Educazione, istruzione, scuola: forma e determinazioni storiche
Di Caterina Esempio
Per il secondo anno consecutivo il comune di Roccasecca (FR), in collaborazione con l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, ha dato vita alla Scuola Estiva di alta formazione di Roccasecca, concentrando in quattro giorni (dal 7 al 10 settembre) di attività seminariale un'interessante discussione intorno al tema Educazione, istruzione, scuola: forma e determinazioni storiche. La scuola estiva si è avvalsa di un relatore di altissimo livello quale il prof. Francesco Adorno (Università di Firenze), un vero e proprio testimone oculare della nostra storia repubblicana che, alla luce dei suoi 50 anni di insegnamento nelle facoltà italiane di Lettere e Filosofia, può senza dubbio dirsi la voce più autorevole nel discutere i temi legati all'istruzione.
È il caso di sottolineare in apertura il particolare approccio storico-filologico grazie a cui parole e lemmi vengono ricollocati da Adorno nei rispettivi contesti di formazione; tale operazione nasce dalla convinzione che la storia delle parole è "storia dei modi di pensare dell'uomo", per cui solo riscoprendo quei valori reali e significati effettivi che secoli di storia e trasformazioni di costumi e ideologie hanno deformato, è possibile operare valide considerazioni di carattere storico e filosofico su epoche e costumi. "Filologia" in questo caso, come precisa lo stesso Adorno, non è da confondere con "filologismo", ma va intesa come "riflessione attenta e critica" sulle parole che usiamo e sulle loro accezioni primigenie. In tal modo, la stessa filologia in quanto disciplina è restituita al compito cui l'avevano indirizzata gli umanisti quattrocenteschi, ovvero, ribadendo insieme ad Adorno le parole di Coluccio Salutati, "uno studio per decrostare i testi dalle interpretazioni e riportarli alla loro giusta idea".
Anche il dibattito sul significato di scuola, educazione ed istruzione non può che svolgersi in base a tale linea di lettura: si parte infatti dalle etimologie dei singoli termini, dalle radici indoeuropee e dalle derivazione greche e latine, per poi riconsiderare ciascun concetto prima nel suo valore assoluto e successivamente alla luce di quel "pensare storicamente", che rappresenta il punto centrale e più originale del pensiero di Adorno. È giusto interpretare tale principio come sinonimo di volontà civile e morale di studiare il passato non con gli occhi dell'oggi, poiché un tale approccio determinerebbe solo mistificazione, bensì alla luce del "prima", in quanto unica strada per comprendere la reale portata di certi concetti e processi di significazione. Alla luce di ciò certe denominazioni equivalgono oggi a "puri equivoci linguistici", se non a delle vere e proprie mistificazioni. Come esempio, Adorno cita l'effettiva inesistenza di un gruppo di filosofi detti "presocratici", almeno nel senso di una supposta derivazione del pensiero socratico rispetto a tali filosofi; il termine "presocratico" ha infatti ragione di esistere solo in virtù del suo stretto valore etimologico, ovvero come designazione di un gruppo di filosofi che precede sì Socrate, ma solo dal punto di vista temporale e senza sottintendere alcun rapporto di filiazione.
Nel "ri-pensare storicamente" il concetto di scuola, indipendentemente da personali giudizi di valore sulla futura riforma scolastica, Adorno avverte l'esigenza prioritaria di riconquistare il significato originario di scuola come scholé. Diversamente dal concetto odierno, nelle varie accezioni di scuola come atteggiamento metodico nell'insegnamento di una o più discipline, o organo collettivo per la gioventù, o, ancora, insieme dei seguaci di un metodo (la "scuola milanese", ad esempio), in quanto scholé, essa dovrebbe implicare un insegnamento all'uso autonomo e continuo della ragione: se infatti scholé vuol dire "aver fatto proprio", "scuola" non può che essere un rendersi conto e un appropriarsi continuo di concetti e possibilità di giudizio che non prevedono la mediazione altrui.
Adorno evidenzia che nel corso dei secoli il termine "scuola" si è piegato a piani di significazione diversi, e infatti "scuola", nel significato attuale, rimanda direttamente al '400 di Petrarca e Coluccio Salutati. Ciò non toglie che, sebbene nella forma rimanga sempre la stessa, vada presa in considerazione la necessità di adattare la scuola alle diverse condizioni storiche, in modo da "non essere conservativi e non adagiarsi nel conformismo delle lezioni del passato".
La critica più rilevante che Adorno porta alla scuola di oggi consiste proprio nell'aver smarrito completamente il senso di scholé: "più che scuola oggi facciamo dei miti", denuncia Adorno, dal momento che lo studio si basa essenzialmente sui manuali, sul "racconto" (mythos in greco), quindi, su una lettura dei fatti basata sul punto di vista di terzi. Tale involuzione non deve però stupire poiché, spiega Adorno, "l'uomo non ama pensare, perché pensare stanca! Molto più facile, oltre che meno faticoso, è essere pensati…". Ciò comporta ovviamente l'accettazione passiva di ciò che altri nel passato hanno pensato per noi, senza contare poi la strumentalizzazione da parte dei mass media che aggrava ulteriormente la disaffezione dell'uomo moderno nei confronti dell'esercizio del giudizio.
Adorno ritiene che la vera natura dell'uomo si riveli nel suo "essere contro-corrente", il che si traduce in quella caratteristica prettamente distintiva dell'uomo rispetto agli altri animali che è l'uso della mente (l'inglese mind palesa più chiaramente la radice indoeuropea del greco noeiv, con il rimando al termine "annusare" per indicare un ragionare sulla base di tracce sensibili) per pensare (dal latino pondo: soppesare, misurare, valutare) e mettere insieme i dati tramite il dono dell'intelligenza. In questo modo all'uomo è offerta la possibilità di fuoriuscire dalla naturalità per entrare nella dimensione "coltivata" dell'educazione. Appare quindi chiaro che quando l'uomo viene meno a questa particolare prerogativa, rinuncia alla sua stessa essenza: smette di essere "uomo" e si riduce al conformismo dei modi di vita sociale proprio degli animali nel loro habitat.
Alla luce di ciò si spiega anche il valore della filologia come "severa critica storica", che è poi sintesi del modo di intendere la stessa "scuola" da parte di Adorno: entrambe gli appaiono infatti tramiti imprescindibili attraverso cui prendere coscienza delle interpretazioni operate in una certa epoca e operabili tuttora.
Come si è visto, Adorno è fortemente critico nei confronti della metodologia didattica basata sui manuali, poiché essa contravviene al fine della scholé di fornire gli "strumenti" per giungere ad un'autonoma riflessione critica, come presupposto all'e-ducazione. In quanto preceduta dall'e-duco, l'educazione altro non è che un "tirare fuori dalla terra", come premessa indispensabile al passaggio dallo stato di "natura" a quello della "cultura" proprio dell'uomo. Ne deriva quindi che la persona "educata" ha fatto proprie le doti dell'urbanità, del vivere civile (del civis, cioè del cittadino) e della cortesia (dal latino cortes, ovvero essere parte di una realtà non naturale, quale appunto la corte). L'educatio è dunque la base, più che la conseguenza della scholé, in quanto suo è il compito di spogliare l'uomo della sua intrinseca primitività naturale, per volgerlo alla cultura.
L'educatio diventa inoltre presupposto per la techné, la parola greca con cui si traduce "arte" e da cui deriva il termine "tecnica": "arte", nel senso di non naturale, è infatti tutto ciò che l'uomo "costruisce" con le proprie mani e che segna un confine invalicabile fra ciò che è natura e ciò che invece, come l'uomo "educato", è cultura, quindi "artificiale".
Ma come può venir fuori l'educazione? Secondo Adorno, non c'è educazione se non c'è prima istruzione. In astratto il termine non vuol dire nulla, solo la radice latina di in-struo ci illumina sul suo valore effettivo, ovvero "costruire", "congiungere insieme". Il sapere è infatti una costruzione effettuata grazie all'opportuna combinazione di dati tramite gli "strumenti" (sempre dalla radice di instruo). La techné ha bisogno di strumenti specifici, così come qualsiasi "mestiere" in quanto fatto culturale; senza strumenti non è possibile realizzare l'educatio e quindi pervenire al fine pratico di "scuola".
Tale fine, come precisa Adorno è, in realtà, duplice ed in sé complementare: da un lato, il negotium, ovvero "l'apprendere un mestiere nel migliore dei modi possibile", dall'altro l'otium, la riflessione che svincola l'uomo dalla passività delle convenzioni del vivere sociale, in cui invece immerge il negotium. La scuola è quindi sia otium che negotium: essa è subordinata all'otium, in quanto ci dà il tempo per riflettere e determinare un giudizio critico; nello stesso tempo però la scuola è portata ad insegnare il negotium, ovvero ad offrire gli strumenti per educarsi ed entrare nel mondo della cultura.
Comincia a delinearsi l'idea di una scuola intesa in senso prettamente kantiano, in quanto conditio sine qua non per fare istruzione ed educazione. Ma in ciò risiedono anche i motivi di critica che Adorno esprime nei confronti del nostro tempo, così estraneo all'idea otium perché troppo assorbito dal negotium. Adorno non può quindi che auspicare un cambiamento di tale realtà "per non rimanere presi dalle passioni", in un continuo subire di situazioni (dal greco pasko: "patire" una situazione) che la riflessione invece consentirebbe di dominare: solo dedicando del tempo alla riflessione l'uomo può modificarsi rispetto agli altri e, nel fare ciò, vivere coscientemente l'evoluzione storica.
Nonostante il continuo modificarsi delle condizioni storiche la scuola resta comunque una nella forma, il che spinge a ribadire il significato reale di educazione ed istruzione affinché, per il bene della società civile, la scuola ridiventi "scholé". La scuola, sostiene Adorno, non può essere ristretta allo spazio di pochi anni, ma, coerentemente al senso di scholé, deve prolungarsi lungo tutta l'esistenza di un individuo, dato che questa è l'unica condizione per rinnovare la riflessione, evitando la chiusura nel proprio negotium. Se dunque "il ripetere sempre le stesse cose sulla base di un sapere acquisito è puro conformismo" il valore della scuola si concretizza nel "riflettere sempre, sia da vecchi che da giovani". Non esiste infatti, a detta di Adorno, concetto più stupido del "ritorniamo alla natura", poiché vorrebbe dire rinunciare alla memoria, mentre "l'uomo è memoria, ossia storia". Alla sola natura umana è infatti concessa la facoltà di acquisire nuova conoscenza sulla base di dati sensibile immagazzinabili nella memoria e per poi essere rielaborati; ne consegue che la memoria è presupposto necessario all'esercizio della "mente" e al continuo rinnovarsi della conoscenza.
Una volta spiegato in che modo andrebbe rivisto il concetto di scuola, resta da chiarire il vero nocciolo del discorso, costituito da quel "pensare storicamente", cui Adorno dedica la giornata conclusiva del suo corso. Ai termini "storicistico" o "storicismo" è di gran lunga preferita la forma "storicamente", poiché i primi due termini equivarrebbero ad un richiamo troppo esplicito all'idealismo hegeliano ed all'idea della storia come superamento di una fase rispetto all'altra. Lo storicismo hegeliano, con la sua idea di ripetersi ciclico del processo storico, porta infatti ad una chiusura che Adorno intende fermamente evitare alla luce della sua concezione della storia come continua apertura e rinnovamento costante.
Detto in sintesi, "pensare storicamente" implica essenzialmente due cose:
a) tentare di restituire i testi a sé stessi, alla loro epoca ed al loro peculiare linguaggio;
b) studiare come e perché consista una certa fortuna, tenendo presente che la storia di un autore è anche la storia del momento storico che lo ha recepito dopo la morte.
In entrambi i casi "pensare storicamente" vuol dire essenzialmente riuscire a capire il linguaggio usato secoli addietro nella sua accezione primigenia e nel contesto storico-culturale che ne ha visto la formulazione. Le traduzioni dei testi platonici sono piene, ad esempio, di equivoci linguistici derivati dalla resa univoca di termini designanti concetti simili: proprio in casi del genere si pone con urgenza l'esigenza di "pensare storicamente", in quanto unico modo per recuperare le accezioni diversificanti di parole che esprimono valori non identici. Ne deriva una molteplicità di prospettive di lettura che nei secoli hanno prodotto, ad esempio, infiniti pitagorismi e platonismi.
Dal punto di vista di Adorno, la storia si rivela come "una continua tensione fra passato e futuro": il passato è per lui "teoresi e chiusura", sottoposto ad un giudizio che non è mai di carattere morale, ma sempre pratico, perché passa attraverso la prassi; il futuro dovrebbe invece essere sempre possibilità, e mai necessità. Contrariamente alla concezione di Gentile, l'interpretazione della situazione storica come necessità appare una chiusura pericolosa perché rischia di mettere in discussione lo stesso concetto di uomo, nonché "la possibilità di concepire l'oltre".
Allo stesso modo Adorno cerca di scongiurare il pensare come sistema, dato che ogni sistema si pone sempre come verità data, impedendo così il giudizio critico e autonomo; esso è pertanto inconciliabile col concetto di "uomo come perenne scholé".
Al sistema chiuso Adorno contrappone invece Platone e il dialogo, da lui scelto come mezzo di trasmissione del suo pensiero, che ha oltretutto il pregio di mantenere integra l'idea originaria di filosofia come "meraviglia". È infatti sulla base di Platone e del mito conoscitivo della caverna che deve trovare fondamento l'impegno della scuola nel rinnovare all'uomo "il coraggio di ritornare sempre nella caverna", onde riaffermare la propria volontà conoscitiva e la propria capacità di riflessione. È necessario, secondo Adorno, "comporre le ragioni", conquistando così uno spazio derivante dall'abbandono di una "posizione di chiusura"; va evitata invece ogni volontà di "conservazione acritica", dato che tale atteggiamento è sempre sinonimo di "attendismo o fanatismo", così come, "ogni '-ismo' è un 'isterismo', perché superfetazione storica!". Adorno si rivela quindi un fermo sostenitore di "una dialettica che nasce dal di dentro e in cui non c'è chi ha ragione o chi ha torto, chi vince o chi perde, ma solo spazio per la convinzione".
La summa di tale insegnamento si riassume nella capacità di ogni individuo di "pensare nel proprio piccolo e saper fare bene il proprio mestiere: solo a queste condizioni si può costruire qualcosa e essere veramente uomini". In queste parole si legge l'ideale dell'"uomo politico", e non "sociale", nonché di un "senso politico della comunità", perseguito da Adorno sulla scia di Aristotele. La sociologia è infatti lo studio di rapporti umani meccanici, mentre "il politico" è "colui che riesce ad intrecciare il simile con il diverso". Ne deriva una scuola che deve insegnare a rispettare l'altro in quanto diverso da noi, in un rapportarsi dialettico con le altre culture che, "non vanno mai negate, ma neppure seguite per moda", come è il caso dell'attuale egemonia culturale degli Stati Uniti: niente è più deleterio per l'uomo del chiudersi in vittorie, in campanilismi, o nel linguaggio bellico; l'uomo, in quanto "politico" deve invece rivelare la sua capacità dialettica tentando di comprendere le culture altre, dato che "è fin troppo facile andare d'accordo col simile".