IL PESSIMISMO DEI MODERNI

Di Luigi CAMINITI


Le grandi idee in campo scientifico e filosofico sono quelle che, a torto o a ragione, durano. E' questa una affermazione che mi appare incontestabile per una serie di ragioni che si fondano per lo più su considerazioni di senso comune. La permanenza di una idea permette anzitutto che questa venga sviluppata, migliorata, che se ne possano verificare le deviazioni rispetto all'esperienza apportando di conseguenza quelle rettifiche che più appaiono urgenti e significanti. In secondo luogo un'idea che riesce a mutarsi in teoria (e quindi in sistema) resistendo ai suoi oppositori ha grandi possibilità di affermarsi col passare del tempo, se non altro - come amava ripetere Bhör - perché i suoi oppositori passano a miglior vita e le nuove generazioni sono già preparate al nuovo sistema che l'assunzione della nuova teoria comporta. C'è ragione di credere che le cose siano andate sempre pressappoco in questo modo. Il fatto che i nostri sistemi di valori possano mutare in relazione alle idee che si impongono nel tempo non significa certamente affermare che in realtà non vi sia nulla di stabile nelle convinzioni degli uomini o che, a ben guardare, l'incremento di acquisizioni anche in ristretti campi scientifici sia sempre relativa a visioni parziale, tutte cose queste che potrebbero sembrare sottintese, ma piuttosto significa prendere coscienza del fatto che i valori, così come le idee, possano cambiare.
Daniel Dennett, direttore del Center for cognitive Studies presso la Tfts University in Massachusetts, autore del volume di recente pubblicazione "L'Idea pericolosa di Darwin", prende in esame il problema della evoluzione in modo perlomeno suggestivo: "…Perché, per esempio, gli alberi di una foresta sono tanto alti? Per la stessa ragione per cui schiere enormi di segnali vistosi si contendono la nostra attenzione nelle vie commerciali di tutte le regioni del paese! Ogni albero bada a se stesso e cerca di procurarsi la luce nella massima misura possibile". L'analogia è efficace e cattura la nostra attenzione. Forse la cosa che ci stupisce di più è che il nostro comportamento è simile a quello degli alberi descritti da Dennett. Però, siamo certi che gli alberi la pensino alla stessa maniera? Voglio dire che un'altra spiegazione altrettanto plausibile potrebbe essere quella che gli alberi crescono così alti in una foresta perché spiriti sottili animano il tronco di quegli alberi dando loro più forza per cercare il sole o perché in quel modo significano la loro vicinanza a Dio. Oppure molto più semplicemente qualcuno potrebbe obbiettare che la foresta è quel luogo dove ci sono alberi di un certo tipo: non si è mai vista insomma una foresta bonsai. Dennett comunque non si serve naturalmente soltanto di questa osservazione per dimostrare il suo complesso teorema sulla evoluzione della specie e la maggior parte degli argomenti che egli porta in favore di questa teoria sono effettivamente dotati di grande rigore scientifico. Tuttavia ciò che lascia un pò sorpresi in quest'opera, come in moltissime pubblicazioni scientifiche (in particolare di carattere divulgativo), è la determinazione con la quale si prefigge il compito di dimostrare qualcosa "una volta per tutte".
Certamente l'idea della evoluzione della specie è di quelle che sono durate ed ha avuto perciò la possibilità di radicarsi in modo sempre più profondo nella nostra cultura, anche se come fa osservare Dennett nel suo volume negli ambienti scientifici le resistenze sono veramente forti. Non ho nessuna intenzione di prendere in considerazione seriamente se gli evoluzionisti abbiano ragione o torto ma solo osservare che l'idea della evoluzione della specie è relativamente giovane rispetto a quella creazionista, secondo la quale vi fu un inizio nel tempo nel quale l'uomo fu creato direttamente da Dio. Anche rispetto questa ipotesi non ho nessuna intenzione di prendere al momento alcuna posizione. Il mio atteggiamento qui non è quello di provare a sostenere la tesi creazionista o quella evoluzionista ma piuttosto soltanto quello di rilevare che soprattutto in questioni, come dire, di principio esistono a tutt'oggi posizioni molto diverse che dipendono spesso non tanto dalla onestà intellettuale o dalle capacità scientifiche degli interlocutori, spesso eminenti scienziati e premi nobel si trovano quasi in ugual numero da una parte e dall'altra quanto dal presupposto con il quale i fatti vengono interpretati. La cosa curiosa poi è che spesso quando c'è una netta divisione tra due schieramenti l'accusa più frequente che viene mossa "agli altri" sta non tanto nel mettere in evidenza l'infondatezza della teoria avversa in relazione alla bontà della propria quanto nel porrel'accento della polemica cade inevitabilmente sulle conseguenze nefaste che l'assunzione di un certo tipo di teoria comporta. N. R. Hanson, tra i principali esponenti della "New Philosophy of science", nella quale convergono e si dipartono le teorie di epistemologi come Feyerband, Kuhn e Lakatos, è forse il più esplicito nell'affermare come l'osservazione empirica dei fenomeni assuma significanza solo all'interno di un modello teorico prestabilito. I "fatti" restano insomma stupidi se non c'è un interprete che li decodifica in un quadro razionale. Di converso però ogni teoria entra in rapporto col mondo con la rassicurante premessa di dire la verità circa un certo quadro di riferimento. E' una premessa importante sul piano della probabilità che poi sia accolta con favore perché rafforza la convinzione che vi sia un percorso comune a tutti gli uomini che va in una certa direzione.
Gli ultimi cinque secoli sono stati caratterizzati dal ruolo che la scienza ha avuto nei confronti delle idee complessive che regolano il sistema di valori che una determinata società assume in un certo tempo e in una certa regione circoscritta del mondo. Popolazioni come quelle aborigene dell'Australia ad esempio, si sono dimostrate completamente refrattarie alla visione del mondo degli occidentali e alla scienza in particolare, come evidenzia il bellissimo "Voices of the First Day" di Robert Lawor, e sono praticamente sulla via dell'autoestinzione. Il fatto è, come affermava qualche decennio fa profeticamente Marshall Mc Luhan, che lo sviluppo della tecnologia ha ridotto sempre di più gli spazi dell'autonomia culturale e che questo secolo, già con la televisione ma il fatto assume una portata ancora più totalizzante con l'avvento dell'informatizzazione dei mezzi di comunicazione, segna un passaggio importante che è quello dell'utilizzo di un canale e di un codice pressoché comune su tutto il pianeta. Chi non si adeguerà verrà emarginato e stritolato. La tentacolarità del nuovo sistema sta nella sua trasversalità. Ad imporsi non è soltanto questa o quella impresa, questa o quella holding, questo o quel Paese ma una cultura ufficiale che assume una certa configurazione in ragione del fatto che chi è in grado di comunicare si esprime in un certo modo che è al momento quello della cultura occidentale. Su Internet si parla prevalentemente l'Inglese, non è un caso.
Nei precedenti articoli ho sottolineato come in effetti la nostra epoca sia la prima nella storia dell'umanità nella quale il tempo abbia cessato la sua azione distruttiva sulla interpretazione del mondo. Lyotard è stato il primo a usare il termine Postmoderno con questo significato nel suo "La condizione Postmoderna" datato 1979, quindi ancora prima della grande rivoluzione informatica. Il filosofo francese da una accezione assolutamente positiva alla nuova dimensione che viene a configurarsi. L'informatizzazione dei mezzi di comunicazione da sola basta ad innescare dinamiche sociali tali da dare vita ad una dimensione per lo più individuabile sotto il principio della possibilità: "Essa può divenire lo strumento sognato del controllo e della regolazione del sistema di mercato, esteso fino al sapere stesso, e retto esclusivamente dal principio di performatività. Essa comporta allora inevitabilmente il terrore. Ma essa può anche servire i gruppi di discussione sulle metaprescrizioni dando loro informazioni di cui per lo più difettano per decidere con cognizione di causa". Per Lyotard la scelta dipende alla fine dalla reale possibilità che avrà il cittadino comune di avere libero accesso alle memorie e alle banche dati. Problema che lo sviluppo della telematica in rete ha praticamente di fatto superato. Non ci sono leggi che possano fermare gli hacker. Le autostrade informatiche sono il regno di tutti e la legge è solo quella della capacità dell'utente di utilizzare le proprie capacità e le proprie conoscenze. Certamente vi sono regole leggi e codici scritti (alcuni) e non scritti.
E' comunque molto remota l'ipotesi di una polizia speciale che sorvegli il movimento dentro la rete. I trucchi sono innumerevoli e le possibilità di farla franca praticamente infinite, limitati solo dal rapporto tra conoscenza ed evoluzione del sistema di rete. Il mondo del lavoro è già fortemente condizionato dalla sola esistenza della rete. Non sono previsioni improbabili quelle che spostano la sede di lavoro nella casa di ogni utente munito di computer. Anche l'unicità del lavoro è al tramonto. Ognuno tra breve sarà in grado di offrire le proprie competenze e i propri servigi semplicemente mettendosi sul mercato. Cadono le differenze etniche, le distanze, le diffidenze legate all'aspetto, al passato di ognuno degli utenti. L'età dell'informatizzazione dei mezzi di comunicazione mette da parte semplicemente quel qualcosa che si era definito come uomo fino ad adesso. Non servono rimpianti o lacrimucce miste a rabbia e risentimento. E' sicuramente un uomo più libero perché svincolato dalla storia quello che sta nascendo e il lavoro dovrebbe anch'esso svincolarsi da quei lacci burocratici che limitavano la produzione reale dissipando gran parte delle energie spese. Lo sfruttamento esisterà sempre ma sarà legato non più alla capacità delle compagnie affaristiche ma dipenderà soltanto dalla volontà di interagire col mondo abbandonando la propria storia che ogni popolo vorrà o saprà attuare. Il nuovo mondo cibernetico ha un cuore d'acciaio, un chip al posto del cervello ma è destinato ad accrescere sempre più le capacità dei singoli di saper proporre e creare. E' un mondo di gioia luminosa ed estatica. Ma i moderni… Si, i moderni vedono crollare le loro prospettive fatate fatte di disegni imperscrutabili, di un fato (che si dissolve sotto l'egida della probabilità) più forte di ogni volontà, di un tracciato fatto con la forza dei muscoli e con l'ausilio dell'ingegno, vedono dissolversi quel solco profondo per terra fatto da un aratro che vuole edificare il futuro. Si è fatto un monumento al futuro per tutta l'età moderna come un meta - momento di cui scongiurare poi l'arrivo perché il gioco potesse proseguire. Una progressione continua, infaticabile che si accresce di sé attimo per attimo, che si nutre alle mammelle del tempo rinvigorendosi e autogenerandosi di padre in figlio, di madre in figlia. Tutto questo fino allo sfruttamento del proprio corpo, tutto questo fino allo sfruttamento della propria spiritualità, di tutte le risorse disponibili. E adesso il tempo si è stancato ed è andato a morire da solo in qualche atopico cimitero della scienza. Finisce un modo di rapportarsi all'universo, non finisce certo l'uomo. Forse possiamo dire con sufficiente serenità che l'uomo del futuro nasce libero ed ha come prospettiva il regno del possibile. Un mondo a ben vedere di memoria liebeneziana, forse il migliore di tutti perché più ricco e meno prevedibile. La paventata, temuta globalizzazione dei mercati non è la globalizzazione della cultura. L'economia dipende adesso, come è bene che sia, non più dai gruppi di potere ma dalle relazioni, probabili, che si intersecano in un solo istante in rete e che sono il viso unico, gioioso e tragico, di un mondo che si è stracciato gli abiti di dosso per riassumere, infranto lo specchio, il volto rovente di Dioniso. La realtà prismatizzata nella sua nudità permette di vedere in controluce il pacchetto di "vacanze del pensiero" offerto dalle credenze alimentate dalla fede nella modernità. Ci sono molte chiese in questa fede, alcune si odiano violentemente ma non hanno mai smesso di rispettarsi come nemici il cui punto di partenza è sempre la conquista della certezza sul futuro che verrà a sciogliere "ineluttabilmente" i nodi e gli interrogativi sul presente. La morale della modernità è tutta qui, fondata sull'orrore del presente che denuncia ed esorcizza fino a dissolverlo nel fumo variopinto di una menzogna: il mondo va verso una direzione, razionale, prescritta. Si potrebbe aggiungere: "noi siamo i primi ad avere scorto la luce della verità dopo secoli di ignoranza". Evidentemente non è così e non c'è dubbio che costi molto accettare che l'uomo nella nuova civiltà dell'informatizzazione dei mezzi di comunicazione dipende nelle sue scelte dal mezzo tecnico con il quale comunica. Ciò che viene a determinarsi è uno spazio antropologico assolutamente virtuale. Ci troviamo, per dirla con Popper non è una società aperta bensì in una società astratta nella quale "gli uomini non si incontrano mai faccia a faccia - nella quale tutte le attività sono svolte da individui completamente isolati che comunicano tra loro per mezzo di lettere dattiloscritte o di telegrammi e che vanno in giro in automobili chiuse. La fecondazione artificiale consentirebbe anche la riproduzione senza la componente personale". Fin qui Popper nel suo celebre "La società aperta e i suoi nemici" edito nel 1974. Alcuni punti da chiarire. Una società decorporalizzata, in somma virtuale, non è una società che nega l'uomo ma soltanto una società che nega quello che l'uomo è stato fino ad ora. Del resto i grandi passaggi epocali hanno prodotto trasformazioni straordinarie in modo assai silenzioso. L'idea di diventare metà uomini metà macchina, come i Cyborg dei fumetti, ci inorridisce ma, a pensarci bene protesi, by- pass, organi artificiali, denti in plastica, il cuore stesso di fibre composite, tutto ciò potrebbe indurci a un attimo di riflessione. Stiamo intervenendo sulla genetica per migliorare veramente la nostra vita? Domande a mio avviso oziose: ci sono dei vantaggi enormi sia dal punto di vista biologico che su quello strettamente economico. Gli uomini che nasceranno tra qualche secolo saranno solo nostri lontani parenti, almeno si spera. Saranno più forti, vivranno di più, avranno un organismo già geneticamente corretto, senza errori e deviazioni, avranno a loro disposizione organi intercambiali. Non è fantascienza l'idea di "coltivare" feti acefali per avere a disposizione una banca di organi. Tutto ciò viene a far cadere alcuni pregiudizi di carattere morale. Non si tratta di stabilire che cosa è giusto (vani gli sforzi delle commissioni bioetiche, vani perché fatti in un'età di trasformazione dove le sfumature decidono il mondo) ma soltanto di ipotizzare un mondo nuovo alla luce di quanto già è accaduto o sta accadendo e far si che il posto dell'uomo sia semmai sempre più incentrato e finalizzato alla sua attività incessante di creatore di mondi. "La libertà - diceva Junger in piena guerra fredda - è il grande tema di oggi, è la forza in grado di dominare la paura. La libertà dovrebbe essere la materia più importante da insegnare agli uomini liberi, al pari dei modi e delle forme di rappresentarla efficacemente e di manifestarla nella resistenza". In assoluto la postmodernità è il "bosco" di Junger nel quale è possibile resistere ai poteri occulti che tentano di ridurre ogni differenza e di eliminare ogni contraddizione. Il ribelle trova nuovi spazi virtuali irraggiungibili dove collocarsi. Non si tratta di una fuga, né di una battaglia ma del riconoscimento della libertà della diversità. Non si tratta di una caduta verso centri "deboli" di forza che si contrappongono al dominio dei forti poli d'attrazione in grado di cementare e unificare in macrosistemi le singole volontà. Al contrario si tratta di dissolvere una volta per tutte quel collante che aveva tenuto assieme energie esplosive consentendo nell'interno del tessuto connettivo sociale solo implosioni a bassi livelli di formattazione. L'uomo nuovo ama il sole, e le ragioni del sole, ma anche la cieca furia livida della luna. Il pessimismo dei moderni è quello di non credere sufficientemente nell'uomo e di aver posto l'affidamento delle proprie risorse e delle proprie ambizioni di salvezza eterna nell'illusione di una visione progressiva della storia; un errore che i greci, da cui culturalmente deriviamo, non hanno mai fatto. Per questo ai moderni la postmodernità e ciò che essa comporta procura orrore e illividiscono nei frantumi delle loro certezze messe al bando dal nuovo mondo.

Bibliografia:
D. Dennett, L'idea pericolosa di Darwin, Torino 1997;
N. R. Hanson I modelli della scoperrta scientifica. Ricerca sui fondamenti concettuali della scienza, Milano 1978
G. Vattimo, La fine della Modernità, Milano 1986;
K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Roma 1974;
F. Lyotard, La condizione postmoderna, Milano 1981;


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