“L’Olocausto fu pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano: ecco perché è un problema di tale società, di tale civiltà, di tale cultura”. E’ la tesi, molto condivisibile di Zygmunt Bauman, che nel 1989 si interrogò sull’Olocausto, considerato fino ad allora una deviazione del nazismo, una degenerazione di quel regine, e pertanto da relegare in quel determinato momento storico. Un libro quanto mai attuale all’indomani della “Giornata della Memoria”, fissata il 27 gennaio, in ricordo del 27 gennaio 1945 quando i soldati russi aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, scoperchiando e rivelando al mondo la pentola avvelenata e terrificante del genocidio nazista di ebrei, zingari ed omosessuali in nome della purezza della razza.

I cancelli del campo di Concentramento di Auschwitz

I cancelli del campo di Concentramento di Auschwitz

Tuttavia, mentre ogni anno siamo tutti impegnati in una riflessione, dovuta, necessaria, in un periodo di crisi dei valori, ecco che ci tocca fare i conti con un’altra data, altrettanto significativa per l’onore che dobbiamo ai morti, quella dell’11 febbraio, che nel nostro Paese, è stata dedicata alla “Giornata del ricordo”, dei tanti caduti delle foibe e delle persecuzioni di italiani, da parte dei comunisti di Tito. Ma al di là del rispetto che dobbiamo ai caduti di ogni guerra, non riesco a mettere sullo stesso piano “Giornata della memoria” e “Giornata del ricordo” e questo per tutta una serie di ragioni secondarie che andrò, da qui a poco, a spiegare. La prima ricorrenza nata dall’esigenza, tutt’altro che politica, di mantenere viva l’attenzione e la riflessione su una delle pagine più buie e raccapriccianti. L’Olocausto non viene ricordato solo ed esclusivamente per condannare il nazismo, che va condannato senza sé e senza ma, e con esso le perversioni che si trascinava al suo interno, ma per condannare un momento cruciale della storia dell’uomo, in cui le perversioni della guerra, l’egoismo individuale, una follia ideologica collettiva riuscì a partorire e mettere i pratica uno dei crimini più atroci di cui l’umanità si sia potuta macchiare: lo sterminio organizzato e programmato di milioni di persone, colpevoli solo di appartenere ad una determinata religione, razza, etnia, e preferenza sessuale.
I molti si sono chiesti: “Come è potuto succedere?” Se lo sono chiesto in tanti. Ce lo siamo chiesto in tanti. Non solo Bauman, che ha cercato di dare una spiegazione sociologica a quella degenerazione, mettendo davanti alla proprie responsabilità la cultura occidentale, la civiltà moderna, dalla quale mai si sarebbe potuto aspettare così tanto. E dunque, la giornata della memoria, al di là delle considerazioni retoriche era e voleva essere un monito all’umanità. Intendeva alzare e tenere alto l’allarme sul pericolo che incombe anche su una società che consideriamo “illuminata”, come la nostra.
Ma come si dice, ‘al peggio non c’è mai fine’. Non doveva succedere, ma è successo che la condanna della Shoà la si è voluta connotare, e non senza malizia, anche sotto il profilo politico, come una presa di posizione, ‘lo stare da una parte’, per giustificare persino i maldestri tentativi di revisionismo che in questi anni di fine ‘900, non sono mancati. E rispetto alla quale bisognava creare una contro-partita altrettanto aberrante, analogamente sanguinosa, ma uguale e contraria, quella appunto delle vittime delle Foibe che certa ‘destra’, ha creato solo per controbilanciare la Giornata della Memoria, istituita per le vittime della Shoà.

Risiera di San Saba a Trieste

Risiera di San Saba a Trieste

“Una guerra di memorie che nulla c’entra con la storia”, ha scritto Matteo Zola, direttore della rivista on line “East Journal”, quotidiano on line di informazione su Europa centro-orientale e vicino Oriente. (Indirizzo internet www.eastjournal.net) in un illuminante articolo dal titolo “La tragedia delle foibe e il nazionalismo italico. Una memoria selettiva?” nel quale si ripercorrono le tappe di una vicenda che ebbe come prologo le persecuzioni politiche che con l’avvento del fascismo furono attuate contro sloveni e croati ed ancor prima attraverso “una superiorità” italiana che soffocò quelle culture relegandole ai margini della società. Con l’occupazione della Dalmazia, del Montenegro e della Carniola, altrettanto avvenne contro i partigiani sloveni del nascente partito comunista jugoslavo. E’ solo con la resa dei conti seguita all’armistizio dell’8 settembre che si comincia a parlare di foibe “e delle drammatiche rese dei conti private tra italiani e slavi” scrive Zola ricordando che le repressioni dell’armata popolare jugoslava colpì, senza distinzione alcuna, “persino esponenti del Comitato di liberazione italiano”. Ed è pur vero che le foibe non avrebbero potuto contenere “i milioni” di trucidati di cui si parla in alcune suggestive ricostruzioni. Le cifre più verosimili, ma questo senza assolutamente voler ridimensionare comunque quella che fu una autentica tragedia umana, oscillano tra 5 mila e 10 mila vittime. Resta il fatto che “la tragedia della foibe – come sottolinea Matteo Zola sulle pagine di East Journal” – è diventata il velo dietro cui nascondere la pulizia etnica, i campi di concentramento (di Rab e la Risiera di San Sabba), la barbarie italiana, trasformando gli italiani da carnefici a vittime”.
Resta il fatto che la storia non può essere raccontata per “episodi”, e manipolata a proprio piacimento. La memoria, appunto, non può essere selettiva.