Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”

l'intervista


Nerio NESI: UN'IDEA DI SVILUPPO

a cura di Pino ROTTA


Se noi vogliamo dare un destino, una missione dell'Italia meridionale, ed è questo che io cercherò di portare avanti anche intellettualmente, la missione dell'Italia meridionale è in questo ruolo che ha nel Mediterraneo. Credo che questa sia la cosa più affascinante che possiamo fare.
D.: On. Nesi perchè i Comunisti Italiani non vogliono accettare l'idea che il capitalismo ormai ha vinto?
R.: Una delle convinzioni che i Democratici di Sinistra hanno, e che li differenzia da noi Comunisti Italiani, è che, dopo la sconfitta del comunismo sovietico, il capitalismo abbia definitivamente vinto e quindi bisogna adattare tutta la strategia dei partiti che rappresentano le classi lavoratrici a questa realtà. Di conseguenza se ha vinto il capitalismo, cioè il mercato, il metro di paragone dell'attività umana è il mercato e quindi l'impresa ed il profitto. Il profitto assume nella loro concezione un valore permanente, quella che gli economisti chiamano la variabile indipendente, alla quale bisogna adattare tutto il resto. I DS sostengono che compito dei partiti delle classi lavoratrici è di fare, uso un termine utilizzato dagli economisti, "sgocciolare" il profitto per i lavoratori. Ecco questa è, sul piano politico e filosofico, la teoria dominante tra i Democratici di Sinistra. Noi partiamo da un presupposto ideologico diverso. E' vero che la sconfitta del comunismo sovietico ha aperto una grande strada al capitalismo, ma noi riteniamo peraltro che il capitalismo non abbia voluto o potuto percorrere questa strada in modo nuovo. Il capitalismo è rimasto quello che era, cioè il tentativo di sfruttare, con qualsiasi mezzo, senza esclusione di mezzi, il lavoro dove è possibile farlo. Se pensiamo alla situazione di alcune grandi zone del mondo, l'Africa, parte dell'America Latina, parte dell'Estremo Oriente, vediamo che il capitalismo ha utilizzato questa vittoria parziale che ha avuto per accentuare questo sfruttamento, non ne ha tratto considerazioni di governo regolare, normale del mondo. A questo tipo di considerazioni occorre aggiungerne un'altra. La vittoria del capitalismo non ha fatto cessare le crisi cicliche e permanenti che colpiscono il mondo indipendentemente dalle strutture economiche, basta pensare al Giappone che è la seconda potenza mondiale colto da una crisi di produzione colossale.
D.: In questa logica di mercato aperto, fondato sul cosiddetto principio di "indeterminatezza" la proposta comunista non rischia di apparire insensata e anacronistica?
R.: No! Ma la domanda è giusta ed è quella che noi stessi dobbiamo porci costantemente, cioè "cosa vuol dire essere comunisti negli anni 2000", che si accompagna ad una domanda più semplice forse, "cosa vuole dire essere di sinistra negli anni 2000?". Noi viviamo in un momento in cui la parola sinistra e la parola comunismo tendono a confondersi, ed in certo senso è opportuno che sia così, i partiti comunisti rappresentano in molte parti del mondo tutto ciò che c'è di sinistra. Se vogliamo sintetizzare fissiamo alcuni punti. Lo Stato. Noi siamo per l'intervento dello Stato nell'economia e questa è una differenziazione profonda, il liberalismo è contro, è per la politica del "laisser faire" "laisser passer", poi la mano invisibile ma sacra del mercato metterà a posto tutto. Questo è una delle idee fondamentali dei liberisti a oltranza. Noi vogliamo invece l'intervento dello Stato, che rimane; la globalizzazione non ha eliminato gli Stati, ma ne ha allargato in Europa uno, invece che gli stati nazionali, c'è lo Stato europeo che si difende, ha i suoi confini che si allargano. A parte il fatto che anche questo è vero fino ad un certo punto, perchè la Francia, la Germania e l'Inghilterra fanno una politica statuale fortissima... Secondo punto è la concezione del profitto. Noi consideriamo il profitto come uno strumento di verifica dell'efficienza, non ammettiamo che possa esistere un profitto come "variabile indipendente" attorno alla quale gira tutto il mondo, noi siamo per l'efficienza delle aziende e delle amministrazioni; ma l'efficienza è quella interna e quella esterna. Non si può considerare il profitto soltanto come uno dei momenti, quello interno, che sacrifica tutto il resto. Se aumentare il profitto vuol dire distruggere l'ambiente, noi siamo all'opposto, se vuol dire inquinare, cosa che avviene normalmente in nome del profitto, in nome dell'impresa, noi siamo esattamente all'opposto di questo. Il terzo punto è di carattere sociale. Noi non possiamo considerare il profitto come elemento aumentando il quale obiettivamente migliora il benessere dei lavoratori e della società. Invece questa è una teoria dominante, anche dal punto di vista dello Stato. Si dice: date mezzi finanziari alle imprese, favorite le imprese, agevolate e detassate le imprese e questo automaticamente creerà occupazione. E' una menzogna contro la quale bisogna combattere, e noi lo stiamo facendo. Già questi tre elementi hanno dato l'idea, io penso, delle differenze profonde e di cosa voglia dire essere comunisti in questi anni. Naturalmente l'idea comunista deve essere rivisitata. Fino a qualche anno fa anche il Partito Laburista inglese aveva nel suo statuto la famosa affermazione: "I laburisti vogliono la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e di scambio", cioè tutto. Noi riteniamo che oggi questa affermazione non abbia più molto valore, però riteniamo che essa abbia un grande valore permanente quando i mezzi di produzione riguardano gli elementi strategici della società; cioè noi riteniamo che l'energia elettrica, l'energia liquida (il petrolio), i grandi mezzi di telecomunicazione devono essere controllati dallo Stato, riteniamo che le grandi fabbriche di armi sofisticate devono essere controllate dallo Stato. Ho citato quattro settori che fanno dell'idea comunista un'idea fondamentale, che può anche essere chiamata in un altro modo, ma che in Italia deve essere chiamata comunista perchè solo i comunisti la vogliono.
D.: L'Italia è considerata una sorta di cerniera politica ed economica tra l'Europa ed il bacino del Mediterraneo; guardando anche alle crisi violente di tanti paesi che si affacciano al Mediterraneo, come ritiene lei ritiene che si debba concretizzare questo ruolo?
R.: Noi crediamo che più in queste zone che in altre la stabilità non può essere il prodotto della politica dei "gendarmi americani", la stabilità è in questo momento perseguita dagli Stati Uniti con le corazzate e con i bombardieri. Noi dobbiamo essere portatori di elementi di civiltà che non si è mai creata con le armi.
D.: In questa situazione di destabilizzazione politica, il Sud d'Italia può ancora guardare al Mediterraneo con un progetto di sviluppo economico?
R.: Nella recente conferenza programmatica dei Comunisti Italiani, tenuta a Catania, io ho fatto una proposta e la porterò avanti. La proposta è che venga creata una grande Banca del Mediterraneo formata dal Banco di Napoli, Banco di Sicilia e Banco di Sardegna, come elemento di sviluppo del Mediterraneo e di stabilità finanziaria, che può diventare stabilità industriale del Mediterraneo. Noi non possiamo concepire la stabilità portata dalle armi, bisogna che questa sia garantita con delle misure di carattere economico. Anche perchè per quante corazzate mettiamo nello Stretto che separa la Puglia dall'Albania, e questo è il pensiero anche degli spagnoli che riguarda il confine tra Spagna e Marocco, non si riuscirà a fermare l'afflusso dei clandestini albanesi o marocchini in cerca di sopravvivenza. Bisogna creare un piano di sviluppo di quelle zone da cui provengono quelle migliaia di persone. Se noi vogliamo dare un destino, una missione dell'Italia meridionale, ed è questo che io cercherò di portare avanti anche intellettualmente, la missione dell'Italia meridionale è in questo ruolo che ha nel Mediterraneo. Credo che questa sia la cosa più affascinante che possiamo fare.
D.: Non vede una contraddizione se pensa alle produzioni molto simili dei paesi del Mediterraneo? Non c'è un rischio di concorrenza e di rivalità?
R.: Bisogna organizzarle, bisogna fare in modo che queste cose si possano fare insieme, utilizzando per questo anche le intelligenze dell'Italia meridionale. Questa è l'idea di fondo. Io faccio parte di quella generazione che pensò di risolvere i problemi dell'Italia meridionale portandoci le fabbriche del nord. Fu un errore "santo", non fu un errore ideologico, fu un'idea che è degenerata come degenerò la politica di tutta l'Italia. Adesso io credo che bisogna fare un passo più avanti anche sul piano intellettuale. Il destino del Mezzogiorno interpretato come missione diversa dell'Italia meridionale nel Mediterraneo. Una soluzione mista, economica, politica, culturale, scientifica, utilizzando ad esempio le università. Di questo c'è un bisogno enorme perchè questo è un elemento di stabilità e di sviluppo.
-) l'On. Nerio Nesi è Presidente della Commissione Attività Produttive in rappresentanza del Partito dei Comunisti Intaliani.


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