SUL CONCETTO DI BENE COMUNE - Tra liberalismo e comunitarismo


di Carlo CALABRÒ


Non vi è dubbio che uno dei principali temi del dibattito socio-politico graviti attorno alla delimitazione concettuale di ciò che è il bene (sia sotto il profilo della valutazione individuale che dalla dimensione di significato che gli attribuisce la collettività), nonchè alle modalità del suo conseguimento.
I fermenti culturali degli ultimi decenni si sono incanalati su due fronti ideologici contrapposti che, pur riconoscendo sostanzialmente il diritto all'autodeterminazione, si differenziano in termini di risposta ai quesiti qualificanti che caratterizzano l'indagine sul coacervo di norme, diritti, risorse e beni strumentali necessari ed utilizzabili per il raggiungimento degli obiettivi.
Da una parte i liberali (il termine va inteso nel più ampio significato semantico di progressisti, espressione che raggruppa tutta l'area del pensiero socio-politico di estrazione moderata e riformista) sostengono che il diritto all'autodeterminazione sia svincolato da qualsivoglia limite e non necessita di alcun apparato difensivo che ne tuteli l'esercizio. Di contro, i comunitaristi contestano le posizioni dei liberali assumendo che, in assenza di alcuni indispensabili aggregati istituzionali e culturali iniziali, non sia possibile garantire alla autodeterminazione un apprezzabile percorso evolutivo, finalizzato alla ottimale gestione delle risorse giuridiche e materiali disponibili.
Will Kymlicka (Introduzione alla filosofia politica contemporanea, Feltrinelli, 1996) ha esperito il più pregevole, organico ed, a mio avviso, autorevole tentativo di fornire un puntuale resoconto degli orientamenti ideologici contemporanei sul tema.
Il modello liberale fa perno sulla necessità di tutelare il diritto dell'individuo, capace di intendere e di volere, all'autodeterminazione, che significa anche garantirgli condizioni iniziali che non prevedono vincoli burocratici, legali, morali o psicologici allo sviluppo della propria personalità, sviluppo gestito dalla persona in rapporto alle proprie esigenze esistenziali, attraverso la costante formulazione di giudizi di valore (su eventi, persone e cose) la cui componente arbitraria li sottrae a qualsiasi valutazione critica razionale.
Lo stesso Rawls (Kantian Constructivism in Moral Theory, in "Journal of Philosophy" 77/9) ribadisce che le persone libere, pur riconoscendosi a vicenda, in quanto cittadini, la prerogativa di esprimere la loro concezione del bene, collimante con i propri principi morali, non intendono rinunciare alla possibilità di cambiare opinione qualora i parametri di riferimento e di valutazione che hanno determinato il giudizio di valore subiscano sostanziali cambiamenti ed autorizzino l'emergere di soluzioni alternative ad alto contenuto eudemonistico e si rivelino più aderenti alle necessità ed esigenze del momento.
Alcuni liberali sostengono che l'unicità ed irripetibilità della personalità di ciascun essere umano rappresenta una sua verità, insindacabile e superiore a quella di chiunque altro, frutto di elaborazioni e sedimenti culturali individualmente acquisiti attraverso l'esplorazione di sentieri psicologici e morali che conducono ad una valutazione del bene non condivisibile con il resto della comunità. Osserva Kymlicka:"Ci sono dunque due precondizioni alla soddisfazione del nostro interesse essenziale a vivere una vita buona. La prima è che si tratti di una vita guidata dall'interno, in armonia con le nostre credenze su che cosa sia a dare valore alla vita; la seconda è che siamo liberi di mettere in discussione quelle credenze e di soppesarle alla luce di tutte le informazioni, gli esempi e gli argomenti che la nostra cultura può offrirci. Le persone, quindi, devono disporre delle risorse e delle libertà necessarie a vivere la propria vita in sintonia con le proprie credenze sul valore, senza essere penalizzate per l'eterodossia delle proprie pratiche religiose, sessuali e così via. E' da qui che nasce la tradizionale attenzione del liberalismo per le libertà civili e personali. Gli individui devono poter contare sulle condizioni culturali necessarie a conoscere le diverse concezioni della vita buona e a esaminarle con intelligenza. E' da qui che nasce la tradizionale preoccupazione liberale per l'istruzione, per la libertà di espressione, per la libertà di stampa, per la libertà artistica" (ib., p.228).
L'autodeterminazione, dunque, si propone come lo spartiacque tra la concezione del principio di libertà di Rawls ed il perfezionismo marxista secondo cui il bene del singolo individuo non è separabile da quello della collettività, anzi può esistere solo in quanto e nella misura in cui obbedisce a criteri di integrabilità e funzionalità con lo stesso.
L'imprescindibile requisito per lo sviluppo e l'espressione dell'autodeterminazione dell'individuo, libero di dare vita alle proprie credenze ed ai conseguenti giudizi di valore sul bene, si sostanzia nel riconoscimento da parte dello stato delle condizioni iniziali (libertà, beni e risorse strumentali) che agevolino l'insorgere delle credenze ed il comportamento ad esse conforme.
Lo stato, secondo Rawls (Una Teoria della Giustizia, Feltrinelli 1982, p. 457), dovrebbe comportarsi, quindi, come uno "stato neutrale" che non assegna etichette di privilegio e legittimanti ad alcuna componente, astenendosi dal formulare ed imporre esso stesso concezioni della vita buona.
Sull'altro fronte, i comunitaristi individuano nel bene comune "una concezione sostantiva della vita buona che definisce lo "stile di vita" della comunità. Questo bene comune, lungi dall'armonizzarsi con il modello delle preferenze della gente, costituisce il criterio in riferimento al quale quelle preferenze vengono valutate. Lo stile di vita della comunità costituisce il fondamento di una graduatoria pubblica delle concezioni del bene, e il peso attribuito alle preferenze di un individuo dipende dalla misura in cui esse rispecchiano il bene comune o ne promuovono la realizzazione. Quindi il perseguimento pubblico dei fini condivisi che definisce lo stile di vita della comunità non è vincolato al rispetto del requisito della neutralità" (Kymlicka, 1996, p. 231).
Il contesto socio-ambientale ed i sedimenti culturali accumulati dalla società durante i secoli rappresentano per i comunitaristi lo snodo critico da cui si dipartono le ramificazioni che consentono ai singoli ed ai gruppi di scegliere tra le opzioni possibili quelle che si attagliano al perseguimento degli obiettivi socialmente apprezzabili.
Il conflitto ideologico tra le due concezioni di bene comune non significa necessariamente per i liberali disconoscere il ruolo e l'importanza della "tesi sociale", anzi, alcuni di essi l'accettano esplicitamente (Rawls, Dworkin) le opportunità e le implicazioni derivanti dalle precondizioni sociali e culturali nel cui ambito prendono corpo le potenzialità di crescita e si forma il patrimonio esperienziale dell'individuo. La struttura bipolare di affettività positiva e negativa delimita la regione motivazionale all'interno della quale agiscono meccanismi di valutazione, regolazione e controllo che suggeriscono all'individuo le modalità di predisposizione all'azione, indispensabili per il conseguimento degli scopi, degli interessi e degli obiettivi che soggiacciono a dettagliati sistemi motivazionali a sfondo istintuale ed edonico. Il soggetto è, quindi, proteso in uno sforzo di adattamento imposto dalle circostanze ambientali che si frappongono al raggiungimento degli obiettivi di massimizzazione degli effetti positivi che egli può trarre dalla sua interazione con il contesto socio-culturale esterno e, nello stesso tempo, convoglia una gran mole di energie su un comportamento che tende a superare le resistenze, le interferenze e le aberrazioni del sistema sociale che si frappongono all'attuazione dello scopo originario (il raggiungimento del massimo di felicità).
"Liberali e comunitaristi" sottolinea Kymlicka "mirano entrambi a tenere aperta la gamma di opzioni all'interno della quale gli individui compiono le proprie scelte autonome. Divergono, invece, nell'indicazione dell'ambito all'interno del quale si devono invocare gli ideali perfezionistici. Quand'è che i modi di vita apprezzabili potranno dimostrare meglio il proprio maggior valore? Quando vengono valutati nel mercato culturale della società civile? O quando il loro diverso grado di preferibilità diventa oggetto di arbitrato politico e dell'azione dello stato? Il confronto tra liberalismo e comunitarismo, quindi, dovrebbe assumere i contorni di una scelta non tra perfezionismo e neutralità, ma tra perfezionismo sociale e perfezionismo statale. L'altra faccia della neutralità dello stato, infatti, è la valorizzazione del ruolo degli ideali perfezionistici nella società civile" (ib., p.246).
La discriminante ideologica tra le due posizioni teoriche si delinea, dunque, come una contrapposizione tra i termini sociale e politico dei quali occorre, pertanto, definire una struttura di campo semantico che ne connoti l'esatta accezione concettuale. Il perfezionismo sociale presuppone l'esistenza, nella struttura della stato, di articolazioni omogenee, dotate di forte potere aggregante nei confronti delle manifestazioni di appartenenza del singolo a gruppi ed associazioni ed i cui membri condividono esperienze ed aspettative, ma che contestualmente agevolino l'iter formativo di ricerca del sommo bene senza condizionamenti di sorta. Che il risultato finale possa coincidere con gli obiettivi della società civile o dello stato è una questione incidentale che nulla toglie alla assolutezza dei giudizi di valore espressi dal singolo.
Viceversa, il perfezionismo politico o statale postula l'esigenza di una politica del bene comune in cui lo stato disimpegna il ruolo di rigido organizzatore degli strumenti e delle strutture mediante i quali è possibile perseguire il risultato. Le deliberazioni collettive in questo caso assumano il sapore di una semplice ratifica di programmi e risultati pensati, proposti e perseguiti da altri (emblematico, a riguardo, è il riferimento alle frange più emarginate della società che, a seconda del contesto storico e culturale, sono coartate a partecipare a stili di vita e concezioni del bene comune che esse non hanno contribuito a determinare e ai quali si sentono estranei. Si pensi agli omosessuali, ai drogarti, agli homeless e persino, in alcuni casi, alle donne). Chiosa criticamente Kymlicka:" Se proprio si intende consolidare la legittimità, non si otterrà nessun risultato rafforzando pratiche comunitarie definite da altri e per altri. Occorrerà restituire agli oppressi la capacità e la forza di definire i propri scopi" (ib., p.257).


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