L'UOMO E LA STRUTTURA SOCIALE


di Carlo Calabrò


Per Montaigne siamo tutti fatti di pezzetti e di una tessitura così uniforme e cervellotica che ogni frammento, ogni momento va per suo conto. E vi è altrettanta diversità tra noi e noi stessi che fra noi e gli altri. Per Hobbes l'uomo è così pervaso dalla bramosia di potere e di possesso da essere disposto ad instaurare un furibondo conflitto con gli altri uomini pur di conseguire il proprio obiettivo e solo il potere inibente dello stato può frenarne gli istinti egoistici. Per Freud l'individuo nasconde nel sub-conscio un crogiuolo ribollente dove si agitano istinti primitivi, passioni e pulsioni sessuali in attesa del momento opportuno per esplodere. Queste concezioni circa la natura dell'uomo sembrano sufficientemente rappresentative della miriade di altre elaborazioni teoriche messe a punto dal pensiero politico e filosofico occidentale nel corso di due millenni. Tutte e tre fanno emergere in maniera abbastanza evidente la impossibilità per l'individuo di misurarsi con qualsivoglia struttura sociale. Per la prospettiva sociologica ogni uomo, lungi dal rappresentare un essere unico ed irripetibile, è un essere impegnato in una continua interazione con tutti gli altri componenti del gruppo e con il contesto ambientale in cui si sviluppa la sua personalità. Non negano i sociologi che l'uomo possa manifestare aspetti individuali ed irrazionali nel suo comportamento, affermano semplicemente che fin dalla nascita egli inizia un percorso di apprendimento sociale che progressivamente affina i più spigolosi residui della sua natura selvaggia e primitiva e canalizza i flussi di energia verso il conseguimento di obiettivi socialmente condivisibili, di alto contenuto morale ed altruistico. Naturalmente sia nelle strutture sociali più semplici e primitive che in quelle più evolute e complesse delle società post-industriali esistono delle norme consuetudinarie o codificate che delimitano la regione entro cui il comportamento del singolo è considerato lecito. Nel caso in cui in uno o più soggetti dovessero manifestarsi spinte irrazionali ed istintuali che potrebbero trasformarsi in esiti esiziali per il sistema consolidato, scattano immediatamente i meccanismi sanzionatori predisposti dalla comunità a protezione dell'integrità della struttura (le sanzioni sono graduate con riguardo al gradiente di pericolosità della minaccia - nei casi più lievi si può tentare il recupero del "reo", nei casi più gravi esso viene espulso dal gruppo). E' chiaro che le singole strutture sociali presentano un variegato ventaglio di possibilità ed opzioni organizzative che sono generalmente dimensionate ai compiti, alle funzioni, alle prospettive ed agli scopi programmati. Esistono sistemi che rispondono ad una esigenza strutturale-funzionale in cui le azioni e le istanze sociali convogliano la maggior parte degli sforzi verso il raggiungimento di un equilibrio omeostatico (stato di un sistema in cui l'esatto bilanciamento fra ingresso e uscita consente di mantenere costanti i parametri caratteristici dello stato stesso al variare delle condizioni ambientali; è caratteristico degli animali superiori, come capacità di autoregolazione volta a mantenere la stabilità dell'ambiente interno indipendentemente da fattori disturbanti interni ed esterni, ed è soggetto di studio della cibernetica. G. D. d. L. I. UTET vol. XI) interno ed esterno che li renda immuni da scossoni e pericoli rivoluzionari (ne sono esempio eloquente gli stati dell'Europa Comunitaria e quelli del Nord-America, dove il benessere economico, la ricchezza e varietà dei beni strumentali e di consumo, l'elevato tenore di vita dei singoli e della collettività, garantiscono una sostanziale stabilità politica). Sul fronte opposto, nei sistemi dove predomina un elevato gradiente di conflittualità la struttura sociale è caratterizzata da una accentuata tendenza alla precarietà. Allorchè il sistema raggiunge un picco di saturazione è costretto a scegliere le linee guida della sua evoluzione e transizione verso nuovi equilibri. In questi casi la leadership del cambiamento viene quasi automaticamente assunta dall'individuo o dal sottogruppo che riesce a percepire in anticipo i possibili sviluppi. Una volta innescato il meccanismo rivoluzionario il leader o il gruppo che ne assume il comando ed il controllo deve dimostrare di meritare il consenso, gestendo al meglio gli inevitabili contraccolpi derivanti dai sacrifici che il cambiamento impone. Se il movimento rivoluzionario ha imboccato un sentiero irreversibile la struttura sociale non ammette più ripensamenti o titubanze di sorta. Il leader che si dimostrasse incapace di gestire le fasi più delicate verrebbe inesorabilmente esonerato o dagli elementi più ardimentosi del suo stesso gruppo o da un leader alternativo più spregiudicato ed intraprendente, capace di spazzare via indecisioni ed incertezze ( i passaggi più drammatici della perestroika gorbacioviana ne costituiscono l'esempio più significativo. Infatti nel momento in cui Gorbaciov si rivela incapace di gestire il meccanismo che ha ideato ed avviato, viene proditoriamente sbalzato dalla sella di comando da uno Eltsin più determinato e temerario che si assume l'onere di completarne l'opera). Ovviamente quelli che precedono volevano essere solo alcuni spunti di riflessione sul concetto di struttura sociale, argomento sul quale ci si riserva di ritornare con più articolati, ampi e documentati resoconti. Già nel prossimo numero sarà trattato il concetto di bene comune sia sotto il profilo della valutazione individuale che della dimensione di significato che attribuisce la collettività.


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