Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”

filosofia - Lo specchio di Dioniso-

L'IRIDE VIOLENTO
DEL SECONDO MILLENNIO

Di LUIGI CAMINITI


"L'accettazione docile e subliminale della loro influenza ha trasformato i media in prigioni senza muri per gli uomini che ne fanno uso. Un uomo non è libero se non riesce a vedere dove sta andando, anche se ha un'arma che può aiutarlo ad arrivarvi. Ogni medium è tra l'altro un'arma poderosa per aggredire altri media e altri gruppi. Il risultato è che l'epoca attuale è stata caratterizzata da una serie di guerre civili non limitate al mondo dell'arte e dello spettacolo" (M. Mc Luhan, Gli strumenti del comunicare, Mondadori, Milano 1997, pagg. 29-30) Calano le ombre del secondo millennio e, come a incoraggiare i divinatori a proferire sciagurate profezie, ecco i bagliori della guerra a rosseggiare nel cielo nel cuore d'Europa. E' un film già visto. Ma, appunto, il problema è proprio questo: quanto sta accadendo non è un film. E, non solo: quanto sta accadendo non ha un film. C'è un enorme cassa di risonanza sull'evento "guerra del Kossovo" ma mancano le immagini. Questo, nel secolo delle telecomunicazioni digitalizzate è francamente inaccettabile. Bisogna insomma sopportare di essere informati di seconda mano da altri, magari ai quali hanno ucciso i parenti, e che quindi non possono che essere di parte nei loro giudizi e inattendibili nei racconti. Eppure, coi satelliti si può addirittura fotografare la testa di una mosca in volo. C'è da chiedersi questo silenzio a chi serve. In effetti, nei Balcani stiamo assistendo almeno a due guerre, una tradizionale, classica, con la distruzione fisica sistematica del nemico con "spargimento" di sangue sul terreno, con l'orrore dei cadaveri per strada, perfino con la tortura dei prigionieri, lo stupro delle donne, la mutilazione di bambini. L'altra parte in guerra invece, che non si identifica con le vittime ma è uno spettatore inizialmente "neutro" al conflitto che poi decide di schierarsi in nome della giustizia, non ha contatto fisico col nemico. La sua guerra è solo tecnologica, le probabilità di proprie perdite ridotte quasi a zero. E', insomma, la guerra di un Dio che attacca dal cielo e si preoccupa anche di non essere troppo duro coi trasgressori della legge universale. L'Italia, ad esempio si preoccupa di instaurare, sul fronte delle comunicazioni, un canale costante con Belgrado mentre continuano a partire gli angeli vendicatori dai propri aeroporti. Non è una critica, anzi, solo una constatazione di fatto. La guerra d'oggi è già proiettata nel 2000. Un'eroica radio serba indipendente, stava addirittura proiettando l'evento su Internet con informazioni in tempo reale. Era, questo si, quanto ci si aspettava. Invece, dopo qualche trasmissione ecco che è stata estromessa, non solo dal governo serbo. Nessuno si è più mosso su quel canale, è strano perché era il più facile, il più comodo, senza mediatori, senza gate-keepers con la penna blu o rossa a censurare questo o quello. E, forse, il problema sta appunto in questo: la guerra del Kossovo è talmente semplice ed elementare nella sua complessità di evento bellico che nessuno vuole rinunciare alla sua "parte" interpretativa, TUTTI "vogliono" ragione. La RETE ha invece quella componente anarchica che sfugge alle regole imposte dalla ragione politica, sfugge al controllo. Se l'informazione sfugge ai governi, sfugge anche la formazione delle coscienze dei popoli. E' un modo di pensare che un pò fa sorridere oggi. Se si pensa che siamo ormai nell'imminenza dell'attuazione, anche in Italia, della firma digitale, con la quale saranno possibili una serie di operazioni di carattere amministrativo e burocratico che cambieranno di fatto le nostre abitudini di vita, e che tutto ciò avverrà in RETE possiamo forse anche intuire quanto inutile sia lo sforzo dei gruppi di potere di controllare l'informazione o di tentare di incanalarla coi vecchi canali. L'autostrada informatica a più sensi di circolazione non è uno strumento di libertà o di coercizione, come molti erroneamente pensano. Piuttosto l'età informatizzata necessiterà di un piano di sviluppo di una civiltà che utilizzi gli stessi codici e lo stesso tipo di logica a due valori che il PC impone. Non è alla RETE che spetterà mai insomma di definire di chi sono le ragioni e di chi i torti. I collegamenti telematici avrebbero permesso una visione più completa dei fatti ma non avrebbero potuto dare "ragione" a nessuno: i morti, anche quelli dei villaggi del Kossovo ma non solo quelli, non chiedono né ragione, né giustizia, sono solo morti e imputridiscono sul terreno, come le organizzazioni mondiali della pace e della solidarietà sanno bene ogni qualvolta scoppia un conflitto, specie se si tratta di un conflitto etnico. Sia chiaro che qui non ho nessuna intenzione di entrare nel merito di chi ha torto e di chi ha ragione sulla guerra del Kossovo, nonostante io abbia la mia opinione a riguardo. Il mio interesse qui è esclusivamente rivolto alla trasmissione d'informazioni che risulta essere stato in questo caso estremamente singolare. Questa guerra è un caso da far riflettere. E' forse una guerra d'interessi economici ma è anche una guerra di religioni diverse, di culture diverse. E' una guerra dove ancora la storia ha qualcosa da dire, col suo terribile carico di vendette e di morte che la "memoria storica", a cui non vogliamo rinunciare, continua a condurci. Quanto mi sembra sia sinteticamente il contenuto dell'ultima fatica di Habermas e Taylors su "multiculturalismo" è che le tensioni etniche che stanno caratterizzando numerosi conflitti in tutto il mondo sia superabile solo anteponendo il piano civico a quello etnico. Insomma, non si tratta di una tolleranza nei confronti della diversità ma di un riconoscimento della pari dignità dell'altro. Quanto sta avvenendo in Kurdistan o in Palestina, solo per citare due tra i casi più spinosi, non più, comunque, di quelli che caratterizzano i rapporti tra le nazioni nella civilissima Gran Britannia, non va però in questa direzione. Si tratta di rapporti resi difficilissimi a causa di una impressionante incapacità di mediare tra codici valoriali diversi tra loro e a volte anche molto distanti. Si citano spesso i diritti fondamentali dell'uomo, che dovrebbero essere, almeno così si presume, uguali a tutte le latitudini. Invece ci rendiamo conto a volte che non è così. Pratiche di menomazione fisica e culturale come l'infibulazione, l'uso sistematico della tortura contro i trasgressori delle leggi sono parte integrante della vita associativa di alcune popolazioni. Regole che noi occidentali non ci sentiamo di condividere. E' anche vero che in alcuni paesi occidentali si applica, come negli Stati Uniti, la pena di morte, che non si capisce quale motivo dovrebbe rendere una menomazione meno grave per chi la subisce di altre messe al bando. Il nostro mondo si sta allargando sempre di più. I confini cominciano a perdere di senso. Gli eserciti stessi stanno cominciando a perdere significato. Il pianeta sta cominciando a parlare un'unica lingua e comunica già con uno stesso canale informatico. Le differenze anche minime tra le tradizioni culturali si vanno assottigliando. E allora viene da chiedersi, che cosa sta succedendo in quest'ultima guerra del millennio? Il punto fondamentale alla fine sembra essere la proprietà di un pezzo di terra. Sembra incredibile ma questo è, ad oggi, il motivo fondamentale di ogni guerra: la proprietà di un pezzo di terra dove far nascere, crescere e proliferare la propria progenie. Qualcuno dirà: è sempre stato così. Qualcun altro risponderà: oggi è tutto diverso. Ci sono poi gli evoluzionisti che spiegano il problema con un certo tipo di algoritmo oppure i creazionisti che dicono altro, e poi ci sono quelli che dicono che l'umanità si sta avviando al collasso finale, sommersa dai suoi rifiuti. Certo, viene in mente l'affermazione attribuita ad Eraclito: "proprio come un mucchio di rifiuti gettati a caso è il più bello dei mondi". L'umanità forse non è poi così diversa dagli animali selvatici che demarcano il proprio territorio con escrementi e lo difendono, a volte, fino alla morte. Ad ogni modo, a fine millennio saltano fuori a sorpresa i vecchi cari pruriti bellici in nome della "Patria". In questo senso la "memoria storica", quella che già oggi non esiste più perché è la storia stessa che è stata ingoiata dalla tecnologia applicata alle comunicazioni, potrebbe tornare utile ricordando le ecatombi di due guerre mondiali in poco più di trent'anni, ad inizio secolo. Il silenzio indigna in certi casi più della stupidità. Un missile "intelligente", divertente gioco linguistico per parlare di una tecnologia sosfisticata, in che cosa è diverso da un'ascia di guerra? Si tratta di strumenti che comunicano volontà di morte entrambi, però il missile permette di uccidere senza che chi praticamente innesca il prcesso di partenza si faccia trasportare troppo passionalmente, è meno diretto, più "pulito", perfino più educato. Lo sviluppo delle comunicazioni informatizzate sta facendo esplodere contraddizioni profonde tra civiltà diverse perché è nella sua natura far affiorare le differenze. Dove c'è differenza il meccanismo informatico non funziona. Una scheda hardware che non viene riconosciuta da un programma viene praticamente esclusa dalle operazioni ma può creare però un cattivo funzionamento generale: ecco perché alla fine viene eliminata e sostituita. Allo stesso modo l'interazione dei mercati economici mondiali permesso dalla informatizzazione dei mezzi di comunicazione produce conflitti in rete per la precisa inconscia volontà di eliminare ogni differenza. La guerra etnica insomma si è trasposta sul piano culturale in guerra di media. Milosevic spera di contrastare la tecnologia degli attacchi Nato usando i mezzi di comunicazione di massa, buoni da sempre per la propaganda, ma sbaglia se crede che abbiano una qualche efficacia per l'affermazione delle sue ragioni presso il proprio popolo. La verità è che ciò che avviene in Kossovo si fonda su ragioni di ordine più profondo che trovano la loro ragione di essere in qualcosa di rituale e tribale che è forse ancora oggi connesso all'area balcanica e che si giustifica nella vittoria o nella sconfitta di un disegno guerriero confortato persino da alcune interpretazione mitiche e religiose. Il modo di perpretare questo stato di cose non è quello che si caratterizza attraverso media potenti e univoci come la radio, la televisione, tutto, così vuole l'elemento mitico e rituale contenuto, deve essere sfumato poco definito, pescato quasi alle radici del tempo, alle radici stesse del proprio codice genetico, cromosomico… In questo senso sarebbe stato interessante vedere la posizione della radio indipendente serba ma i pochi giorni di trasmissione libera non ci permettono una analisi oggettiva. Ma, alla fine, questa guerra non è che la rappresentazione di una guerra, un palcoscenico dove tutti recitano la loro parte diligentemente. Più che una guerra è un teatro dell'ovvietà, con ruoli e parti già date da tempo, con tanto di posizioni ideologiche e politiche, ognuno sembra fare il verso a se stesso non risultando più nemmeno credibile alla fine. Certo, ci sono i cadaveri ma per fortuna la società dello spettacolo "globale" ha anche gli occhi dei bambini terrorizzati da far vedere. Se qualcuno ancora pensa che questa sia propaganda è fuori bersaglio, non c'è nulla di ideologico in quelle immagini ma solo un profitto ricavato dalla vendita. Chi siano quei bambini è poco importante, potrebbero essere serbi anziché Kossovari, la vendita del prodotto sarebbe stata altrettanto alta. Ma il problema di fondo non sta neanche nella riduzione dell'orrore a merce. L'occidente patinato e profilattico anche in questa guerra, o meglio anche per mezzo di questa guerra, sta esportando ancora una volta un modello di pensiero, un modo di essere. Dicevamo, nei Balcani ci sono due guerre, una bestiale e disumana, quella di Milosevic nei confronti dei Kossovari, l'altra, quella della Nato, ad alta risoluzione grafica, tecnologica e disumana. Il fatto è che la guerra risulta sempre disumana, ma quello che distingue le due guerre è il medium utilizzato. La guerra non sono gli stermini o gli omicidi, è qualcosa di astratto, al più uno sfondo, una "ragione". Al contrario, quando parliamo di questa o quella guerra la distinzione sta nell'utilizzo degli strumenti della guerra. "Come" vengono uccisi gli uomini? Soffrono o sorridono mentre muoiono? Si sono rispettate le "regole" di questa o quella convenzione nel modo di fare guerra da parte di questo o quel nemico? Domande che non hanno scandalizzato alla fine della seconda guerra mondiale, quando sul banco degli imputati c'erano i nazionalisti tedeschi di Hitler, e che non scandalizzano neanche adesso con i nazionalisti serbi di Milosevic. Come dice Mc Luhan: "… Con l'estensione nervosa del sistema nervoso centrale mediante le tecnologie elettriche, le armi stesse rendono più evidente l'unità della famiglia umana. La stessa onnicomprensività dell'informazione viene a ricordarci quotidianamente che politica e storia devono essere rifuse in forma di concretizzazione della fratellanza umana. …Come strumento politico, la guerra moderna è venuta a significare l'esistenza e la fine di una società ad esclusione di un'altra". In altre parole in ballo adesso, inconsapevolmente, gli stessi governi in guerra stanno mettendo qualcosa che va al di là delle motivazioni occasionali che hanno generato questa guerra. E' forse il primo momento di una escalation i cui risultati ultimi non sono da ricercarsi in una morale quanto piuttosto nella necessità di uniformarsi tutti in un modo comune di scambiare messaggi per raggiungere un certo fine. E gli interessi dell'uno non possono essere più del tutto distinti dagli interessi dell'altro. Per concludere non c'è un solo Paese al mondo, oggi, che possa pensare, per quanto potente sia, di poter determinare le sorti di un altro senza fare i conti con le conseguenze planetarie che si ripercuotono poi su tutti i livelli della civiltà contemporanea. La guerra non è l'ultima risorsa per stabilire le ragioni di qualcuno, in passato è stato forse il modello più efficace per trasmettere che qualcosa era mutato, sembra invece che il teatro, la rappresentazione, il come se ciò stesse "veramente" accadendo abbia fagocitato tutta la realtà per racchiuderla in un modello onnicomprensivo, esaustivo, autogiustificante. La conclusione è lasciata al mezzo ormai, non più ai popoli, né alle cause o alle ideologie. Il tramonto delle grandi idee delle nazioni è anche il tramonto delle nazioni, con buona pace dei "selvaggi" in caccia per assicurare l'esistenza e la continuazione della propria stirpe. Il futuro, il domani, oggi è affidato ad altro, magari alle banche d'organi, alla clonazione e ai centri sociali intesi come centri d'igiene mentale. Tuttavia ancora i piccoli dittatori e i mercanti di schiavi, sparsi in particolare nei paesi in ritardo sul piano tecnologico, costituiscono una riserva potenziale bellica in grado di far esplodere conflitti incontrollabili. Ciò è ancora possibile dove il potere non si è del tutto frammentato e desoggettivizzato. Le grandi lobbies trasversali prosperano e resistono al cambiamento accampando scuse poco credibili per incoraggiare situazioni di destabilizzazione che ritardano di fatto il processo di globalizzazione che, una volta ultimato, metterà a tacere le differenze. Solo una consolazione: anche il potere di questi ultimi durerà molto poco ancora. "Ci sono persone che crediamo incapaci del male finchè non lo vediamo; ma non c'è né nessuna in cui deve sorprenderci vederlo" (La Rochefoucolt, Massime, 197)


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