a cura di Giancarlo CALCIOLARI
Lucien Sfez è ricercatore nell'ambito della comunicazione e dell'informazione. È professore all'università di Parigi I,
Panthéon-Sorbona, e lettore riconosciuto della vita intellettuale francese e internazionale. Tra i suoi scritti più
interessanti: Critica della decisione (4° ed. 1992), Critica della comunicazione (3° ed. 1992), La comunicazione
(1991). Inoltre ha diretto l'imponente ed essenziale Dizionario enciclopedico e critico della comunicazione (1993).
Presso la casa editrice Spirali di Milano è in corso di traduzione La salute perfetta (1995). Per il dibattito
sull'intelligenza artificiale promosso dalla rivista Helios Magazine, abbiamo intervistato Lucien Sfez che in più
libri ha svolto una lettura critica dell'invenzione dell'intelligenza artificiale di Herbert Simon.
D.: Può parlare della relazione tra la comunicazione e l'intelligenza artificiale, come lei la intende nella Critica della
comunicazione (pubblicato in italiano da Hopefulmonster, 1995, p. 456, L. 45.000)?
R.: È evidente che l'intelligenza artificiale entra nella rubrica "comunicazione" poiché con l'intelligenza artificiale
l'uomo comunica con sé stesso. Molto chiaramente comunica con il suo cervello. E una delle principali questioni
che vengono poste in questo scorcio di secolo è la connessione tra il cervello e il computer. Ovvero gli
specialisti dell'intelligenza artificiale, del computer, delle scienze cognitive provenienti direttamente dal computer,
hanno preso come metafora dell'intelligenza il computer. Peraltro hanno detto che dopo tutto si potrebbe
ricercare se il cervello aveva una forma di intelligenza seriale o parallela. Ciò vuol dire che fanno della ricerche a
partire dalle tecniche stesse del computer. Non è grottesco né ridicolo perché sono delle ipotesi di lavoro, e dopo
tutto operare una trasposizione da una disciplina all'altra per la ricerca è sempre stato il ruolo della scienza.
Invece, quando non si prende più la metafora e la si prende alla lettera, non sappiamo nemmeno più che è una
metafora e la prendiamo sul serio, e diciamo: il cervello funziona come un computer.
Questo è uno scandalo assoluto ed è ricusato da tutti gli specialisti di neurobiologia. Sono questi gli aspetti che
critico nel mio libro Critica della comunicazione. In particolarmente l'intelligenza artificiale, perché da molto tempo
proseguo la lettura dell'opera di Herbert Simon, che non ha ottenuto il suo premio Nobel per l'intelligenza ma per
l'economia, ed è altrettanto celebre per l'intelligenza artificiale che per l'economia, poiché è fondatore con qualcun
altro nel 1956 di quello che hanno chiamato l'"intelligenza artificiale". Se l'intelligenza artificiale era come la
pensavano i matematici di un'altra epoca per dire che un computer avrebbe giocato agli scacchi o alla dama, è una
cosa. Anche per dire che un giorno il computer potrebbe giocare contro il campione del mondo e batterlo. Io non
mi sono mai divertito a predire che sarebbe stato sempre battuto il computer dal campione del mondo. In effetti,
recentemente, il campione del mondo si è fatto battere. Per altro queste sono metafore, perché si omette di dire
che nell'ordinatore sono state messe dai massimi specialisti e dai grandi maestri internazionali tutte le partite
precedenti e tutte le mosse che conoscono. Solo così l'ordinatore ha battuto il campione del mondo: si tratta
sempre dell'uomo che batte l'uomo. Qui non c'è nessun miracolo! A un certo punto si è voluto dire che il
computer avrebbe padroneggiato tutto l'apprendimento, l'insegnamento, e a un certo punto sarebbe stato capace
di parlarvi come un uomo, ovvero in maniera intelligente, in linguaggio naturale. Questo era il grande sogno degli
anni settanta. E quando ho svolto a Tokio nel 1985 la mia ricerca per il libro sono stato ricevuto dal presidente
della Icot, in altri termini dal presidente della quinta generazione dei computer. E mi dice che grazie all'intelligenza
artificiale, e grazie ai computer intelligenti che faremo negli anni novanta, noi potremo entrare in relazione con
tutti gli uomini della terra, attraverso tutti i fenomeni di traduzione automatica. Il computer risponderà
intelligentemente e noi porteremo la felicità e l'uguaglianza agli uomini. Ecco il punto! Noi siamo nel 1999 e non ci
sono mai stati computer in grado di rispondervi in termini di linguaggio naturale. E in merito all'apprendimento, sì,
ce n'è un po' e molto limitato. Per quanto riguarda la storia straordinaria di donare la felicità e l'uguaglianza agli
uomini, questo partecipa a una ripetizione beffarda della storia delle tecniche negli anni sessanta. Negli anni
sessanta il computer della prima generazione era stato salutato da un grido di gioia di un uomo che si chiama
Jean-Jacques Servant-Schreiber - che ha scritto La sfida americana, tradotto in milioni di copie in moltissimi paesi
- e che diceva: "date un computer a ciascun villaggio africano e porterete l'Africa fuori dal sottosviluppo". Negli
anni settanta si è detto
che lo stato avrebbe dovuto liberare il telefono, che lo stato era fuori luogo. Il telefono è prigioniero dello stato, e
questo è particolarmente vero in Francia. Si tratta della sedicente storia di convivialità del telefono contro lo stato
cattivo. Negli anni ottanta si è parlato nello stesso modo del video.
Allora si è detto che il video era magnifico perché avrebbe esteso la cultura a tutti. E beninteso è il caso anche
dell'intelligenza artificiale. Negli anni novanta noi abbiamo Internet. Al di là della sua utilità immediata - perché
non si tratta di contestare l'uso di Internet nell'ambito specialistico - si è detto con grida di gioia che Internet
permette di sistemare tutte le questioni. Con Internet si accede al sapere universale, un accesso egualitario di
tutti. Internet è una soluzione a tutti i problemi. Gli scienziati di tutti i paesi, anche di quelli sottosviluppati,
possono dialogare tra loro. Non è vero nemmeno l'inverso, ovvero che Internet sia il nuovo mezzo di dominio dei
grandi della terra. Non si tratta dell'incubo di Paul Virilio [ndr: per esempio in Cybermondo, la politica del peggio,
Textuel, Parigi 1996], che si è scagliato in modo estremamente forte e violento contro le tecniche di
comunicazione, dicendo che sono una catastrofe. Sicuramente è vero dire che sono una catastrofe come è
altrettanto vero dire che sono un paradiso. Sono entrambe favole. Bisogna passare oltre a questo dispositivo di
inferno e di paradiso per cercare di compiere una valutazione critica. Inoltre coloro che parlano di inferno e di
paradiso si nutrono l'un l'altro. Ingaggiano un dibattito pubblico su dati che non hanno senso. Ci si chiede quali
siano i pericoli e quali le meraviglie, senza riuscire a identificarli, a fissarli. Occorre svolgere una valutazione
critica specifica in ciascun caso. Per tornare a ciò che dicevo nella Critica della comunicazione, io leggevo Simon
perché non erano noti i due Simon: sono due differenti, come il Dottor Jeckhill e Mister Hyde. L'uno lavora sulle
amministrazioni e sulle organizzazioni, ed è in effetti il più noto nell'ambito della sociologia, delle scienze politiche,
dell'amministrazione; inoltre è il più antico, allievo di Chester Barnard, e ha scritto il suo grande libro nel 1945, che
s'intitola Administrative Behavior, Comportamento amministrativo, dove difende la concezione di un uomo
normale, standard, con la sua fascia di razionalità, ossia la razionalità limitata: non si prenderebbero mai delle
decisioni in modo razionale, ma razionali sino a un certo punto, razionali in modo da potersi aggiustare
pragmaticamente. E l'altro è escluso, ossia Mister Hyde, che lavora sull'intelligenza artificiale. Non si nota che si
tratta dello stessa persona e della stessa concezione della razionalità. Facciamo un esempio d'intelligenza
artificiale, prendiamo la tecnica dell'agenda: si apre un documento nello stesso modo in cui si apre il computer alla
lettera 'a'. Trovo: "Air France", "atlante"... Questa è intelligenza artificiale. Ma da qui a dedurre che l'intelligenza
artificiale può realmente scoprire o creare, questo risulta molto più complicato a dirsi, giustamente perché non
abbiamo scoperto il linguaggio naturale.
D.: Tutta la concezione di Simon è quella di un uomo normale. Che cos'è un uomo normale?
R.: In effetti è un uomo che cerca nella sua agenda, un uomo che fa tutte le cose dicibili e leggibili, ovvero che
esclude l'inconscio. Ci sono varie caratteristiche da estrapolare, come la trasparenza, che funzionano per Simon
per tutte e due le razionalità: quella di amministrazione e quella dell'intelligenza artificiale. Ecco, io critico tutto
questo. Possiamo chiamarla intelligenza artificiale, possiamo dire che Simon è il pensatore che ha aperto la pista
ai sistemi esperti, assieme ad altri suoi amici nel 1956. Sistema esperto consiste a dire: chiamo un medico, un
avvocato, mi si chiede "avete la febbre?", rispondete per un sì o per un no, "quanto avete di febbre?", rispondete
per un sì o per un no, "da quanti giorni?"... Questa è la tecnica dell'agenda, del sì e del no. Questa è l'intelligenza
artificiale. Tutto ciò va bene. Ma questa è una definizione ideologica, è un impiego abusivo, che mi pare
pericoloso. In effetti è all'origine di tutto ciò che si racconta sulle tecniche di comunicazione: "è una meraviglia",
eccetera. "È una meraviglia", quindi dicono gli altri: "È una catastrofe". Per me si tratta dello stesso dispositivo.