L'INTELLIGENZA ARITMETICA
Di Giancarlo CALCIOLARI
Lo statuto dell'intelligenza nella parola, nell'esperienza, nella vita, non è per nulla facile da precisare. Dall'uso new age del quoziente d'intelligenza, che è piuttosto un coefficiente d'idiozia, ovvero di conformismo sociale, a nozioni più intellettuali come quella di intelligenza collettiva, sino a giungere propriamente alla nozione di intelligenza come arte del malinteso, e non come artigianato dell'intesa sociale. Nell'intelligenza e nell'intellettuale il logos, il leggere non è "raccolto", discernimento naturale: è raccolto artificiale, senza legame sociale, caro ai totalitarismi e antitotalitarismi. Intellego è colgo tra: l'intelligenza si coglie tra le righe di quel che si scrive nell'esperienza, non richiede il legame sociale ma la relazione come legame e slegame, come congiuntura e separazione, come vele non come dicotomia del due.
L'intendimento trova la sua tensione in direzione della qualità e richiede l'intelligenza come arte del malinteso. Intellegere si traduce in francese con entendre, intendere. E il termine di Spinoza intelligo viene tradotto con j'entends, intendo. E ciascuno intende nell'estremo malinteso: non nella lingua dell'intesa universale ma nella lingua altra, la lingua diplomatica.
La politica esige il paradiso, non il molare né il molecolare, che risultano paradisi artificiali. L'arte del malinteso esige la sessualità come politica del tempo. L'intelligenza in quanto arte del malinteso, tra i due bordi della memoria, non è memorizzabile, non è un sapere trasmissibile, tanto meno via internet. Non c'è bisogno di affacendarsi nella metafrase planetaria, perché l'intelligenza è arte poetica, arte del fare, senza garante. L'intelligenza dissolve le nomenklature, le intelligencija terrestri. In effetti, la cosiddetta intellighenzia è una mafia edificata contro l'intelligenza, contro il malinteso strutturale.
Nella mafia regna l'intesa, la pace necrofila, il cimitero.
L'intelligenza collettiva indaga intorno al modo in cui la parola sfugge agli umani, nel senso che sfugge ai singolarismi, anche alla singolarità qualunque di Agamben. Ma propriamente l'intelligenza non è nemmeno collettiva. Il collettivo è il pretesto per il dispositivo, per uno statuto nella parola. Il collettivo richiede l'infinito attuale e non la numerabilità dell'infinito potenziale. L'intelligenza procede dalla voce e non dalla vox populi. Non c'è sommatoria né divisione dell'intelligenza, non c'è la sua quota di base che si esprima in quoziente. L'intelligenza non è algebrica ma aritmetica. Conta la quantità che diviene qualità, cifra delle cose. Mentre la qualità totale, invocata da alcune teorie del management, è la sommatoria delle quantità. La qualità che ne risulta è quindi sommaria: insomma Achille non raggiunge mai la tartaruga e l'infinito potenziale non diviene mai infinito attuale.
Sicuramente l'Internet pone la questione della memoria, della frase, del sapere, ma non è lo strumento a definire la logica e la struttura della vita. Lo strumento è artificiale - né domestico né diabolico - quando poggia sulla logica e sulla struttura delle cose. Nessun nuovo strumento fonda una nuova politica, perché tale è solo la politica del manganello, visibile o invisibile.
Dire noi, voi, loro, senza escludere l'Altro, il tempo, senza rappresentarselo negli altri, nemmeno come terzi inclusi, quali forme sacrali dell'esclusione presunta inevitabile. Noi, voi, loro sono indici del tempo, della sua politica, della sessualità in atto. Sessualità che ha inventato Freud: sessualità intellettuale, non l'erotismo caro a Bataille.
Sessualità come politica del passo e del piede del tempo.
Il molare e il molecolare sono rappresentazioni impossibili dell'Altro.
E stanno alle spalle come ossimoro, non stanno di fronte a "noi". Pierre Lévy ne "L'intelligenza collettiva" scrive sull'onda di Deleuze e Guattari.
Si tratta di elaborare il nomadismo, la deterritorializzazione, il molecolare, il minore come sacralizzazioni di quello che in apparenza combattono: il molare, la staticità, la territorializzazione, ecc. La molteplicità di Deleuze ha per sfondo un monismo rigorosissimo: nasce qui il suo interesse per Leibniz e per Spinoza.
Quando l'idea, come sintetizza Francesco Carlo Morabito nella sua lettura del testo di Lévy, segue un albero gerarchico prescritto, il cui punto di arrivo non è tipicamente la risposta al quesito di partenza, piuttosto un allargamento di orizzonte, un estuario a delta verso un mare sconosciuto e impressionante, ebbene questo delta sacralizza la prescrizione dell'albero gerarchico. Si tratta del modo di trasmissione e di riproduzione della stessa idea, della "spazzatura dall'aspetto invitante come gli hamburger dei fast-food". Si crea così il luogo comune e il suo soggetto, statico o nomade che sia.
L'idea non nasce nemmeno nel ritiro spirituale dell'unico. L'idea opera alla scrittura delle cose, alla loro conclusione.
Per un disguido di una rete più antica del WWW, la distribuzione libraria, la casa editrice del libro di Lévy mi ha inviato un libro sulle donne nella Roma antica, che certamente leggerò. E il nuovo invio dell'Intelligenza collettiva non è ancora arrivato. Sulle sbadataggini, i lapsus, il rebus onirico, Freud ha inventato la psicanalisi, la dissipazione del fantasma materno, ovvero dell'idea di saperne qualcosa sul parrocidio e sulla sessualità. Occorre quindi mantenere l'enigma. Non si è spiegato nulla dell'intelligenza. E per l'appunto il libro di Pierre Lévy resta da leggere.
Viceversa, il perfezionismo politico o statale postula l'esigenza di una politica del bene comune in cui lo stato disimpegna il ruolo di rigido organizzatore degli strumenti e delle strutture mediante i quali è possibile perseguire il risultato. Le deliberazioni collettive in questo caso assumano il sapore di una semplice ratifica di programmi e risultati pensati, proposti e perseguiti da altri (emblematico, a riguardo, è il riferimento alle frange più emarginate della società che, a seconda del contesto storico e culturale, sono coartate a partecipare a stili di vita e concezioni del bene comune che esse non hanno contribuito a determinare e ai quali si sentono estranei. Si pensi agli omosessuali, ai drogarti, agli homeless e persino, in alcuni casi, alle donne). Chiosa criticamente Kymlicka:" Se proprio si intende consolidare la legittimità, non si otterrà nessun risultato rafforzando pratiche comunitarie definite da altri e per altri. Occorrerà restituire agli oppressi la capacità e la forza di definire i propri scopi" (ib., p.257).