Lo specchio di Dioniso: il “Grande Cugino”
Editoriale - POLITICA PERVESA: LA CLASSE ELETTA
Di Pino Rotta
Che si stia tornando al concetto platonico di Res Publica e di Politica sembra sempre più evidente a tutti coloro
che guardano alla politica come "mondo alieno" potente ed oscuro.
Si ricorre ormai sempre più spesso, e non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto nelle amministrazioni
locali ai cosiddetti tecnici.
C’è una evidente e diffusa inadeguatezza degli apparati burocratici ormai invecchiati (non bisogna farsi
abbagliare dagli esempi molto interessanti che si vedono ogni tanto in televisione!) rispetto alla complessità delle
realtà da governare.
Questo problema peraltro non è solo italiano ma investe un pò tutti i paesi occidentali (per fermarci alla realtà a
noi vicina).
Naturalmente esistono realtà molto diverse ma, come si dice ormai con un termine di moda, disseminate sul
territorio "a macchia di leopardo".
L'Italia vive in questo campo ritardi che ci vengono da un recente passato di immobilismo politico e
amministrativo che ha creato delle nicchie di "potere localistico" molto resistenti al cambiamento, poichè attorno
al sistema di gestione della spesa pubblica si sono create delle vere e proprie cittadelle fortificate in cui il politico,
l'amministratore o l'imprenditore di turno ha ritagliato i propri spazi di sussistenza che oggi si stenta non poco a
rimettere in discussione.
Queste responsabilità di una vecchia classe politica corrotta e corruttrice scoperte con la cosiddetta
Tangentopoli, ma certamente non risolte e sicuramente ancora tutte da mettere in luce sotto il profilo giudiziario,
hanno dato la possibilità di mantenere in vita un sistema perverso in cui la ricchezza del Paese veniva gestita a
vantaggio di pochi che, superati gli anni del cosiddetto boom economico, hanno stritolato la possibilità di
sviluppo omogeneo del nostro paese.
Si è così creato un debito pubblico pari al complesso dell'evasione fiscale accumulata in tutti gli anni del blocco
politico legato al periodo della contrapposizione delle due grandi potenze a livello mondiale, gli Stati Uniti e l'ex
Unione Sovietica.
Caduto il Muri Berlino ed "esplosi" i confini non solo geopolitici ma soprattutto economici a livello mondiale, ci
siamo ritrovati con una situazione economica che dietro il concetto di globalizzazione dei mercati nasconde un
concetto molto più semplice anche terribilmente devastante dal punto di vista politico e sociale.
Coloro che si sono avvantaggiati di quel sistema bloccato lucrando sulla corruzione, sull'evasione fiscale e sul
monopolio dell'economia oggi sono più potenti di prima e dettano condizioni che, vestite da necessità
ineluttabili, nascondono un ricatto sociale di dimensioni gigantesche: il passato è passato, il debito pubblico c'è,
la concorrenza economica è ormai una condizione imprescindibilmente mondiale, quindi o quelli che hanno
pagato fino ad oggi (soprattutto i lavoratori dipendenti) continuano a pagare ed accettano di vedere ridotto il
loro tenore di vita nei prossimi anni o si va al disastro.
Quindi l'evasione fiscale degli anni passati va dimenticata ed i debiti dobbiamo pagarli tutti, anzi devono pagarli
solo quelli che lavorano. Non crediate che sia un discorso velleitario, il nostro, è solo una constatazione pratica.
I disoccupati non producendo reddito non possono pagare tasse, e sono un problema sociale esplosivo, le
imprese per far fronte alla concorrenza internazionale non devono pagare tasse altrimenti minacciano la chiusura
che porterebbe aumento della disoccupazione, quindi volenti o nolenti a pagare devono essere i lavoratori, cioè
quelli che da sempre hanno sopportato il peso della spesa pubblica. Con l'aggravante che oggi oltre alla spesa
pubblica corrente bisogna pagare anche il debito accumulato da quelli che negli anni passati non hanno pagato
le tasse.
Un sistema perverso, ma una realtà drammaticamente incalzante. Il rischio è il crollo del sistema democratico.
Le due emergenze che affliggono gli italiani oggi, cioè il problema del lavoro e quello della sicurezza, sono
emergenze reali, a cui occorre dare risposte concrete ed immediate, ma sono il risultato di quegli anni in cui la
politica era dominata dai blocchi di potere.
Per affrontare l'emergenza i normali strumenti di dialettica democratica non sono più adeguati, quando occorre
prendere decisioni rapide ed efficaci nel breve periodo occorre affidarsi a chi ha le qualità tecniche e professionali
giuste, ecco che la politica si consegna ai cosiddetti tecnici, le amministrazioni locali invocano l'intervento dei
managers sul modello delle aziende private, ed anche quando al vertice tornano i politici essi non sono altro che
dei professionisti della politica che utilizzando i propri "consulenti tecnici" assumono decisioni per rendere
efficaci le loro scelte.
Tutto giusto si potrebbe concludere, salvo che quando la politica diventa tecnocratica si allontana sempre di più
dalla gente comune e diventa sempre più materia per "addetti ai lavori", la gente chiede solo sicurezza e servizi
efficienti e la società si verticalizza, nel senso che ha un potere contrattuale più forte ottiene di più e gli di meno,
o nulla del tutto, fino a quando tutto questo non diventa sistema politico. In questo senso occorre guardare al
dibattito sulle riforme istituzionali in corso nel nostro Paese. Il rischio è che sotto la spinta delle emergenze sociali
ed economiche si creino le condizioni per instaurare un vero e proprio regime tecnocratico, in cui a colpi di
referendum (con cui decidere con un SI o con un NO se si vuole riformare tutto il complesso delle norme
costituzionali frutto di decenni di lotte e sacrifici), o con riforme amministrative che sembrano avere solo valore
tecnico poichè, ci spiegano i "saggi" che far funzionare un ente non è ne di destra ne di sinistra ma solo
efficienza, ma che gettano le basi per l'esproprio del diritto di partecipazione democratica alla gestione della vita
pubblica.
Con una scuola che, per scelta politica degli anni passati, ha consegnato titoli di studio inadeguati non solo
all'inserimento nel mondo del lavoro ma soprattutto alla partecipazione politica, il rischio è che la politica ritorni
ad essere gestita dalla Classe Eletta, come ai tempi di Platone.