IL NUTRIMENTO LOGICO

cifrematica
di Giancarlo CALCIOLARI


Il nutrimento o entra nella parola come intellettuale o gli umani sono votati alla sostanza e alla morte, al principio di sostituzione. Sono spacciatori e spacciati. Soggetti alla sostanza e soggetti alla morte. Da Marx a Heidegger. E Schreber con estrema ironia trova ora il dolce sapore della voluttà e tal'altra il cattivo gusto del veleno cadaverico. Padroni e schiavi del rimedio e del veleno, del grasso e del magro, cercano di togliersi la fame, di non aver paura della fame. La morte di fame non è un fatto. È impossibile morire di fame, come fantasticava Freud. Il fantasma di morte opera e non agisce. E l'appetito non vien mangiando, come crede il bestiario sociale e politico: è indice della direzione pulsionale. La rappresentazione del grasso e del magro costituisce un'invischiamento nel fantasma materno, una forma di parassitismo vegetativo, di botanica fantastica, di albero genealogico al posto della relazione. Il grasso e il magro da modo dell'apertura rappresenterebbero la dicotomia della relazione. Solo così il grasso e il magro potrebbero essere i segni della predestinazione sociale. In tal senso non c'è cucina grassa o magra. L'ossimoro è inattribuibile alla cucina. È la cucina a procedere dal grasso magro come modo dell'ironia, del due. La prescrizione e la proibizione alimentari, nella forma di "mi piace questo" e "non mi piace quello," di mangio questo ma non quello, creano sul principio del terzo (alimento) escluso la sostanza come forma di sconfessione della materia della parola. Non si tratta di mangiare ciò che non si vuole, ma di constatare come la cucina e il nutrimento intellettuale non sottostiano alle categorie del volere, potere e dovere. Chi mangia ciò che vuole è grasso. Chi non mangia ciò che vuole è magro. In entrambi i casi il nutrimento è l'altra faccia della morte. Chi mangia o chi non mangia ciò che vuole è telecomandato dalla sostanza, dalla droga tutta. È la marionetta del nutrimento gnostico, del veleno cadaverico o del nettare erotico che i nervi di Dio scaricano in Schreber. Ironia estrema del presidente che dice di dormire ugualmente bene o male anche senza farmaci, anche senza sostanza. O entra nella parola oppure il cibo è droga o farmaco, sostanza buona o cattiva, prescritta o proibita. Ossia dicotomizzando la fame - per esempio nutrendosi solo di cose buone - metà nutrimento è escluso. Il pasto è nudo, come l'albegra del bisogno e del nutrimento proposta da William Burroughs, esperto in sostanze per salire e per scendere, per viaggiare e per implodere. Le cose entrano nella parola: risiede qui la sacralità del banchetto cifrematico. Non occorre quindi sacralizzare le cose affinché accedano al simbolico. Nel banchetto drogologico, quello che esce dalla farmacia di Platone, la sacralità è legata al rito sacrificale, anche con l'amore supposto del soggetto e non dell'oggetto. In questo senso sacralizzare l'atto di mangiare corrisponde a credere in una sua natura cannibale. Quindi il cibo non è da sacralizzare: entra nella parola come intellettuale. Perché sacralizzarlo se fa già parte della saga? La sacralizzazione del cibo resta una pratica pagana, la stessa che oppone la natura alla cultura, il crudo al cotto, e tuttavia accentua il sacro al posto di riuscire a cancellarlo. La sacralizzazione del banchetto sarebbe lo strumento per instaurare un filo diretto con l'aldilà, per materializzare Dio nella sostanza comune e così divinizzare l'uomo in un rito di unione mistica: la tavola come luogo della gerarchia divina. La tavola del nome del nome, dell'ordine genealogico. L'ordine tanatofago, teofago. Nella mitologia celtica gli eroi morti in battaglia si nutrono nell'altro mondo della carne del Grande Maiale. Nutrirsi dell'animale fantastico è la base della communio mistica, che implica una cucina di base nel senso in cui Schreber parla di lingua di base. Per questa via la gastronomia è la nominazione della bestia identificata a partire dal suo ventre. E il nome totemico è sia animale sia vegetale sia minerale. Come se fosse possibile nominare l'animale, l'albero, la pietra. Come se la lingua di base fosse quella adamitica. La mitologia greca e quella romana hanno sognato un'età dell'oro vegetariana, in cui le erbe, le radici e i frutti spontanei sarebbero stati sufficienti a nutrire l'uomo. La cucina dell'ozio. Ma la palma della vita consegna nient'altro che la vita della palma, la vita vegetale, ossia senza invenzione e gioco, senza poesia. Inoltre la bevanda inebriante, dal simposio greco al banchetto dei rituali celti e germanici, non ha nulla a che vedere con l'eucaristia, ma col padroneggiamento della sostanza immutabile, l'altra faccia della morte. Sino a che la bevanda stessa diventa padrone assoluto. "Mangiate e bevete" non è il punto più alto della teofagia, il punto in cui Dio sarebbe mangiato e bevuto, crudo, come un gesto d'amore che riscatterebbe tutta la violenza dell'atto alimentare, ma come la transustanziazione, proprio perché non c'è più sostanza. Il pasto totemico può qualificarsi come antropo-psico-sociologico, quindi come teologico. Pasto fantasmatico che opera ma non agisce; e negare l'operazione serve solo a passare all'azione, a negare l'occorrenza a favore della necessità famelica. Malgrado la regola paradossale di Dioniso di mescolare l'acqua al vino, che è un pretesto per interrogarsi sullo statuto dell'acqua e del vino nella parola. Il vino, come sangue, è l'indice dell'automazione delle cose, quindi del dispositivo. Ma il pane e il vino supposti parte della sostanza, del cibo sostanziale, potenziale (buono o cattivo), quindi cibo gnostico, cominciano a irregimentarsi nelle buone maniere, come quelle dettate da Teognide di Megara nel VI° secolo prima di Cristo. Non è un caso che quando il banchetto è considerato drogologico si pone la questione di disciplinarlo: ecco i trattati morali, i vari galatei. La fame è un modo della tentazione sostanziale e mentale, è una variazione del cannibalismo. Come può l'appetito diventare la sua sentinella, il segno dell'eroe guerriero, anche come appetito sessuale? L'eroe è un animale fantastico famelico. Appartiene all'ordine del nome della bestia, l'araldica. Allora l'eccesso come regola è l'apoteosi del discorso della festa, del pasto totemico, quello che per Freud è la prima festa dell'umanità. Questa capacità d'ingoiare è premiata anche nella società postmoderna che ne fa delle vedettes dello spettacolo. Gesù digiuna quaranta giorni e quaranta notti e dopo ha fame, ma non trasforma le pietre in pani, come gli suggerisce il diavolo. Dice che l'uomo non vive di solo pane, ma della parola. Il medioevo si sostiene su una morale del mangiare e del bere molto, e solo nel rinascimento si dissipa la credenza nella fame .Il pasto riceve un primo statuto intellettuale con la Cena di Leonardo. E il cibo non ha più nulla da spartire con la paura della morte. Machiavelli lo conferma nella famosa lettera a Vettori del 4 febbraio 1514, dove dice che si pasce di quel cibo che solo è il suo e che per ore e ore non sente alcuna noia, dimentico di ogni affanno, non teme la povertà, non lo sbigottisce la morte. Chi ha paura di morire mangia la paura, mangia la morte quotidiana e non ha il tempo per l'arte, per la cultura e per la scienza. E pratica la caccia all'uomo, al cervello, all'intellettuale colpevole di vivere d'aria, di leggerezza e di sogno. Nel rinascimento il banchetto diviene figura del dispositivo: così il principe acquisisce lo statuto dello stratega dell'esperienza e non più del grande divoratore di cibo, donne e soldi. Mentre il principe come "potente" e il popolo come insieme degli "impotenti" richiedono il nutrimento come segno della fallologia sociale. Per altro il grande mangiatore mangia la vita e è divorato dalla vita stessa. Vedere sempre nel banchetto la rappresentazione sociale della differenza, e proporsi come paladino delle piccole differenze (gli affamati) contro le grandi differenze (gli affamatori) è il modo canonico di candidarsi al posto del grande divoratore, della bestia famelica. Marx denunciava il vampirismo capitalista per non saperne niente del discorso del vampiro, anche nella sua vita. Celiando, il vampirizzato potrebbe essere Hegel. Marx non ha digerito la dialettica di Hegel, al punto di vederla con le gambe per aria, ossia come un animale fantastico, come la vittima di un banchetto sacrificale. Dalla frugalità alla voracità, si tratta sempre del banchetto drogologico, della gestione di qualsiasi elemento preso come sostanza. Anche l'aria. E l'algebra della sostanza si fonda sullo stesso animale politico a tavola. Dall'ascetismo all'edonismo, sino all'equilibrio tra i due. L'eccesso della privazione come quello dell'abbondanza condividono lo stesso nutrimento sostanziale, dediti alla stessa santificazione del sangue comune che Freud ascrive al totemismo. Dal rifiuto pressoché totale del cibo degli eremiti all'equilibrio moderato di sant'Agostino, dal castigo di san Girolamo alla serena corporeità di san Francesco. Il naturalismo alimentare trova nell'orto la sua ragione di vita. Ma l'orto non ha nulla di naturale, e dimora nel cielo, mentre il giardino dimora nel paradiso. Senza il giardino l'orto si fa foresta della paranoia o deserto della schizofrenia. E la filosofia vegetariana propone l'orto come un rimedio contro la macelleria umana. Rimedio contro la santificazione del sangue comune e quindi suo colmo riproduttivo. Nello stesso tempo, questa filosofia insiste sul giardino, su una regione del cielo che esige la combinazione del corpo e della scena, senza più la necessità d'apparecchiare la scena per il sacrificio del corpo. Ulisse ammira l'orto di Alcinoo prima di entrare nel palazzo del re. La filosofia vegetariana, che resta un pensiero dell'anticucina, non sfiora nemmeno la cucina dell'orto, la cucina del labirinto con la sua alimentazione della ricerca. C'è pure la cucina del paradiso, con la sua alimentazione diplomatica, a cui fa riferimento Tallyerand parlando della stesura dei trattati di pace. Il pesce fa officio talvolta di anti-animale fantastico, e quindi è sacrificato in quanto tale come impossibile animale totemico, come animale straniero, secondo l'osservazione di un personaggio di Plutarco nelle sue Dispute conviviali. Il pesce come alternativa alla carne è sempre la morte da divorare. L'alternativa è la morte. Cibo dell'astinenza della quaresima. La meccanica del piacere, piuttosto che i meccanismi, appartiene alla logica operazionale che intesse la scrittura del piacere tra la logica delle funzioni e la logica dei punti. Meccanica che non è funzionalizzabile né può essere resa operazionale da un soggetto. Credendo nel soggetto del piacere della gola, la meccanica diviene irrazionale: il godimento si rappresenta col suo viso umano della sofferenza alimentare, quella della necessità di mangiare per vivere. Col cristianesimo il nutrimento è introdotto come un dono della provvidenza linguistica. La manna. Mentre senza parola non ci sono provvigioni ma il ciclo dell'obbligo alla sostanza: la tentazione del frutto proibito, la tentazione sostanzialista. Il suo animale fantastico è il serpente, il cerchio. Per l'appunto la tentazione sostanzialista trasforma il giardino in cerchio, nel luogo della morte. Il peccato di Adamo sarebbe quello di gola. Avrebbe ceduto alla tentazione sostanzialista. Per contro, Eva avrebbe ceduto alla tentazione mentalista, alla mediazione del tempo, al fatto di dare il consiglio "mangia". Questo vizio è quello della via facile, del raccolto senza industria e senza lettura. La lettura naturale. Eppure non c'è da resistere al peccato di gola, a nulla vale la lotta contro e nemmeno l'assunzione giubilatoria. Manco la rassegnazione al più piccolo comune denominatore del peccato, quello che i francesi chiamano per l'appunto: péché mignon. Bisogna mangiare secondo la necessità intellettuale, sessuale, cifrematica. E dire cifrematica non corrisponde a aggiungere uno zero a una somma che darebbe sempre lo stesso risultato; e non corrisponde nemmeno a moltiplicare per zero, che darebbe l'azzeramento di ogni questione. Quindi dire "cifrematica" la necessità corrisponde a situarla nella parola, nella sua logica e nella sua struttura, e non nel discorso. Il nutrimento è logico e il piacere è strutturale. Così il piacere del cibo è una forma di erotismo, di economia dell'oggetto e del tempo, della carne e del sangue. Per un verso il fantasma materno del cannibalismo e per l'altro il fantasma materno del vampirismo. Il piacere che se ne trae è sempre insoddisfacente. La sua parola d'ordine è "ancora". In questo senso si ritrova la connessione tra il cibo e l'erotismo sulla quale insistono i professionisti della vita facile, del pensiero unico unificante e debole. Il cibo non ha nulla di erotico perché è irrimediabilmente sessuale. Ma la drogologia propone il cibo come rimedio o come veleno, come facilitazione o come inibizione sessuale. La cucina afrodisiaca assume giubilatoriamente la vita. E la cucina esclusa da quella di Afrodite dovrebbe appesantire la pulsione. Che la sostanza sia eccitante o narcotica, proibita o prescritta, comporta sempre la morte come sua altra faccia. Anche quando la proibizione va dal cibo alle donne. Nella ascesi cristiana la donna con la quale non bisognava mangiare è fatta di debolezza della carne, che è umana. E tuttavia la carne non ha alcuna debolezza, al contrario la sua instaurazione indica la garanzia del banchetto cifrematico. E l'instaurazione del sangue indica l'assicurazione del pasto intellettuale. La proibizione di mangiare con le donne comporta la complicità tra i fratelli: in questo senso la compagnia è sempre omosessuale. Questa proibizione partecipa alla santificazione del sangue: la parità sessuale si rappresenterebbe nella trasparenza del sangue comune. L'ingegneria genetica lavora su questo incubo per realizzare una briciola d'immortalità. La cura non è in correlazione col cibo sostanziale. Esige il nutrimento intellettuale. Il contrappasso della cosiddetta cattiva alimentazione viene dalla credenza nella sostanza. L'algebra della sostanza, che va dal troppo al poco, si riassume nella mortificazione della vita, nell'abito cattivo, che è l'etimo stesso di malattia. La dieta di Ippocrate offre a Lévy-Strauss lo stesso schema: dalla natura alla cultura. La natura, la cucina della natura, la dietetica della pratica culinaria e la medicina come rimedio agli eccessi del cibo. In tal modo le ragioni di salute sono introvabili nell'esperienza di parola. Nel medioevo la scienza dietetica è promossa come protagonista della letteratura sul cibo. Parrebbe che nulla si possa mangiare se non per ragioni di salute. Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, partecipa ancora all'umanesimo, all'accademia della sua epoca, e quindi introduce la nozione di piacere dal viso umano: De honesta voluptate et valetudine, il piacere onesto e la buona salute. Il suo trattato sull'arte della cucina e del banchetto, domandando la garanzia della sua elaborazione alla letteratura classica, si qualifica come ricordo di copertura del banchetto platonico. Già Ateneo nella sua opera sui sofisti a banchetto comparava il suo libro al banchetto stesso, assicurando che il pasto sontuoso era come dipinto dalla disposizione del discorso, e che la disposizione del libro era la stessa del pasto. Queste briciole del dispositivo sono accumulate dall'antropologia del gusto per l'edificazione della strutture del gusto, come è il caso di Flandrin che parla di strutture del gusto nell'articolo "Il gusto e la necessità". Si tratterebbe di una struttura logica, quindi una struttura di base, la negazione dell'industria della parola, che implica la cucina senza scrittura dell'esperienza, ossia prescritta e prescrittiva, fatta per essere disattesa. È proposta dal dietologo quale ultimo farmacista della morte. Dopo di lui, il pasto sarà per davvero mortale, un trapasso. La dietetica non fondandosi sull'equilibrio della sostanza, s'appoggia sulla cura della parola, nell'intersezione tra la terapia e la formazione. Il nutrimento intellettuale non esiste in quanto tale. Si tratta del "come", della sostituzione senza principio di sostituzione. Ovvero delle tre sostituzioni: la condensazione, lo spostamento e la trasposizione, secondo la lezione di Freud. Il cibo non si presta a nessuna grammatica delle cose, è piuttosto un alimento anagrammatico. Mentre la grammatica della vita di David Cooper cercava la liberazione dal cibo cattivo santificandolo come sostanza da purificare, da sbiancare, apparecchiando la tavola della morte bianca, del suicidio. La parola è alimento insostanziale. Quindi il teorema di Verdiglione: c'è più vittima della parola, implica che non c'è più vittima dell'alimento, che la patologia alimentare appartiene al bestiario fantastico amfibologico. Grasso e magro non appartengono al self-service della tanatologia: sono ossimoro. Croce senza crocefissione di grassi e magri. Grasso e magro: ironia della sorte irrapresentabile. Mentre divengono ironia morale e sociale, comico e tragico, quando si cerca il taglio della relazione per fondare la serie dei grassi e la serie dei magri. Altra cosa è la parodia, tra umorismo, motto di spirito e riso, insomma con Stanlio e Ollio. Il nutrimento intellettuale richiede la tripartizione del segno introdotta con la cifrematica di Armando Verdiglione. Altrimenti c'è il cibo come segno. La predestinazione al cibo con la sua bipartizione in rimedio e veleno, in grasso e magro. Il nutrimento come zero, come nome, introduce il non dell'avere, l'impossessione delle cose. Non è la sostanza che l'organismo assume. Il nutrimento come uno, come significante introduce il non dell'essere, l'inontologia delle cose. Non è la morte che il soggetto assume. Il nutrimento come Altro, come intervallo, introduce il contingente, l'infinibilità delle cose. Non è la droga o il farmaco che il soggetto psicofarmacodrogologico assume. Quando il nutrimento s'instaura come intellettuale non è più questione di predisposizione al cibo degli angeli o al cibo dei diavoli. Si tratta di progetto e di programma di vita, inventando ciascuna volta dispositivi poetici, secondo l'occorrenza.


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