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LO SPAZIO ANTROPOLOGICO


Editoriale di Pino Rotta
(nella foto un gruppo di etnia Abron)

 


Un cristallo, un albero, un airone, una città, una persona. Cosa hanno in comune tutte queste cose? Se ci fermiamo all'aspetto esteriore, la risposta potrebbe essere: nulla. Ma se analizziamo tutto ciò scendendo un poco nel particolare possiamo trovare almeno un elemento che li accomuna: tutte sono degli organismi strutturati. Il livello di strutturazione poi evidenzia un'altro elemento di similitudine: la complessità. L'uomo in particolare assume in sè il massimo di complessità che possiamo cercare in un organismo strutturato, perchè nell'uomo, oltre alla complessità della sua natura biologica, troviamo quella della personalità. La comprensione dei meccanismi che regolano la struttura ci da una certa capacità di gestire funzionalmente tali meccanismi, per farlo efficacemente dobbiamo tenere presente che l'uomo è una struttura dinamica in continua simbiosi con il suo ambiente naturale ed antropologico. Certo nella società occidentale contemporanea il grado di complessità dell'organizzazione sociale, unito alla velocità degli scambi , pone seri problemi alla nostra capacità di comprensione e gestione di questi meccanismi con effetti sulla personalità e sul comportamento individuale e di gruppo spesso caratterizzati dal senso di impotenza e di angoscia. E' necessario elaborare nuovi linguaggi e nuovi sistemi di interazione sociale che diano ad ognuno il senso di appartenenza al tutto senza sacrificare l'unicità dell'individuo (Pino Rotta, Medioevo ultimo atto, Ed. Club Ausonia, 1994). Partendo dall'osservazione delle strutture più semplici, forse, riusciamo a capire che è possibile raggiungere qualche risultato, evitando comunque la tentazione verso le solo apparentemente più comode scorciatoie e semplificazioni. Riusciamo soprattutto a capire la naturale integrazione tra gli elementi biologici e quelli culturali nel comportamento dell'uomo, sia come individuo che come gruppo, questa è la qualità prima dell'essere uomini. La capacità di inventare sovrastrutture culturali capaci di gestire bisogni materiali ed emotivi. L'antropologo Alexander Alland nel suo studio sugli Abron della Costa d'Avorio e dei Semai della Malacca (A. Alland Jr., L'imperativo umano, Ed. Bompiani) ci descrive un complesso di norme comportamentali caratteristico di quelle popolazioni che riescono a contenere in misura estremamente bassa le manifestazioni di aggressività tra i membri di quei villaggi e tra essi e le popolazioni limitrofe. L'obiettivo di Alland è quello di dimostrare che l'aggressività non è affatto un elemento incontenibile del comportamento umano, che essa non viene imposta da inesorabili leggi scritte nel nostro patrimonio genetico, ma, al contrario, ancorchè istintiva, l'aggressività umana risponde in maniera notevole ai condizionamenti ambientali e viene di norma sublimata in comportamenti ritualizzati e quindi gestita culturalmente. Lo studio di Alland ci offre un importante punto di osservazione su come fondamentali bisogni economici ed esigenze di appagamento emotivo vengono fatti corrispondere a particolari forme di strutture della società, dei rapporti di produzione e dello spazio fisico. Conosciamo dagli studi di etologia l'importanza della territorialità fra gli animali e sappiamo che in parte anche l'uomo risponde a questo esigenza. Ma sono proprio gli studi di etologia comparati a quelli di antropologia che ci evidenziano il radicale distacco dell'uomo dagli istinti elementari degli altri animali, anche dei primati. La caratteristica dell'animale umano è la capacità di strutturare l'ambiente in cui vive per renderlo funzionale non solo ai propri bisogni materiali, ma anche in funzione delle proprie esigenze emotive. Cioè l'uomo organizza lo spazio in cui vive, gli affida delle funzioni simboliche e normative per mantenere la sua struttura organizzativa. E questa attività non è mai statica, ma è in continua evoluzione per gli stimoli che le strutture organizzative hanno dall'esterno e per le spinte destrutturative che subiscono dall'interno. Torniamo all'esempio degli Abron studiato da Alland. Questo popolazione di circa 10.000 individui alla fine del XVII secolo si trovò a scegliere se sottostare alla supremazia politica della Confederazione Ashanti, combatterla o abbandonare il proprio territorio. La maggior parte della popolazione Abron che vive oggi al confine tra il Ghana e la Costa d'Avorio è figlia di quelli che preferirono spostarsi dal proprio territorio d'origine migrando verso ovest, dove pacificamente occupò una parte di territorio popolato dai Kolongo. Lì si stabilirono portandosi dietro non solo la propria struttura sociale ma anche quella produttiva. Per gli Abron infatti, che erano coltivatori, la proprietà della terra non era un fatto consueto, limitandosi a sfruttare le risorse che riuscivano a procurarsi con la coltivazione di un particolare tipo di patata, lo yam. La struttura sociale basata su una discendenza matrilinea, vedeva gli uomini e le donne occupare spazi abitativi differenti all'interno del villaggio. Anche dopo il matrimonio, le donne rimanevano nella casa della madre o della zia materna e gli uomini nella casa del padre o dello zio materno, e le successioni di eredità erano organizzate in funzione dei rapporti di parentela con la madre e non con il padre. Qui assistiamo ad una prima importante strutturazione dello spazio in funzione culturale. La divisione dei due sessi in abitazioni separate dava la possibilità di contenere al massimo i conflitti insorgenti per cause sessuali, ma anche la norma di successione della proprietà, prerogativa della donna, aveva una funzione conservativa della struttura sociale. Il secondo aspetto importante per la comprensione della struttura sociale Abron è quello relativo all'educazione dei bambini. Abbiamo già detto della loro attitudine ad inibire i comportamenti aggressivi attraverso delle norme comportamentali appropriate imposte sin dai primi mesi di vita, attraverso sanzioni anche di tipo violento, seppure espresse più attraverso una violenza di tipo verbale piuttosto che fisica. All'età di poco più di un anno i bambini venivano improvvisamente svezzati (le madri usavano intingere i capezzoli con del pepe per rendere sgradevole l'allattamento e facilitare un'alimentazione diversa). E' in conseguenza di questo trauma emotivo, secondo Alland, che nella cultura Abron avevano un ruolo le streghe. Queste figure, a metà strada la il mondo reale e quello soprannaturale, di natura sempre malvagia, colpivano sempre e soltanto gli appartenenti ai propri nuclei familiari. Particolari pratiche magiche avevano il compito di scoprire l'esistenza delle streghe (quasi sempre dopo la loro morte) e di infliggere loro una punizione per i danni che avevano provocato. Questa pratica magica era una forma di proiezione dell'aggressività frustrata che gli Abron subivano sin da bambini. Il risultato era comunque che tra i componenti del villaggio l'aggressività non veniva concretizzata in comportamenti violenti, e questo consentiva una conservazione della struttura sociale molto efficace. La separazione delle abitazioni tra maschi e femmine, l'invenzione della figura delle streghe e le norme di successione ereditaria degli Abron sono un magnifico esempio di come l'uomo riesce a conciliare le proprie esigenze materiali e quelle psichiche al fine di creare e conservare una efficace struttura sociale. Altro tipo di organizzazione sociale, fondata sulla non violenza e sull'inibizione dell'aggressività, è quella descritta da Alland che riporta uno studio compiuto da Robert Dentan nel suo soggiorno di più di un anno tra i Semai della Malacca (Robert K. Dentan, The Semai: A noviolent People of Malaya, New York, Holt, Reinehart and Winston, 1968). A differenza degli Abron i Semai adottano una forma di educazione dei bambini alla non violenza non con la repressione dei comportamenti aggressivi, ma con una sorta di esempio comportamentale. La regola generale è la permessività e la trasgressione viene redarguita attraverso una trasmissione psicologica del panico che gli adulti provano quando vengono esposti alla violenza dei fenomeni naturali, di quelli ritenuti sovrannaturali o comunque sconosciuti (sono molti diffidenti versi gli stranieri). I bambini non vengono mai puniti fisicamente ma vengono indotti a temere la trasgressione delle norme di comportamento. Quest'atteggiamento non violento viene indirizzato anche verso gli animali. "I Semai parlano e fischiano agli uccelli domestici e gli si affezionano. Si comportano con affetto ancora maggiore con i cuccioli dei quadrupedi, adottano piccoli animali con la stessa premura con cui adottano bambini, gli sono affezionati come ai bambini, si rivolgono loro chiamandoli "figli", danno loro dei nomi e arrivano persino ad allattarli... I cuccioli sono venduti raramente, e non vengono mai mangiati." (The Semai, op. cit., pag. 34). Questi esempi di comportamento non aggressivo sono un modello molto importante per capire che se si vuole conoscere gli elementi che regolano la vita individuale e sociale degli uomini non ci si deve riferire al loro patrimonio genetico, ma alla loro propensione e capacità di elaborazione culturale non solo delle relazioni interpersonali ma anche della natura e dello spazio fisico e psicologico. Le streghe (superstizione ma anche capacità creativa dell'uomo) tornano sempre quando ce ne è bisogno.

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