Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”

LO SPECCHIO DI DIONISO:
LA STELLA POLARE E IL LABIRINTO


Di Luigi CAMINITI


Il labirinto e la stella polare sono sinteticamente tutto ciò che abbiamo tentato di guadagnare. A duro prezzo. Un confronto per noi dentro lo specchio di Dioniso, per capirci, per capire: Nietzsche. Leggere Nietzsche, studiare Nietzsche, in ultima analisi affrontare Nietzsche, tre livelli di confronto che si inseguono e si incastrano tra loro ma coi quali bisogna fare i conti. In ultimo, Nietzsche lo si deve affrontare, il suo passaggio è il passaggio di una speculazione filosofica che spezza in due il percorso del tempo. La postmodernità, e tutto ciò che ne consegue, è già tutta nel suo pensiero. Per noi ricorrere ancora a lui significa prendere le distanze da una categorizzazione sistematica che possa considerare il nostro tempo come una continuazione del tempo storico. Affiorano alla nostra memoria le parole di Foucault: "...Nietzsche, probabilmente, è tutto qui, senza alcuna presunzione da parte dello studioso che tenta di penetrare i misteri del suo pensiero e, insieme, della sua follia. Un grido e un canto, al tempo stesso". La sapienza è sempre e comunque perdita della "misura", della relazione, della ragione insomma. Per ritrovare la luce, alla fine, necessita dunque un filo da srotolare dietro i nostri passi al quale affidiamo la nostra stessa vita. Necessita Arianna, al quale Teseo promette amore eterno per avere in cambio la soluzione del labirinto e che tradisce poi. Arianna che Nietzsche non trovò pur cercandola, e forse sfuggendola, tutta la vita. Tutto questo serve per penetrare l'oscurità della follia e della sapienza e ritrovare poi il sole del mattino. Chi è disposto a cercare il Minotauro dentro il labirinto, per amore dell'eternità? Intanto il labirinto per Nietzsche è diventata la vita stessa, una inestricabile tela viscosa che ad ogni passo stringe sempre più la sua morsa intorno alle pretese di libertà del nuovo Teseo. La follia, infatti, benché nei rituali dionisiaci fosse estesa a una collettività intera, in Nietzsche si presenta sotto le spoglie della segretezza, del mistero violato, dell'innominabile detto. Quello di Nietzsche è un dialogo incessante con sé stesso, un torrente in piena costantemente proteso alla ricerca di argini che vengono continuamente superati. Quando il demone della scrittura lo cattura, però, la forza del fiume della vita lo rapisce. La forma della sua scrittura è il suo contenuto: un lampo. Tentare di comprendere, significa dunque seguire un percorso accidentato, vorticoso, significa soprattutto dimenticare intenzionalmente ogni direzione, almeno fino alla fine del viaggio. Tutto quanto vi è di importante per Nietzsche avviene in silenzio. Meglio è, allora, tuffarsi dentro il mare delle contraddizioni, che pure sono presenti nella sua opera, se alla fine la ricompensa è una nuova comprensione del mondo. E' alla fine una questione di gusto e di forza: l'abbandono ed il controllo, in altre parole la misura, sono le condizioni che Nietzsche esige. Apollo, divinità nella quale i greci riflettono l'arte delle proporzioni, la ragione geometrizzante, è per Nietzsche essenzialmente specchio della verità, non la verità che resiste nella sfera dionisiaca, divinatoria ed orgiastica, ad ogni profanazione. Per Nietzsche, più che per altri, vale l'avvertimento platonico di guardare il riflesso del sole negli specchi d'acqua, mai direttamente la furia distruttiva del suo fuoco, a meno di non rimanere accecati. E' indubbio che intorno a Nietzsche si sia creata un'aura da mitologia pagana mentre egli era ancora in vita, come pure è innegabile che la letteratura europea sia stata influenzata con generosità dalle sue opere, alle quali hanno attinto più o meno coscientemente gran parte degli intellettuali del primo novecento. Tuttavia, da sempre, c'è intorno alla vita del professor Nietzsche, e quindi alla sua sfera privata, un interesse davvero fuori dell'ordinario, che non si riscontra per altri filosofi. Giovarono sicuramente alla diffusione della sua filosofia l'ambiguità, perfino l'equivocità dei suoi scritti. L'uso indiscriminato che ne fecero alcuni teorici del III Reich, in particolare nel periodo compreso tra le due guerre, diede poi alla sua filosofia una dimensione politica che è presente soprattutto nelle ultime opere e che, benché di facile presa su animi eccitati, è ben lungi da essere il fondamento della sua filosofia. Nella storia delle interpretazioni del suo pensiero pesa, almeno sul finire dell'ottocento e nei primi decenni del novecento, in modo preponderante la riduzione del suo pensiero alla sola formulazione del superomismo. Ne risultava una immagine deformata di tutto il pensiero, del quale, del resto, oltre Così Parlò Zarathustra, la sua opera più nota era proprio La Volontà di Potenza. Di quest'ultima, opera postuma mai realizzata, si farà giustizia solo dopo la metà del novecento, riportandola allo stato di appunti. Bisognerà arrivare alla edizione Colli-Montinari per avere una catalogazione esatta e rispondente al vero. Vero è che E. Nolte nel suo Niezsche e il nietzscheanismo mette in evidenza come al di là delle numerose analogie nella formazione culturale dei due filosofi, le loro conclusioni filosofiche siano da ritenersi del tutto speculari (1). Lo studio della filosofia di Nietzsche non prescinde dall'esame di nessun elemento, grafico o biografico che sia, nell'eventualità che possa tornare in qualche modo utile per una comprensione complessiva dell'opera e del pensiero. E' un caso anomalo nella storia dello sviluppo della storiografia filosofica occidentale. L'eccezionale sensibilità di Nietzsche alle problematiche filosofiche, il suo intuito nell'individuare i nodi attorno ai quali si dipana il pensiero occidentale, gli consentirono, tuttavia, di incarnare in fieri la crisi del '900 europeo le cui conseguenze ancora sono lungi dall'essere terminate. Nietzsche, come del resto molti intellettuali del periodo, presagiva ciò che stava accadendo ma i toni apocalittici da fine secolo nell'inverno del 1988 acquistano, alla luce di quanto poi accaduto, accenti veramente profetici: "Il concetto di politica è trapassato completamente in una guerra di spiriti, tutte le formazioni di potenza saltate in area - ci saranno guerre quali non si videro mai sulla terra" (2). Neanche è di grand'utilità stabilire un limite cronologico alla sua salute e alla sua malattia. Non bisogna però pensare a Nietzsche solo come precursore dell'irrazionalismo. In questo bisogna dare atto a Colli quando dice: "Nietzsche è un razionalista, almeno nelle intenzioni: lui va alla ricerca del permanente nel mutevole, subordina il mutevole al permanente - <> - tenta di stabilire le grandi gerarchie che discendono dalla <> umana" (3). La ragione distruttiva, alla fine, trova se stessa e si annichila. Il destino di Nietzsche è tragico, nel senso classico, ed egli lo percorre consapevolmente. La follia , nel suo caso, è la conclusione razionale che consegna alla narrazione il rapporto tra ragione e follia, tra vita e pensiero. La ragione denudata mostra con Nietzsche più che le sue vergogne. Nel silenzio irreale della follia a Weimar, Nietzsche passa gli ultimi anni della sua vita in uno stato di terribile solitudine spirituale, interrotta appena dalle visite di amici e conoscenti che restano il più delle volte sinceramente inorriditi della sue condizioni. Anche una possibile analisi fatta in base alla sistematizzazione cronologica degli scritti di Nietzsche non mette fine alle polemiche e ai dubbi che sorgono spontanei non appena si mettano in relazione vita ed opere. L'oscurità della ragione degli ultimi anni della sua vita, se correlata alla violenza degli ultimi scritti, dalla genealogia della morale in avanti, sembrerebbe indicare che la lucidità si affievolisce mentre il male avanza. In pieno hegelismo, Nietzsche, forse per primo, si avvede del baratro nel quale il soggetto sprofonda negli abissi della strutturazione dello sviluppo della storia. All'assoluta sensatezza della storia Nietzsche oppone la perdita di senso e di significato per l'uomo nel mondo. E' il primo sasso scagliato nello stagno. "Ho dato un nome al mio dolore e lo chiamo cane" (4)- dice Nietzsche nella Gaia Scienza. La liberazione della volontà dalle pastoie della storia, dalle catene della filiazione dall'eterno trascendente è la strada per Nietzsche che porta alla libertà, al gioco, al vivere gioiosamente come opera d'arte vivente. Alla fine, troppo l'interesse intorno alla sua malattia, alla sua follia, alle sue presunte malattie. Nietzsche, furore profetico a parte, fu figlio del suo tempo. E'' certo che ebbe una cura maniacale del proprio stile, arrivando addirittura a calcolare il tipo e la quantità di vocali contenute in un suo scritto. Ma certamente anche nel contraddirsi, a volte solo in apparenza, diede al suo pensiero la caratteristica della mutevolezza e risulta perciò ancora oggi enigmatico e inafferrabile. In un certo senso l'attualità, o forse sarebbe più giusto dire l'inattualità, di Nietzsche sta nell'avere rifiutato le catene della temporalità. Gli scritti di Nietzsche appaiono come una trama multicolore nella quale sono intessuti motivi che impressionano immediatamente. Oltre il freigeist, che si limita alla autoliberazione dai legacci del finalismo, lo uebermensch diventa egli stesso opera d'arte. Per compierlo Nietzsche attinge a tutte le sue conoscenze della Grecia classica anche se resta innegabile l'influenza romantica. In definitiva anche l'arte è espressione della temporalità. Di contro alla vita per la morte del modello cristiano cattolico Nietzsche propone la vita per la vita, priva di significato ma gioiosa. Una vita intera senza inizio né fine, ben oltre la fissità della morte. L'uomo creatore della propria vita, colui che intende la vita come arte può però renderla bella. La follia si oppone dunque alla ragione come essenza stessa della vita, come radice segreta. Al socratismo della ragione viene sostituita la bellezza fluttuante e allucinatoria del dionisismo. Ma tale dimensione è raggiungibile solo in virtù di una scelta alla cui base sta la consapevolezza tragica della insensatezza della vita. La danza, la risata santificatrice sono le stimmate della nuova religione di cui Nietzsche si fa profeta. Nietzsche descrive per esteso la dottrina dell'eterno ritorno nel suo Zarathustra, anche se già ne aveva parlato diffusamente sin dai tempi di Aurora. Anche il distacco dell'uomo occidentale da Dio, che Nietzsche interpreta come fallimento della metafisica platonica, che solo il tentativo hegeliano ha ritardato, va perciò considerato nella temporaneità dell'evento. L'immagine allo specchio, quella del dio fiammeggiante, Dioniso, altro non è che il primo riflesso dell'apparenza. Prima di quel riflesso, prima del nome, prima della coscienza rimane solo la volontà cieca. La conseguenza di questo tipo di interpretazione è però un Nietzsche che abdica, dunque alla fine, che cede al dolore e alla follia, preda della passività, che si spegne addirittura! E, comunque, al di là delle vicende private e della follia di Nietzsche, se la Volontà di Potenza è ciò che caratterizza una forza nel senso della sua differenziazione da un'altra forza, non si esce comunque fuori dalla metafisica e alla fine avrebbe ragione allora Heidegger. Ciò cui anela l'esistenza, il significato della volontà di potenza è, Nietzsche lo dichiara in modo inequivocabile, l'eternità. Il ruolo e la forza del divenire eracliteo all'interno della volontà del ritorno ribalta qualsiasi tentativo di interpretazione manicheistica. La negazione di un piano ontologico sovrasensibile, contrapposto alla naturalità delle forze di cui si compone il mondo è l'asse portante della sua filosofia. La morte di Dio, il Dio cristiano (unico Dio possibile, nonostante tutto, per Nietzsche?) implica, evidentemente, l'abbandono di tutti i valori che sono legati ad esso. Un mondo senza valori è un mondo essenzialmente nichilista. Heidegger che è uno dei più attenti a sottolineare il rapporto tra morte di Dio, nichilismo e transvalutazione dei valori in Nietzsche, mette in rilievo però che l'essenza del nichilismo è precedente alla nascita del cristianesimo (5). Nichilismo è, insomma, il nome della volontà di potenza una volta storicizzata. In effetti egli fa notare come in profondità, originariamente, ad assegnare significato ad una azione, ad un comportamento, addirittura ad un pensiero sia stata la sola forza, intrinsecamente volta al superamento di altre forze e all'autoaffermazione concreta. Nietzsche non è poi così lontano da queste demolizioni sistematiche che la borghesia opera nei propri confronti. Ovviamente si trova agli antipodi rispetto a Marx, relativamente al tipo di analisi e alle soluzioni da opporre a ciò che per lui è essenzialmente decadence. L'uomo nuovo, l'uomo del meriggio (6), dell'ora silente, l'uomo della transvalutazione dei valori, del riso santificatore è anche l'uomo che riesce a sopportare il peso della decisione, che riesce, consapevole della nascita di un nuovo mondo, ad accettare per sempre la vita. La storia, la cultura hanno fatto il loro corso e sono ormai corrose dalla malattia che porta alla coscienza del nichilismo. Il ricorso al cerchio del ritorno ha evidentemente anche il fine esplicito di liberasi della contrapposizione dei mondi terreno e ultraterreno. E Nietzsche, di fatto, vuole liberarsi della trascendenza, di quel disegno divino che ha tenuto l'uomo e la sua naturalità in scacco impedendone la piena realizzazione. La morte di Dio, ad ogni modo, benché sia essenziale ai propositi di liberazione nietzschiana, si compie essenzialmente per motivi legati sicuramente più alla necessità che alla libertà. E' uno schema antico che Nietzsche conosce molto bene. Il Dio che muore è un Dio "che ha creato il mondo e il tempo e che al mondo creato appartiene" (7). Gli dei nascono e periscono sostanzialmente nel tempo, e nel tempo va ricercato il punto nodale della morte di Dio in Nietzsche: questa in sintesi la tesi di Cacciari, il quale - è ovvio - cerca di risolvere in questo modo l'irriducibilità tra divenire e permanenza. Troppo sofisticato per il palato di Nietzsche, e probabilmente meno abissale del pensiero del Ritorno che invece mina alla base il problema ontologico trasformando la serie ininterrotta delle necessità del tempo in serie ininterrotta delle necessità della libertà. La libertà è la maschera di fuoco il cui nome per Nietzsche è Dioniso, inteso non come antico dio greco ma come nome della potenza creatrice. Il vecchio dio è morto per Nietzsche perchè la grande frattura assiologica, il meriggio, ha dato origine a un uomo che decide il suo stesso essere nel tempo per tutta la durata del tempo. La conclusione della modernità, di cui Nietzsche è la cuspide, è il totale affrancamento da tutti gli dei e il porre nelle mani dell'umanità il suo destino. Dio resta negli scritti di Nietzsche, anche nei suoi appunti, troppo a lungo, e come un'ossessione. Non c'è storia così che possa trascendere la dimensione della fisicità. La Volontà di Potenza è, in questo senso, la forza che riporta ciclicamente la somma delle cause esattamente allo stesso punto eliminando alla radice il problema della trascendenza e qualsiasi scissione tra sensibile e sovrasensibile. La riconciliazione tra eternità e temporaneità, nel flusso ciclico della potenza restituisce alla fisicità, anzi alla materialità delle cose, la dignità dell'esistenza. L'uomo di cui Nietzsche profetizza l'avvento è l'esatto contrario dell'essere determinato eticamente in senso storico. Moralità, trascendenza, timore della morte, corruzione del corpo, temporalità, socialità, giustizia, bene e male, Dio sono superati in un sol balzo. Spesso, anzi, la propria decadence di figlio della fine della modernità fa capolino e il pensiero platonico esce vittorioso dallo scontro. La volontà di potenza è autenticamente la guglia inaccessibile del pensiero nietzscheano e, se Heidegger riesce a utilizzarlo in chiave metafisica ciò avviene anche perché lo stesso Nietzsche non dissipa del tutto il dubbio che il principio del Ritorno sia estraneo del tutto a una qualche possibile prospettiva sovraterrena. Del resto, se la fisicità è costitutiva della rappresentazione della volontà, al tempo stesso non si può escludere che il principio costitutivo della volontà non stia su un piano diverso da quello del suo apparire. La solitudine di Nietzsche resta alla fine una solitudine che va aldilà del semplice piano umano e personale per sconfinare in una terribile solitudine filosofica. In effetti, la fine riservata al superuomo è molto simile a quella riservata dai miti minoici al minotauro. Al figlio del toro divino regalato da Poseidon a Minosse, costretto a vivere da solo nel labirinto, Nietzsche dovette sentirsi molto simile, aspettando invano la spada di Teseo che lo liberasse se non dall'angoscia almeno dalla insopportabile solitudine. Gli ultimi anni di Nietzsche dovettero essere un penoso tormento, dovuto in parte ai progressi innegabili della malattia, in parte all'inafferrabilità che i pensieri cominciavano ad avere anche per il suo stesso autore. Alla fine, non c'è modo di interpretarlo né di lasciarlo così. Nietzsche resta l'interprete ineguagliabile della fine della modernità della quale resta, paradossalmente, anche una delle vette. La transvalutazione dei valori, più volte annunciata, negata, contraffatta perfino, avviene ma la sua messa a fuoco è fiacca: il viandante ha smarrito la strada e la sua identità, ha preferito naufragare. L'eredita che Nietzsche lascia è un investimento "per tutti e per nessuno", una moneta lanciata dietro le spalle, senza interessarsi se uscirà testa o croce. Si affaccia una nuova epoca, lontana da catastrofismi e da finte apocalissi: l'uomo nuovo amerà giocare. Addio alle teorie finalistiche del tempo, senza rimpianti! Non ci sono più stelle polari ad indicare rotte perdute. Tutto è perduto e perciò tutto è guadagnato. Il labirinto della ragione è stato infine spazzato dallo scirocco. Il Dio più antico, Cronos, è morto. Il mondo torna ad essere "un divino lancio di dadi". Note: l) E. Nolte, Nietzsche und der Nielzscheanismus, Berlin 1990, tr. it. Lucio Colletti, Nietzsche e il nietzcheanismo, Sansoni, Firenze 1991, pagg.198-199: "Bisogna distruggere il socialismo giudaico-cristiano". Così Nietzsche, nonostante una convergenza formale, sviluppa sostanzialmente il concetto opposto alla concezione di Marx dell'annientamento del capitalismo e quindi anche della borghesia come classe sociale". 2) F. Nietzsche. Frammenti postumi 1988-89, in Opere, Vol. VIII tomo III, pag. 410. Af. 25 [6]* 3) G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano, 1974, terza ediz. 1981, pag. 64 4) Op. Cit., Af. 312 5) M. Heidegger, Nietzsche, 1961: tr. Fr. Id., 1964, pag. 32 6) Il meriggio come ora della decisione suprema, del Si ed amen e quindi ora dell'amor fati, del senso della terra, insomma dello Uebermensch ma anche ora nella quale il grande Pan è morto. Sul tema del Grande Meriggio è di riferimento il saggio di K. Schlechta, Nietzsches grasser Mittag, tr. it., a cura di Ugo M. Ugazio, Nietzsche e il grande meriggio, Guida, Napoli,1981 7) M. Cacciari, "Concetti e simboli dell'eterno ritorno" in Crucialità del tempo, Liguori Bologna 1980, pag. 69


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