro che solo alcune stampate dal tipografo Enrico Petro a Basilea nel 1536 e nel 1539, col titolo:” Sumi in omni philosophia viri Costantini Africani Medici operum reliquia hactenus desiderata”.
Nella Biblioteca Reale Borbonica (Plut. VIII. Let. D. n. 39), si trova manoscritta su di un codice membraceo in folio, (scrittura del XII secolo), una parte dei Pantegni di Costantino, mutilata dalla prima parte, e con il resto ordinato in modo diverso da quello dell’opera pubblicata a Basilea più tardi. Il Pantegni, secondo le indicazioni di Paolo Diacono doveva contenere in dodici libri tutta la medicina. Questo codice ne contiene dieci, e manca la quinta parte che potrebbe risultare fusa anche con la sesta. L’opera si conclude con una Sinonimia di alcune piante, come spesso si trova in tutte le opere mediche di Mesue e di altri autori arabi. Questo codice bellissimo, istoriato in rosso e azzurro è di grande importanza poiché sembra trovare colà proprio le indicazioni di Leone Ostiense, e le prime parti mancanti probabilmente erano state riportate su di un precedente codice perduto. I critici attribuiscono Il Pantegni ad Alì Abate, e Costantino non fece altro che tradurlo, commettendo pure qualche piccola infedeltà come quella dei capitoli trattati a cui scambia l’ordine di sequenza introducendovi anche qualcosa di Isaak, autore molto considerato dall’Africano. Molti critici hanno creduto che parecchi codici che si trovano a Montecassino siano autografi di Costantino: noi più prudentemente ci limitiamo a considerare autografo solo il Codice 200, intitolato “Chirirgya Costantini Africani”. Copia dell’originale di Costantino potrebbe essere quello che contiene il Pantegni, che sappiamo fu tradotto in buona parte dall’Africano, e per il resto da Giovanni Saraceno, più volte nominato da Costantino nella sua traduzione di Galeno.
Il nostro Rhegino tradusse anche gli Aforismi di Ippocrate, ed alcune opere di Galeno che però sono ben poca cosa rispetto alle magnifiche traduzioni che opererà più tardi Nicola da Reggio. Egli tenne in grande considerazione alcuni trattati scritti da autori italiani, avendo ricopiato con fedeltà il trattatino sui medicamenti estratto Dal Regno Animale di Sesto Placito, o Platonico di Pavia, che pare essere fiorito nell’XI secolo. L’importanza di Costantino non fu perciò in queste traduzioni e stesure di codici di cose che già erano conosciute a Salerno, ma nell’aver introdotto in questa scuola, l’influenza araba attraverso queste traduzioni che rielaborò con quello spirito, e fu questa l’unica ma grande influenza che intaccò il carattere strettamente fedele dell’insegnamento di stampo rigidamente greco-latino della Scuola. Grandi lodi ne fa Leone Ostiense che lo definisce: “... Philophicis stidiis plenissime eruditus: Orientis et Occidentis Magister: novusque effulgens Hippocrates...”. (5). Altri medic, non ne fecero gran conto e tuttavia adottarono questa traduzione, come dichiara Taddeo Fiorentino medico del XIII secolo: “ ... Io l’adotto non perché fosse la migliore, ma perché più comune; nam ipsa pessima est, et superflua et defectiva, nam ille insanus Monacus in trasfernso peccavit quantitate et qualitate: ma non così la tradizione di Burgundio Pisano, la quale è migliore... pure, benchè di malavoglia, tuttavia adotterò quella di Costantino, come più conosciuta...” (6); ed infatti, nell’opera intitolata Articella Novissima per excel. Doct. Dominum Hieronymum de Saliis Faventinus recognita, repurgata, etc. edizione veneta di Scoto del 1523, viene riportata la traduzione di Costantino Africano in contrapposto a quella Laurenziana, ed all’altra di Leoniceno. Tuttavia l’opera del Reggino era piena di sottigliezze, che certo ricalcano le orme dello stile arabo, ma che ci danno un’enorme mole di particolari tanto che egli fu citato anche da molti altri scrittori famosi dell’epoca, che se non ne ammiravano lo stile furono comunque costretti ad ammettere che si trattava di un opera quasi completa come sostennero seppur a malincuore Simone da Genova (Tredicesimo secolo) e Pietro D’Albano (nel quattordicesimo) che lo ingiuria grossolanamente e però si trova costretto ad usare il suo breviario perché completo; l’opera di Costantino presenta dei punti interessanti anche se in genere, l’anatomia e la fisiologia poco differiscono dalla stampo Galenico, ed anzi spesso la descrizione appare appannata rispetto a quella del grande medico ellenico, perché inquinata da elementi arabeggianti, come quando sostiene che l’organo del tatto sia costituito dalla sola pelle che determina diverse sensazioni tattili più o meno a seconda dello spessore che essa ha nelle varie parti del corpo. Concorda poi con le teorie ippocratiche che sia l’uomo che la donna provano piacere nell’atto sessuale differenziandosene però quando sostiene che anche l’orgasmo derivi dalla qualità esterna della pelle. La teoria della generazione è invece tratta in parte dal Perì Gones di Ippocrate e perciò di stampo tradizionale, caro alla scuola di Salerno ed in parte si rifà agli esperimenti di Erofilo ed Erasistrato presso il Museo di Alessandria, dove venne scoprta la funzione dei testicoli; seguendo perciò anche una tradizione cara alle ricerche biologiche arabe, Costantino si spinge troppo affrettatamente ancora più avanti sostenendo che le donne sia provviste anche loro di due testicoli che dalla regione lombare attraverso due prolungamenti interni riversano il seme nell’utero. La teorizzazione di un seme femminile si allaccia nuovamente a quella biologica di Ippocrate così come quella dell’incontro del seme dei due genitori che darà vita ad un germe. Elementi arabi subentrano nuovamente quando egli tenta di spiegare la formazione di maschio e femmina, e sul raffreddamento del seme femminile che diventerebbe così infecondo. Del resto leggendo i trattati ginecologici di stampo ippocratico si incontrano tali fantasiose descrizioni che sono però frutto di aggiunte poste molti anni dopo e da traduzioni e rifacimenti arabi. Anche la patologia, costruita su una solida base di tipo galenico si incrosta inultilmente di sottigliezze arabiche ed esagerate distinzioni di stile aristotelico. Lo spirito senza materia produce alcuni morbi; e lo spirito può essere vitale, se è fondamento della vita e materia del calore naturale; animale se è invece fondamento della virtù appetitiva, contenitiva, digestiva ed espulsiva. Ippocraticamente gli umori agiscono per la quantità e aristotelicamente anche per la qualità dando così luogo a diversi accidenti, secondo ciò che avviene nella bile, nel sangue nell’atrabile o nel flegma. Le cagioni possono essere anche esterne come freddo, calore e veleno ma possono essere anche interne come i movimenti del corpo e dell’anima. Sarebbe troppo lungo descrivere anche la chirurgia, le divisioni nosologiche e la terapia di Costantino, poiché abbiamo già visto che si tratta di un misto di conoscenze di tipo ippocratico-galenico-aristoteliche, condite con idee averroiste (7), e successivamente descritte con sottigliezze di tipo arabo trascurata è stata invece una parte importante del lavoro del Reggino, e cioè i libri sulla Malinconia dove per la prima volta si trovano compendiate in perfetto ordine tutte le ricerche svolte nei secoli su questo tipo di affezione, e veniamo così a sapere che esisteva il Libro di Rufo Efisio, specialista di questa malattia; per fortuna Costantino lo riportò con grande cura all’interno del suo grande compendio. Questo studioso tra i pregi ed i tanti difetti della sua opera, ha avuto un merito tanto grande che è stato quello di dare non solo una notizia certa dell’arrivo della medicina araba a Salerno, ma anche quello rilevantissimo di aggiungere alla biblioteca medica del tempo alcuni libri di Isaak, di Alì Abate, alcuni nuovi compendi di libri pratici mai arrivati prima in Occidente, e soprattutto alcuni compendi dietetici e farmaceutici di tipo galenico. Queste nuove cognizioni non tarderanno a comparire negli scrittori che lo seguirono subito dopo in terra campana. Nessuna prova si è trovata che siffatte notizie si possedevano prima di allora.
Possiamo concludere dicendo che Costantino Rhegino fu un personaggio importante; scienziato ed amante della medicina la esercitò di sicuro a Salerno e probabilmente anche a Reggio dandole lustro anche nelle Scuole più prestigiose del suo tempo, ci è sembrato perciò giusto farlo almeno conoscere, anche se la sua fama fu soverchiata nel tempo da altri nomi e da altri personaggi.
Note:
1. F. De Rensi: Collectio Salernitana, Filiatre Sebezio, Napoli, 1854; dello stesso autore, Storia Documentata della Scuola Salernitana, Napoli, 1854, su Costantino si veda il vol. I, cap. IV, art. 1, nr. 24, pag. 218. Su Nicola Deoprepio si possono consultare i seguenti testi: De Rensi, op. cit., vol. II, pag. 287; F. Lo Parco, Niccolò Da Reggio, Grecista Italiota del secolo XIV, Napoli, 1909; R. Weiss: De translator from the greek of the Angevin Court of Naples, in Rinascimento, I fascicolo 3/4, 1950; D. Spanò-Bolani: Storia di Reggio Calabria, Edizioni D’Angelo, 1891, vol. II pagg. 289-290; Mariangela Jelo: Nicola Deoprepio, un greco traduttore di Ippocrate e Galeno presso la Corte di Roberto d’Angiò, vol. 55 Parnassos, Atene, 1991; Mariangela Jelo-Natsis: La medicina nell’atichità: Nicola Deoprepio, un reggino erudito presso la Scuola di Salerno e la Corte di Roberto d’Angiò, in Helios Magazine, nr. 2/96, Reggio Calabria, pagg. 24-26
2. Bendini Cat. M.SS. graecos Bibl. Florent, vol III, pag. 142
3. Nessel. Catal. Bibl. Vindoh. Part. III, pag. 31; Chrn. Casinens. Lib. III, cap. 35
4. F. De Rensi, op. cit. pag. 219
5. F. De Rensi, op. cit, testimonianza pag. 222
6. F. De Rensi, op. cit. pag. 223
7. F. De Rensi, op. cit. pag. 222-226