Di Stefania BOIANO
Nell'Inghilterra degli anni immediatamente successivi al 1947, antecedenti all'ascesa della Thatcher e durante il periodo del revival del Raj(1), fiorirono una serie di scrittori impegnati nel popolarizzare la storia e la fiction dell'India britannica.
Il contributo maggiore viene da Michael Edwardes, uno dei preminenti apologisti dell'Imperialismo britannico in India, che offre al lettore europeo un'analisi della storia indiana nettamente diversa dalle rappresentazioni artificiose fornite tradizionalmente in Occidente. Egli si è sforzato di celare sia l'oppressione politica, sociale e culturale che il Raj britannico aveva esercitato sul popolo indiano sia l'alterazione economica subita dal subcontinente a causa di interessi pubblici e privati. Anche il suo ultimo libro che non sembra presentare un'opinione diversa dagli altri, è da considerarsi come una reliquia del passato, come un classico esempio di apologia imperiale britannica, pervaso da una visione orientalistica ormai superata e pieno di nozioni erronee sul progresso.
Edito nel 1986, The Myth of the Mahatma(2), testo cardine della vasta produzione di Michael Edwardes, oltre a rappresentare uno dei momenti topici della sua esegesi storiografica relativa al Raj, si impone dichiaratamente la funzione di critica radicale al film del regista inglese Richard Attenborough, il quale, nel 1982, esalta sul grande schermo, la figura di Gandhi, mito ed eroe nazionale, ma, nello stesso tempo, incarnazione della tensione anti-colonialista e pacifista che pervade il mondo moderno e che proprio in lui riconosce uno, se non il principale, dei suoi maestri.
Edwardes ha sempre dimostrato una notevole indipendenza intellettuale e un gusto particolare, seppure in qualche misura retro, che dà alle sue opere una impronta di inconfondibile originalità. La struttura del suo The Myth of the Mahatma, invece, appare chiaramente ricalcata sulla struttura della rappresentazione cinematografica, seppure con finalità completamente opposte a quella del film di Attenborough, quasi la stesura dell'opera sia stata dettata da una immediata e viscerale reazione alla visione del film. Simile è l'apertura della narrazione con l'uccisione di Gandhi; simile la tripartizione strutturale dell'opera, seppur preceduta da una prima parte storica riguardante il Raj; simile, infine, perfino la descrizione degli avvenimenti considerati determinanti nella vita del Mahatma.
Il progetto che il regista inglese, Richard Attenborough, insegue da anni viene finalmente finanziato dalla Goldcrest e dalla Columbia, permettendo così la realizzazione di quel film che fornisce a volte un quadro agghiacciante e non edulcorato dell'oppressione degli indiani da parte inglese, nonché della loro strenua lotta per l'indipendenza. "Gandhi", a cui Attenborough ha lavorato, con molta cura, per ben venti anni, ad una prima analisi superficiale sembra rispettare in modo rigoroso la realtà storica, tanto che, i primi commenti entusiastici da parte della critica, tendono a sottolineare il grande realismo di questa rappresentazione cinematografica. La figura storica di Gandhi è poi però progressivamente dilatata in un personaggio simbolico, quasi una metafora della millenaria saggezza indiana, nei cui confronti il regista sembra porsi con una incondizionata ammirazione, forse ulteriormente accentuata da quei sensi di colpa conseguenti ai soprusi perpetrati dai suoi connazionali inglesi. Questa empatia del regista nei confronti della "Grande Anima" è tale da perseguire più o meno involontariamente l'idealizzazione della figura del Mahatma allontanandola lentamente, ma inesorabilmente, dal mondo degli umani. Il film idealizza il Mahatma esaltandone l'immagine fino ad elevarlo nell'olimpo delle guide spirituali.
Partendo da una prospettiva diversa da quella di Edwardes, anche Attenborough finisce per incorrere nell'errore tipico degli occidentali che guardano all'India attraverso una lente indologica: un approccio, cioè, che ha il torto di fornire comunque un'immagine dell'India distorta come se osservata attraverso il caleidoscopio della struttura mentale europea che restituisce un'immagine colorita e suggestiva del subcontinente indiano, ma assolutamente lontana dalla realtà concreta.
Edwardes con la pubblicazione, a quattro anni dal film, del suo libro The Myth of the Mahatma si impegnerà a demolire, sistematicamente, tutti quei tratti della figura gandhiana che la rappresentazione cinematografica aveva notevolmente contribuito ad esaltare.
I due autori attribuiscono all'importanza storica di Gandhi, una valenza diametralmente opposta. Se nel suo film, Richard Attenborough, presenta la figura del Mahatma, non solo come artefice dell'indipendenza dell'India, ma soprattutto come guida spirituale, padre della non-violenza e quindi modello etico sempre attuale, Edwardes, tratteggerà un'immagine sarcastica di Gandhi, presentandolo in tutta la sua "infantile inconsistenza" quale personaggio facilmente manipolabile dalle lobbies affaristico-politiche dei babu. Secondo Edwardes, infatti, la figura di Gandhi avrebbe ben poco a che fare con l'indipendenza dell'India, resa possibile a suo modo di vedere proprio dalla dimenticanza da parte degli inglesi del proprio ruolo storico e "mistico" di artefici di civiltà.
E' chiaro, quindi, che la piattaforma spirituale su cui si muovono i due autori, rivela una discrasia profonda rispetto all'idea stessa del Raj, idea o meglio ideologia che aveva costituito la base etica posta a fondamento e a giustificazione del colonialismo inglese in India. A differenza della rappresentazione cinematografica Gandhi non riveste in The Myth of the Mahatma quella funzione onnicomprensiva che gli aveva assegnato il regista poiché Edwardes ne analizza strumentalmente la figura semplicemente come simbolo della fine del Raj, che resta la preoccupazione dominante dello scrittore. Già da questa impostazione, perciò, risulta chiaro il tentativo edwardesiano di sminuire o perlomeno "smitizzare" la figura di Gandhi.
Ricalcando la visione pregiudiziale e sprezzante che gli inglesi avevano degli indiani, Edwardes si sforza di dissolvere il mito di Gandhi nello stereotipo kiplinghiano dell'indiano "half devil and half child", privando la figura del Mahatma di quell'alone di sacralità di cui lo aveva rivestito il regista inglese. Nessun attributo, nessuna qualità egli ritrova nella "Grande Anima". Per lui Gandhi rappresenta semplicemente il "tipo indiano", per metà diabolico, in quanto intimamente refrattario all'ordine e all'organizzazione che gli inglesi hanno fatto conoscere al mondo, per metà infantile, in quanto incapace, anche solo di immaginare, il miglioramento della propria condizione e la pianificazione di un futuro migliore per sé e per il popolo indiano. Nella prospettiva edwardesiana i due aspetti nefasti del carattere indiano, quello infantile e quello diabolico, si fondono nell'avversione per il Raj, dando vita a strumenti di azione politica, quali appunto il digiuno, la non-violenza e la resistenza passiva o Satyagraha, a cui Edwardes riserva soltanto un ghigno beffardo.
Il Satyagraha gandhiano è per lo scrittore solamente un atteggiamento semplicistico, privo di qualsiasi alto valore morale. Edwardes finisce per banalizzare questa forma di resistenza spirituale tanto apprezzata in Occidente costringendola in una dimensione ludica, quale semplice gioco tra governanti e governati, possibile solo con il consenso di entrambe le parti.
Edwardes è particolarmente infastidito, infine, da quella che gli pare essere un'incongruenza sostanziale di Gandhi il quale, imbevuto di cultura europea, assume degli atteggiamenti antioccidentali, antimodernisti o addirittura apertamente reazionari: "...la macchina è una mano morta; il suo lavoro esprime la morte; nell'accettare il suo lavoro neghiamo a noi stessi delle influenze vitali. In India, dove gli ideali religiosi sono opposti a tale falsificazione dell'uomo, possiamo guardare con speranza ad una valida resistenza al mostro meccanico".
La posizione gandhiana, però, non può essere semplicemente tacciata, come vorrebbe Edwardes, di bieco antimodernismo perché ha una forte carica simbolica. Essa si presenta come la risoluzione di un piccolo uomo dall'incrollabile volontà, di proporre un'alternativa al materialismo moderno e di ricordare la preminenza dello spirito al distratto uomo occidentale. La macchina è l'essenza della società massificante che Gandhi aborre, più di ogni altra cosa, e a cui oppone la sublime spiritualità indiana e l'ideale semplicità del sistema produttivo tradizionale.
In sintesi, Edwardes concentra, nella figura del Mahatma, tutti gli aspetti oscuri e, da lui considerati, reazionari della spiritualità indiana, ma anche gli inveterati pregiudizi di inferiorità che la prepotenza dell'uomo bianco aveva creato e che continuano a sopravvivere nell'animo di quella parte dell'Occidente che rimpiange il sogno di grandezza incarnato nel Raj.
Tanto astio, tanta proterva determinazione, tanto accanimento da parte di Edwardes nell'abbattere un mito soltanto per il bisogno inconsapevole di conservarne un altro: il mito della grandezza e dell'opera civilizzatrice degli inglesi attenti, a suo dire, al benessere dei popoli infelici a loro assoggettati; un'idealizzazione sicuramente più grossolana, questa, del mito di Gandhi proposto da Attenborough. Se anche non fosse direttamente responsabile dell'indipendenza dell'India, infatti, la figura storica del Mahatma non può oggettivamente essere dispersa nell'anonimato di un fantomatico 'tipo indiano, poiché il messaggio non violento che egli per primo ha fatto conoscere all'occidente materialista, resta comunque associato alla sua figura storica. Il ruolo concreto di Gandhi nell'indipendenza indiana, nel nuovo orizzonte che egli ha aperto alla coscienza dell'uomo moderno, resterà come patrimonio indelebile dell'umanità, indissolubilmente legato all'immagine del piccolo uomo di Porbandar.
Note:
1) Con tale termine si indica il Periodo del dominio coloniale britannico in India.
2) Edwardes, Michael, The Myth of the Mahatma: Gandhi, the British and the Raj, Constable, London, 1986.