Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”

filosofia - Lo specchio di Dioniso-

Il "Grande Cugino"

Di LUIGI CAMINITI

"Il distacco della scienza dalle intenzioni morali e religiose: un ottimo segno, che viene però generalmente inteso male" (Nietzsche; Frammenti postumi 1888-89, Af.15 [64])

"Possa, la Sede della Sapienza, essere il porto sicuro per quanti fanno della loro vita la ricerca della saggezza"
(Giovanni Paolo II, Fides et ratio)

Il ricercatore neozelandese ha recentemente portato all’attenzione del mondo una scoperta che dettagliatamente descrive in un voluminoso rapporto nel quale afferma l’esistenza di un sistema intelligente di controllo che aspira le comunicazioni che avvengono su onde radio in tutto il mondo Tali informazioni vengono filtrate, analizzate e passate ai sistemi operativi ed economici di alcuni paesi che le utilizzano, non per combattere la criminalità o il terrorismo ma per garantirsi l’assegnazione di contratti economici vantaggiosi. Il ricercatore si chiama Nicki Hagger, il sistema intelligente "Echelon", i Paesi che lo usano quelli di lingua anglosassone (U.S.A. , Canada, Newzeland, Great Britain e Australia) . Non è un film! Almeno questo è quanto ho appreso ascoltando una trasmissione radiofonica Venerdì 30 gennaio. E’ possibile una cosa del genere? La risposta è, evidentemente, affermativa. E’ possibile che un sistema di satelliti aspiri le comunicazioni che avvengono su onde radio. E’ pure possibile che un computer (si chiami pure "Echelon") passi al setaccio tutte le informazioni che rispondono ad alcune parole chiave, ad esempio se esiste il sistema di cui stiamo parlando è probabile che questo articolo sia analizzato da qualcuno. E’ anche plausibile che i paesi di lingua anglosassone abbiano pattuito qualcosa alla fine della seconda guerra mondiale e che siano convenuti in un sistema di difesa comune (che secondo alcuni si chiama UCUASA, o qualcosa del genere). La domanda che ci siamo posti trova dunque immediata risposta. Il problema da porsi è piuttosto quale sia la portata di un fatto del genere? Chi riguarda? In che modo? Nella nostra analisi circa la ridefinizione delle categorie culturali della civiltà informatizzata abbiamo posto precedentemente dei limiti all’ambito della nostra ricerca. Molto sinteticamente abbiamo affermato che l’autostrada informatica offre opportunità che precedentemente non esistevano. Opportunità che sono alla portata sia dei gruppi di potere che degli individui isolati. In altre parole la possibilità (che a quanto pare è già realtà da qualche tempo) della nascita di un Grande Fratello di memoria orwelliana è compensata da un aumento esponenziale delle libertà individuali. Insomma più che di un vero e proprio fratello potremmo ironicamente chiamarlo un "Grande Cugino". A tal proposito Ronal Inglehart in un poderoso volume (Ronald Higlehart, La società postmoderna, trad. It. L. Cedroni e L. Martini, 1998 Editori riuniti, Roma pag.417) ha analizzato con cura lo slittamento dei valori che caratterizza la società contemporanea. Attraverso sondaggi e inchieste effettuate su 41 paesi, Inglehart afferma che i valori postmoderni segnano un declino della fede nella scienza, nella religione e nella politica conseguente ad un crescente desiderio di partecipazione e di espressione della propria individualità. Ovviamente ciò rende più difficile il compito della classe politica.

"Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine" (T. W. Adorno, Minima moralia, [af. 143])

Il nostro tempo, in effetti, rende sempre più profetica la teorizzazione del nichilismo, così come l’aveva pensata Nietzsche. Uno svuotamento di valori e significati progressivo che porta però come ultima conseguenza l’avvento di un ethos estetico e l’assunzione della propria vita come opera d’arte in continua modificazione. Il problema del controllo delle masse è però di carattere politico. Si può pensare uno Stato come la concretazione dello spirito di una nazione, di un popolo, di una società, della natura stessa dell’uomo oppure più semplicemente pensarlo popperianamente come il minore dei mali. Il punto è che lo Stato è una realtà ben presente nelle società contemporanee ad alto sviluppo tecnologico e l’implementazione delle tecnologie informatizzate ha dotato sceriffi ed indiani (senza stare tanto a stabilire chi è buono o cattivo) di strumenti potentissimi di controllo. E’ vero che i comuni privati cittadini non possono mettere in orbita satelliti per fini personali, sia dal punto di vista giuridico sia perché i costi sono, crediamo, al di sopra delle possibilità del cittadino medio occidentale. Tuttavia è anche vero che il prerequisito fondamentale per controllare anche un satellite è sapere come si fa. Ancora la sapienza dopotutto! Il fatto è che nonostante le crittografie e i codici speciali l’accesso al cyberspazio non è a senso unico. Le operazioni di individuazione di trasgressioni delle leggi, scritte e non scritte, sono ancora assai involute. L’attività di controllo è rudimentale perché è solo apparentemente unilaterale. Le grandi agenzie sono tutte connesse in rete, quelle legittime e quelle illegittime. Non basta "Echelon" per garantire al potere precostituito il controllo del proprio territorio. Pensarlo significa credere ingenuamente: "col computer si può fare tutto!" ; il che è non solo falso ma addirittura fuorviante. Il limite di precisione, per quanto paradossale possa sembrare, è infatti il limite ultimo del mezzo. Benché si stia tentando da tempo di "umanizzare" l’Intelligenza Artificiale, tuttavia essa risulta troppo diversa da quella di cui è dotato un essere intelligente. L’I.A. è priva di autodeterminazione, risponde a dettami di codici prefissati, ha una precisione che non ha nulla di umano. Però qualcosa è cambiato con l’utilizzo della strumentazione informatica. Solo, dobbiamo chiederci a questo punto quale sia la possibilità reale di controllo che il potere ha in una società informatizzata. Saremmo indotti a pensare conseguentemente che più potenti sono gli strumenti a disposizione degli organismi di controllo maggiore sarà la pressione che potranno esercitare, per cui, ulteriore passaggio di ordine deduttivo sarà che lo sviluppo di tecnologie elettroniche esporrà in futuro ancora di più le masse ai voleri dei gruppi di potere consolidatisi in questi ultimi anni. In effetti le cose non stanno così. Questa visione della politica, di grande efficacia fino all’avvento della civiltà informatizzata, è oggi assolutamente incapace di spiegare i meccanismi che si innescano nei nuovi processi di interazione sociale.

"Ristretti poteri conoscitivi scorrono frementi attraverso le membra" (Empedocle 2,1)

"Io penso che noi ci troviamo in una situazione in cui la società capitalistica avanzata ha raggiunto un punto tale che i mutamenti quantitativi possono essere trasformati tecnicamente in mutamenti qualitativi, in liberazione autentica. Ed è precisamente contro questa fatale possibilità che la società opulenta, il capitalismo avanzato, si mobilita e si organizza su tutti i fronti, all’interno come all’esterno" (H. Marcuse, Dialettica della liberazione, Einaudi 1977, pag. 181)

Michel Foucolt avvertiva qualche anno fa (Microfisica del Potere, Einaudi 1977) che l’analisi del potere è essenzialmente analisi degli strumenti coi quali esso riesce a perpetuarsi, mediante la costruzione a più livelli di una rete di disuguaglianze con cui mantiene, per così dire, la sua ragione d’essere. Senza guerra, insomma, non si da potere. In questo senso ancora Foucolt era acuto nell’individuare nella guerra il tratto distintivo del potere. In essa il potere manifesta la propria affermazione e legittimazione, "al di là" della pacificazione apparente con gli sconfitti. Prendendo per buona la posizione del filosofo francese, noi ci troviamo adesso in uno stato di guerra che, sfumandosi sempre di più le linee di demarcazione tra nazionalità, etnie e lingue diverse, si è in un certo senso trasposto nell’etere. La guerra attuale è la più totalizzante che l’uomo abbia finora esperito. Il fatto che i grandi gruppi siano in guerra tra loro non è, per così dire, una novità, quanto, piuttosto, di nuovo c’è il potere del singolo, riluttante a mostrarsi, trasparente, mimetico e imprevedibile. Il singolo appare però troppo solo, troppo debole, addirittura troppo esposto allo strapotere delle comunità organizzate. L’esistenza, vera o presunta, di "Echelon" in effetti presenta un quadro disarmante. In Italia si è lavorato molto per elaborare una legge sulla privacy volta alla tutela della sfera personale di ogni singolo cittadino ma, abbiamo precedentemente affermato, è anche vero che chiunque si serva di onde elettromagnetiche per comunicare può essere praticamente controllato attimo per attimo. Per convincerci di questo, basta riflettere sul fatto che, senza bisogno di porsi il problema "Echelon", il telefonino acceso rivela la presenza di chi lo porta fin dove il segnale è rintracciabile. C’è anche un altro ordine di domande che verrebbe spontaneo: l’acceso a queste informazioni a chi è consentito? Quando? In deroga alla legge sulla Privacy? Fissata da quale Parlamento? Ma torniamo per il momento al nostro argomento di sfondo: il controllo c’è, dunque, ed è anche spaventosamente potente. Non voglio dire che ciò sia un bene o un male. Per chi pensa ad una società razionale organizzata, probabilmente il controllo non è un sistema di repressione ma solo di supporto e di possibile aiuto, almeno teoricamente. Il fatto è però che è francamente difficile non rendersi conto che la politica stessa è strumento di contrattazione di poteri invisibili e frammentati che gestiscono i rapporti tra i gruppi organizzati, tra i popoli e le nazioni. Non c’è una sola volontà determinata ma tante microscopiche volontà che si avvitano intorno ad interessi momentanei. Il microdisegno nasconde il disegno d’insieme.

"Un cammello veniva legato e steso su di un rozzo altare di pietra; il capo della tribù faceva girare per tre volte i partecipanti intorno all’altare, cantando, dopodiché infieriva all’animale il primo colpo e beveva avidamente il sangue che sgorgava; poi tutta la tribù si gettava sull’animale, ognuno asportava con la spada un pezzo della carne ancora palpitante e la divorava cruda, così rapidamente che nel breve intervallo tra lo spuntare della stella mattutina, cui il sacrificio era offerto, e l’impallidire dell’astro ai raggi del sole, tutta la vittima era consumata, dimodoché non restava né sangue, né pelle né ossa, né interiora" (Freud, Totem e tabù, Trad. It. Newton Compton, 1985 pagg. 192 –193)

Il potere desidera la gestione delle cose per ingrandirsi. Non si inventa niente in questo, la Teoria dello Stato moderno risponde a questa logica. Il problema è piuttosto un altro ed è quello che deriva dall’essersi ormai consumati i miti su cui la società moderna ha poggiato le sue fondamenta per edificare l’idea stessa di Stato. Il nemico comune è un punto d’inizio per qualunque società, al punto che di tanto in tanto spuntano improbabili omini verdi, in mancanza di altro, a costituirsi come "pericolo pubblico". Se nelle coscienze individuali della massa non si trovano molle sufficienti per trovare una ragione dell’accordo, se il benessere generale tende a crescere in modo confortante, allora è chiaro che il controllo si affievolisce e la "guerra di sfondo" tende, piuttosto che all’annientamento del nemico, all’annullamento delle differenze. All’annullamento cioè della divisione tra chi gestisce il potere e chi lo subisce. Così almeno è stato finora. Ma, ancora una volta, sembra che il nucleo del problema sia solo sfiorato. La nostra posizione di partenza, infatti, è che le modificazioni in atto nella civiltà informatizzata sono tali che dobbiamo cominciare a cambiare la stessa rappresentazione che ci siamo costruita di uomo. La cosa non è semplice perché profondamente radicata nelle nostre coscienze e nella nostra cultura. E ciononostante questo è necessario.

"Di fatto, fra tutte le mutazioni che alterarono il sapere delle cose e del loro ordine, il sapere dell’identità, delle differenze, dei caratteri, delle equivalenze, delle parole,…, uno solo, quello che prese inizio un secolo e mezzo fa e che forse sta chiudendosi, lasciò apparire la figura dell’uomo… Se tali disposizioni dovessero sparire, come al volgersi del secolo XVIII accadde per il suolo del pensiero classico, possiamo senz’altro scommettere che l’uomo sarebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia". (M. Foucolt, Le Parole e le cose, Rizzoli 1996, pagg.413 – 414)

L’evento ipotizzato, (o intuito?) da Foucolt si è verificato proprio con l’avvento dell’informatizzazione che ha portato con sé la globalizzazione dei mercati e definito, di fatto, la complessità come interazione di sistemi a più variabili connessi tra loro e interagenti. In realtà, noi utilizziamo qualcosa che ancora non comprendiamo bene. Tanto i gruppi di potere quanto gli individui isolati si trovano ad operare in un ambiente che si è radicalmente trasformato, sia dal punto di vista valoriale che fisico. La fisicità non è stata messa al bando ma è diversa. Il virtuale non riproduce infatti ciò che già esiste, anzi, al contrario, produce nuovi frammenti di realtà che si rivelano particolarmente efficaci nel nostro quotidiano. Comprare il giornale, tanto quanto il pane o l’ultimo super smacchiante, diventerà sempre più facile mandando l’ordinazione in rete. E’ chiaro che anche fenomeni più complessi che investono il mondo del lavoro si riprodurranno sempre più in rete spostando l’accento dei problemi. L’angosciante desolazione del desktop in un ambiente senza contatti e relazioni dirette tra persone ma solo mediati dal mezzo elettronico, da code di cifre e bit, rappresenta un aspetto del nuovo quadro relativo alla sfera del lavoro. Un altro aspetto altrettanto interessante è rappresentato dal potenziamento della capacità di repressione da parte della classe dirigente nei confronti dei subalterni con un controllo che potrebbe risultare ossessivo, dato che sarà possibile quantificare il lavoro in ore spese realmente per finire un certo prodotto prefissato, magari con l’ausilio di una videocamera e con l’invasione degli spazi familiari e domestici. Il sogno di Marcuse di ridurre il tempo lavoro in una società automatizzata è possibile solo se si cambiano le premesse di una politica che è al momento ancora diretta unicamente ad incrementare i beni materiali e il potere dei Signori. Il Capitalismo è lungi dall’essersi esaurito e, al momento, l’automazione elettronica implica una maggiore pressione sugli individui isolati o sui gruppi minoritari. C’è però una possibilità che sta dentro la tecnologia stessa ed è che l’aumento di tecnologia sembra essere inversamente proporzionale al divergere di percorsi tra sfruttatori e sfruttati. Il mezzo tecnologico mette in effetti in uno stesso contenitore e in uno stato di dipendenza gli uni e gli altri.. Ciò permette, però, anche una intersezione di livelli di intervento sulla realtà fattuale. La proprietà dei mezzi informatici non equivale alla gestione assoluta di questi mezzi. Questa è la grande conquista della RETE. Siamo in effetti di fronte ad una sorta di comunanza di beni che non si è realizzata precedentemente in nessuna società. Questo avviene anche se le leggi attuali tentano di vietarlo. Non è certo la vittoria del comunismo ma solo una nuova esigenza di interazione che i mercati richiedono per velocizzarsi e che costituisce già di fatto la fine dei Monopoli. L’ulteriore passo sarà la messa in opera di prestazioni di lavoro da scaricare direttamente sul proprio sito, magari provenienti da fonti anonime. Di fronte a questo il Legislatore non ha trovato come arginare e indirizzare il sistema normativo, nonostante l’interesse (c’è da crederci! ) dei Governi, degli organismi di controllo e delle lobby’s che operano trasversalmente in tutto il mondo.

"A primavera i meli cotogni, irrigati dalle acque dei fiumi dove è il giardino intatto delle vergini, e i germogli delle viti, rigogliosi sotto gli ombrosi virgulti dei pampini, fioriscono: per me, invece, l’amore in nessuna stagione sta sopito… il Tracio Borea, fiammeggiante di lampi, da Cipride avventandosi con bruciante passione, impavido, tenebroso, inflessibilmente sorveglia il mio cuore, dal profondo" (Ibico, Testimonianze e frammenti)

"Echelon", se esiste ed è operativo, è una minaccia anche per chi lo gestisce. Non è improbabile che il sistema (benché è probabile che dopo la pubblicità che se ne è fatta sia stato sostituito da qualcosa di più potente e più oscuro) sia presto oggetto di sberleffi da chi conosce il suo funzionamento. Basta introdurre informazioni false, ad esempio. Oppure ancora più probabile è che prima o poi, nonostante le difese e gli sbarramenti crittografici, qualcuno riesca a penetrare dentro e cambiare codici. Insomma, ancora una volta la pericolosità sta tutta nella segretezza. Ma oggi la segretezza del sapere, l’ultimo grande mito dell’antichità, è non più tale per molti, anzi per tutti coloro che sono teoricamente in grado di spostare un satellite. E sono molti di più di quanto si possa pensare. L’autostrada informatica è un’autostrada con vari versi di circolazione. I Signori Segreti continuano a credere che basti un piano inclinato per continuare a rovesciare addosso a tutta l’umanità le loro condizioni, così come è stato in passato, ma è una illusione dalla quale amaramente saranno presto svegliati.

"Fratelli miei, non è oggi tutto nel flusso della corrente? Non sono caduti in acqua tutti gli esili ponti e i parapetti? Chi potrebbe mai appigliarsi ancora a "bene" e "male"? <<Guai a noi! Fortunati noi! Soffia il vento del disgelo!>>" (F. Nietzsche, OPERE, Libro VI tomo 1°, Adelphi Milano, pag.244)

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