Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”

editoriale

Lavoro:
DA GRANDE FARO' IL SOGNATORE!

di Pino ROTTA
(nella foto la delegazione reggina al 1° Congresso Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani)


Se in Occidente l'occupazione non cresce la causa non sta solo nel mercato stagnante e nelle imprese che non investono, ma è anche una conseguenza della trasformazione culturale della società. Le potenzialità di trasformare, modellare, inventare la materia inorganica e biologica, permesse dalla nuova tecnologia, spingono i giovani ad immaginarsi più che come produttori come creativi. Sarà bene prepararsi ad un lungo periodo di insicurezza sociale ed economica, questo ci viene ripetuto quotidianamente da politici ed economisti nostrani e non e devo confessare che, in conflitto con il mio connaturato ottimismo, sono tra quelli che non vede una situazione rosea nel breve futuro, purtroppo quando si parla di "breve tempo" in economia si ragiona in termini di periodi che vanno dai cinque ai dieci anni. Con la situazione economica attuale ed il tasso di disoccupazione e sottoccupazione che va dal 10/12% e nel sud Italia arriva a picchi di oltre il 50%, questi "brevi periodi" sono una vita per le persone che, in carne ossa ed aspirazioni, compongono queste fredde percentuali. Un disoccupato che oggi ha 25-30 anni ha pochissime possibilità di trovare in futuro un lavoro stabile e meno che mai corrispondente al suo livello medio di cultura ed alle sue aspirazioni. Questo è quello che ci vogliono dire i soloni della politica e dell'economia quando addolciscono la pillola con termini tecnici ed arzigogolati quali "flessibilità", "gabbie salariali", "lavoro intirinale", etc.. Significa che lavoro non ce n'è e che qualche lira la si può tirar sù solo adattandosi alle esigenze temporali delle imprese. Quando poi sentiamo gli enfatici inviti a creare impresa rivolti ai giovani ci sembra di sentire un canto stonato, come dire: ragazzi arrangiatevi! Fare impresa è già difficile in una condizione di espansione economica, figurasi in una fase di recessione! Senza contare che per avviare nuove imprese, oltre ovviamente ai soldi, sono necessari esperienza, competenze tecniche e gestionali che un giovane disoccupato, soprattutto nel Mezzogiorno, riuscirà ad avere solo in modestissime realtà, magari traendole da un'impresa familiare già esistente. Allora la questione del lavoro, in queste condizioni, va affrontata con una concezione nuova dell'intervento dello Stato, oggi più che mai necessario, per fare in modo che queste prospettive pessimistiche assumano una dinamica il più possibile accelerata, tanto accelerata da riuscire a ridurre al massimo i tempi della ripresa economica e del rilancio della domanda interna dei consumi. E qui si inserisce un altro punto cruciale. Che tipo di domanda e che tipo di consumi è possibile incrementare oggi nei paesi occidentali? I nostri lettori ricorderanno che nei numeri passati abbiamo analizzato il rapporto tra lavoro e identità personale. Fino agli anni sessanta, primi anni settanta, la produzione industriale era indirizzata verso prodotti che trovavano accoglienza in una società in cui il benessere sociale veniva identificato (giustamente) con la disponibilità di beni atti a migliorare le condizioni di vita delle famiglie: automobili, lavatrici, frigoriferi, televisori, etc. Questo tipo di produzione aveva creato un aumento dell'occupazione nei settori industriali corrispondenti, a discapito, soprattutto, ma non solo, delle campagne meridionali e dei mestieri artigianali che ruotavano attorno all'economia di tipo agrario. Mestieri come l'arrotino, il fabbro o il calzolaio persero rapidamente il loro peso economico e questo mise le persone che li esercitavano nelle condizioni di ricollocarsi in un'economia rivolta ad un mercato di massa, ma lo sviluppo economico di quegli anni non creò gravissime conseguenze dal punto di vista del tasso medio di occupazione pur creando problemi di adattamento a situazioni sociali e culturali del tutto nuove per i lavoratori che si trovarono costretti ad abbandonare il tipo di vita "tranquilla" delle campagne per gettarsi nel caos e nei ritmi frenetici delle città, con la conseguenza non meno drammatica dell'emigrazione dal sud al nord del paese, condizione che portava con sè anche enormi disagi di tipo materiale e sociale. Negli anni settanta poi la crisi energetica fu una premessa (in parte fittizia) per bloccare le rivendicazioni sindacali che avevano caratterizzato, anche con forme di lotta molto dure, la fine del decennio precedente. Chi ricorderà la cosiddetta "politica dell'austerità" (ricordate il periodo della circolazione delle auto a giorni e targhe alterne?) avrà più facilità a capire che fu proprio in quel periodo che comincia a crearsi tra la gente un senso di insicurezza e di sfiducia nel progresso (aiutato sul più politico dal picco degli ani di piombo, del terrorismo) ed il cosiddetto "ritorno al privato" che ha generato negli anni ottanta quella voglia sfrenata all'individualismo, all'arrampicata sociale a tutti i costi, allo yuppismo. In questo contesto la corruzione politica emersa con "tangentopoli" è figlia di un distacco sempre crescente della politica dai bisogni reali della gente,, ma è anche una chiave di lettura per capire i due problemi fondamentali che oggi sono all'ordine del giorno: la disoccupazione in crescita e la crisi della sinistra, non solo italiana. La Democrazia Cristiana ha dominato la scena politica ed istituzionale per quasi cinquanta anni ed al suo crollo la politica italiana ha imboccato una strada che, facendo leva sull'insicurezza sociale (e quindi sul bisogno di nuove certezze della gente), vede oggi le espressioni politiche moderate e di destra come forze sempre più consistenti. Ma quale è stata la forza fondante della Democrazia Cristiana che gli ha permesso di stare al potere per così lungo tempo? Senza pretendere di fare dettagliate analisi politiche, possiamo osservare che la Democrazia Cristiana nasce nel periodo della ricostruzione del secondo dopoguerra e si rafforza nel periodo del cosiddetto "boom economico" degli anni sessanta, cioè due periodi in cui la spesa pubblica è stata una imponente leva di sviluppo e di crescita dell'economia italiana. La spesa pubblica significava gestione non solo di risorse economiche ma anche di consenso politico (utilizzati troppo spesso per creare fortune economiche e politiche personali o di gruppi ristretti). Oggi la parola d'ordine è proprio il contrario, cioè: ridurre al minimo la spesa pubblica e lasciare spazio all'iniziativa privata. E questo avviene quando in quasi tutti i paesi europei la sinistra è al governo. Senza la spesa pubblica che incentiva la ripresa economica e crea domanda, produzione e quindi occupazione è gioco forza che chi governa è destinato all'impopolarità. La sinistra infatti perde ad ogni tornata elettorale consensi. Ma senza l'intervento dello Stato nell'incremento della produzione le realtà ed i soggetti già strutturati economicamente sono destinati ad aumentare le proprie capacità di crescita, mentre le realtà ed i soggetti più deboli vedono sempre più diminuire le opportunità di riscatto e di benessere sociale ed economico (aggiungendo a questo quella grande parte di economia drogata dalla presenza mafiosa che rafforza questa tendenza). Certo oggi è necessario pensare ad un tipo di investimenti che sia correlato non solo ai bisogni materiali ma anche a quelli psicologici della gente. Quindi quando si parla di occupazione è necessario guardare verso settori economici a forte innovazione tecnologica, capaci di mettere sul mercato un tipo di occupazione "appetibile" soprattutto da giovani che hanno un titolo di studio medio-alto ai quali non si può offrire un futuro di Lavoratori Socialmente Utili (cioè assistiti), lavori che consentano di "creare" un'offerta di servizi e prodotti idonei alla complessa realtà economica e sociale dei paesi occidentali. Tutto ciò è possibile, esistono settori quali la ricerca, l'ambiente, il cosiddetto terzo settore, i servizi alle imprese che consentono di innescare questo meccanismo di sviluppo. Nelle pagine seguenti Helios Magazine offre uno dei tanti spunti su cui è possibile riflettere per indirizzare gli investimenti, soprattutto pubblici, il S.I.T. (Sistema Informativo Territoriale) ad esempio è uno strumento in grado di creare innovazione nella pubblica amministrazione, razionalizzazione e risparmio di riserse economiche pubbliche che potranno essere destinate ad ulteriori investimenti e una qualità complessiva dei servizi pubblici di alto livello che andrà a beneficio del miglioramento complessivo della vita, tutto questo creando contemporaneamente occupazione a forte tasso di specializzazione e conoscenze tecniche e socioeconomiche, cioè non solo quello che serve per i nostri giovani disoccupati, ma soprattutto quello che essi cercano. Naturalmente questo modello di sviluppo non può non guardare a quei paesi (per noi soprattutto nel Mediterraneo) che, o perchè in via di sviluppo e perchè in condizioni di forte arretratezza industriale e sociale, premono con sempre maggiore forza alle nostre frontiere. Integrare questi bisogni è forse la sola possibilità che abbiamo per dare una spinta forte in avanti e creare nuova occupazione e nuove condizioni di sicurezza e giustizia sociale.


HELIOS Magazine

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