TEORIA DELLA GIUSTIZIA DI J. RAWLS
Di Carlo Calabrò


Spunti critici di R.Dworkin e R.Nozick

Nel n.4/98 di Helios Magazine abbiamo succintamente esaminato la valutazione critica che Will Kymlicka fa della Teoria della Giustizia di J. Rawls. In quella esposizione si è fatto cenno incidentale alla circostanza che alcuni suoi oppositori hanno tacciato la "posizione originaria" come un appiattimento della personalità dell'individuo - infatti, essa, postulando che sia profondamente iniquo che alcuni possano approfittare di vantaggi moralmente ingiustificati ed, in linea di principio, immeritati, conclude che non è equo né che alcuni individui siano svantaggiati, né che altri godano arbitrariamente dei vantaggi derivanti dal talento personale.
Un primo rilievo critico a Rawls viene mosso da Dworkin ( 1982, What is Equality? Parte II: Equality of Resources, in "Philosophy and Public Affairs", 10/3-4-, pp. 185-246, 283-345). Questi ipotizza una situazione di partenza in cui tutti possono contare sulla stessa quantità di potere di acquisto e che la capacità di accaparramento delle risorse sia direttamente proporzionale alle ambizioni di ciascuno. All'interno di un simile scenario si realizza un equilibrio di interessi e di pace sociale in cui nessuno dei componenti del gruppo manifesta particolare propensione a sostituire il proprio pacchetto di risorse con quello scelto dagli altri, in quanto la sua opzione è stata dettata da un investimento reale, finalizzato alla realizzazione di obiettivi, scopi ed aspettative che soddisfano ai canoni della propria concezione della vita. Dworkin definisce questo assetto ottimale della convivenza civile come diretta conseguenza del risultato positivo del "test dell'invidia". Se il "test" raggiunge la situazione di equilibrio e non emergono conflittualità, il sistema evidenzia un sostanziale trattamento paritario di tutti gli individui. Le eventuali differenze riscontrabili, pertanto, si caratterizzano come impronte delle ambizioni e dei modelli a cui ognuno associa il senso della propria esistenza. Ma il "test dell'invidia" assume, normalmente, i connotati della validità universale solo nel caso in cui le condizioni iniziali prevedono che nessuno sia svantaggiato dal possesso di doti naturali diverse. Nella realtà ciò è, evidentemente, impossibile. Esistono, infatti, individui che presentano handicap fisici e mentali così gravi che nessun intervento di riequilibrio e compensazione è in grado di abolire. Impegnare grandi quantità di risorse per annullare la disparità di doti naturali sottrarrebbe preziose energie al perseguimento dei fini, provocando un inevitabile insuccesso generale. Il correttivo individuato da Dworkin per superare le difficoltà prospettate dalla disuguaglianza delle doti naturali si sostanzia nella disponibilità e propensione manifestata dai componenti della società a destinare una quota a scelta delle loro risorse alla stipula di una polizza assicurativa a copertura del rischio di contrarre un handicap, a condizione che la copertura assicurativa non preveda un prelievo così elevato che, a fronte dell'eliminazione degli svantaggi, provochi una sorta di schiavitù dell'assicurato, costringendolo ad impegnare una notevole quantità delle proprie energie lavorative per produrre i capitali necessari alla copertura dei premi assicurativi, " prima di poter concludere quelle transazioni tra lavoro e consumo che sarebbe stato libero di fare se non avesse sottoscritto l'assicurazione". (Dworkin 1981, p.322)
Dworkin, comunque, prende in considerazione solo l'ambizione ed il possesso delle risorse quali parametri di raffronto, trascurando gli aspetti psicologici difficilmente etichettabili come, per esempio, la irascibilità, prestando così il fianco a qualche severa critica al suo sistema di categorie (v. Arneson, 1989; Cohen, 1989).
Ma l'ugualitarismo utopistico di J. Rawls subisce la più serrata e radicale critica da parte di Robert Nozick ( 1981, Anarchia , Stato e Utopia, trad. it., Le Monnier, Firenze) il quale, in nome del più genuino liberalismo, elabora la "teoria del titolo valido " che poggia su tre principi cardine:
1. Ogni bene legittimamente acquisito si può alienare liberamente,
2. Chiunque acquisisce un bene secondo il principio di giustizia nella cessione, ha il diritto di possesso su quel bene,
3. Non vi è diritto al possesso od alla proprietà di un bene se non attraverso la reiterata esecuzione delle transazioni precedenti.
La logica sottesa ai principi in questione assegna allo Stato il compito minimale di garantire i più elementari bisogni della società civile, che va protetta contro il furto, la forza, la frode, etc.., ma, contestualmente, preservata da ulteriori prelievi fiscali e prescrizioni comportamentali che violerebbero il diritto dei cittadini a non essere costretti a compiere alcune cose.
Nozick riveste in un certo senso l'idea lockiana (del diritto al possesso di un bene a cui si è mescolato parte del proprio lavoro) di un manto morale che esclude chiunque dal considerare gli individui ed i gruppi come mezzi per il raggiungimento di fini, senza il loro specifico assenso. Questa considerazione, di evidente sapore kantiano, postula la necessità di elaborare e riconoscere una vigorosa teoria del diritto, centrata sul concetto che esiste un limite invalicabile alla richiesta di sacrifici che può essere avanzata agli individui in nome del bene comune. Tale limite non può spingersi fino ad intaccare il diritto della persona di proporsi come "esistenza separata", portatrice di istanze, interessi e motivazioni fortemente individualizzate, che non consentono di utilizzare il singolo soggetto come risorsa al servizio degli altri.
Per Nozick come per Rawls l'utilitarismo, non riconoscendo agli individui un'esistenza separata ed indenne da condizionamenti formali e materiali, costringe alcuni a sacrificare i propri interessi a favore del soddisfacimento di bisogni altrui.
Le argomentazioni di Rawls e Nozick divergono, però, in modo sostanziale allorché si tratta di individuare lo spettro semantico nel quale collocare il coacervo di diritti che bisogna riconoscere ai singoli soggetti affinché gli si possa riconoscere lo status di fini e non di mezzi.
Rawls considera indispensabile che tali diritti debbano comportare una equa ripartizione delle risorse naturali e dei beni sociali in vista del riequilibrio della ricchezza a vantaggio delle frange deboli e marginali della struttura sociale. Nozick, viceversa, assegna importanza più rilevante ai diritti connessi alla propria persona, che sono poi quelli che connotano il sentimento di "auto-appartenenza" e definiscono il percorso motivazionale che guida l'individuo nella strutturazione e nello sviluppo della propria personalità ( percorso che si snoda nella cornice di un sistema in cui altri individui, investiti di pari dignità, coniugano il perseguimento dei propri obiettivi col raggiungimento del bene comune).


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