“Questione di rispetto”. Soprattutto verso se stessi, la propria coscienza, l’essenza stessa di una vita affrontata con entusiasmo, caparbietà ed onestà. E’questo ‘il rispetto’ di cui parla Giuseppe Baldessarro, nel suo ultimo libro dedicato all’impresa, perché

Giuseppe Baldessarro
Questione di rispetto
L’impresa di Gaetano Saffioti contro la ‘ndrangheta
Editore Rubbettino

di questo si tratta, di Gaetano Saffioti contro la ‘ndrangheta. Soprusi, ricatti, richieste estorsive, vere e proprie imposizioni, minacce; e poi la paura, tanta paura, e la rabbia. Tanta rabbia, che Baldessarro riesce ad estrarre integra dalla ‘carne viva’ dei ricordi di Gaetano Saffioti, fin dal primo episodio, quello che segna l’inizio del libro e di un destino quasi drammaticamente segnato, prima motivazione, poi, della sua ribellione da adulto: quattro giorni rubati alla tanto desiderata settimana di colonia estiva in Aspromonte quando aveva solo otto anni. Rabbia inizialmente covata contro il padre: “egoista. Che pensava solo al lavoro”. La verità verrà fuori molti anni dopo, rivelata dalla madre, quando ormai il padre non c’è più. Quando ormai è impossibile sanare quella vecchia ferita. E di ‘ferite’ Tonino nella sua lunga esperienza di imprenditore ne subirà tante. Sempre più profonde, sempre più dolorose, sempre più sanguinanti. La causa di quelle ferite è la ‘ndrangheta, la sua opprimente presenza, i suoi tentacoli che riescono a raggiungere anche il più sperduto angolo della Piana di Gioia Tauro, infettando di marcio ogni attività economica ed imprenditoriale. La ‘ndrangheta ha nomi e cognomi. Gaetano li conosce bene: i Gallico di Palmi, i Bellocco di Rosarno, e i Piromalli di Gioia Tauro. O meglio, saranno loro a farsi conoscere da Gaetano, anche personalmente, persino da latitanti, ricercati alla macchia, magari ben protetti a pochi passi da casa. Germi di una malattia che infetta tutto, contro la quale Gaetano Saffioti intende reagire, ed anche da solo, di debellare, di sconfiggere. Non accetta di essere contagiato da quel morbo avvolgente, che stritola nella sua morsa l’intera Piana di Gioia Tauro, e riduce sempre di più gli utili della sua impresa. Ma ai mafiosi non basta il guadagno. Vanno oltre, imponendo forniture di materiali, spesso scadenti ed inutilizzabili, l’obbligo di usare mezzi meccanici delle imprese controllate, pagato con fatture ‘gonfiate’ per creare altri utili; e persino l’assunzione di personale vicino alle cosche, che fa da controllore sull’appalto dal quale poter strappare ulteriori ‘mazzette’.

Gaetano Saffioti e Giuseppe Baldessaro ricevono i Premio nazionale “Paolo Borsellino” 2017 l

E’ un racconto cronologico quello di Baldessarro, sul filo dei ricordi di Saffioti. Ma ogni episodio, pur essendo un caso a sé, fa emergere il quadro devastante della longa manus della ‘ndrangheta potente non solo in Calabria. Lo capirà bene il coraggioso imprenditore di Palmi, persino da collaboratore di giustizia; addirittura sotto scorta, nei cantieri del ‘tranquillo’ Nord, dove non mancano danneggiamenti ed incendi ai mezzi della sua impresa.
In ‘Questione di rispetto” Peppe Baldessarro, riesce a fare emergere dal racconto di Gaetano Saffioti, ogni minimo impulso, anche la più trascurabile emozione, ogni sensazione, persino latente, che accompagna i vari episodi; gli ‘inviti’, gli ‘incontri, le velate minacce, le imposizioni, i ricatti.
Vicende in cui prende forma, piano piano, coerentemente, la decisione di ribellarsi, di reagire alla sopraffazione mafiosa, dei cosiddetti ‘amici’, e degli ‘amici degli amici’. Un percorso tormentato, faticoso, doloroso, ma necessario. Ineludibile. Saffioti raccoglie prove di quanto subisce, con registrazioni, filmati, documenti, agende fitte di appunti. Materiale che formerà il ricco dossier dalla quale scaturirà l’operazione “Tallone d’Achille”, che ha portato all’arresto e alla successiva condanna, per associazione di tipo mafioso ed estorsione, di 48 esponenti delle famiglie mafiose dei Bellocco, Mazzagatti, Romeo, Nasone, Piromalli e Gallico. E la stessa tensione emotiva si ripresenta intatta dal racconto dei giorni del processo, delle testimonianze davanti ai giudici e con accanto le gabbie in cui sono reclusi i più importanti affiliati delle cosche di ‘ndrangheta.
Scrive Baldessarro: “A Gaetano quasi non interessava che i suoi aguzzini fossero condannati. Voleva soprattutto essere creduto. Non era vendetta ciò che cercava in quell’aula di Tribunale. Era giustizia. Giustizia e vendetta non stanno mai dalla stessa parte. Lo sapeva bene Gaetano Saffioti. Aveva visto tante volte i lineamenti della vendetta. Li aveva visti a Palmi”.
La rabbia di Gaetano Saffioti, si impadronisce del lettore. Ma non è una resa, non è motivo di disperazione. Giuseppe Baldessarro offre la speranza di questa testimonianza. Anzi fa vedere “il confine” immaginato dallo stesso Saffioti: “Ora quel confine c’è ed è bene in evidenza – afferma – Su quella traccia ho alzato un muro. Da una parte loro, dall’altra parte io”.
Un invito a tutti noi, a scegliere da quale lato del muro stare.-