Non so se l’alba fosse dorata quando vent’anni fa nasceva “Helios Magazine” e neppure se fosse stato un parto podalico, come spesso avviene per le iniziative prese a queste latitudini; ricordo invece anni non ancora di “crisi” come la conosciamo oggi. Almeno apparentemente, la fine degli anni ottanta ci consegnava un modello nuovo, da scartare pian piano dall’involucro lucido sopra e opaco sotto. Uno strano ottimismo ci pervadeva, facendoci gustare (o solo immaginare) nuove tecnologie da umanesimo di rete, buone per giovani e anziani, poveri e benestanti, meridionali e non. I cantautori non venivano più processati per scarso impegno e potevano finalmente parlare d’amore. Timidezza e pudore si nascondevano in pezzi talora ingenui, scritti più per gli amici che per un target commerciale. Il fiato non ci mancava per dire che sognavamo ancora e magari il sogno era solo all’inizio. Iniziava un’era, attorno a noi, di consumi drogati e di graduale allontanamento dall’introspezione e dall’approfondimento. Noi ragionavamo a voce alta su politica, antropologia, psicologia e cibernetica. Non so se politica e sindacato avessero già cominciato a trasformarsi in simulacri e neppure se si insinuavano già i prodromi dell’attuale sbracato associazionismo virale (cominciavano già a vedersi molte fiaccolate per le legalità ma non si notavano ancora le icone dei Santi inchinarsi nei pressi di scintillanti balconi). Tutto mi sembrava avvolto dall’enfasi eterea della realizzazione degli Stati Uniti d’Europa (“solido stato internazionale”). Un programma fantastico ci è passato davanti come nel mito della caverna, Ciampi e Napolitano, firme di trattati e accordi, libero scambio e moneta unica (che insolita fretta di vedere la faccia delle banconote in Euro!), passaggi senza dogana e formalità da confini dalla storia pesante, rappresentazioni continue di cadute di muri. Disperse in questo scenario, mitiche sirene: la rete per tutti, distanza e tempo che si frantumano in millisecondi, intelligenze collettive, paesaggi aspri da condividere e linguaggi liquidi da presentare, elegia dell’incertezza buona. Ci eravamo figurati uno scenario ben diverso del ritorno, confezionato da egoismi e paure, dei nazionalismi e della xenofobia.

Questo è quello che ricordo: Europa Unita e rete, tutte insieme in un abbraccio solidale che ci faceva vivere felici e attendere con trepidazione le novità del giorno dopo. Sono state tante: l’affermarsi del “sovranismo”, i muri divisori, il filo spinato, i polpacci di esseri umani senza speranza morsi dai cani, i bambini affogati, il Mediterraneo insanguinato, i lager degli immigrati, gli eccidi religiosi, le teste che cadono nella schiuma, i governi che si succedono nei paesi “arabi” col consenso occidentale; e poi, lo sbriciolamento dei partiti, la scomparsa di destra e sinistra, il ritrattare i trattati, le reti sociali che affascinano i giovani prima di ingoiarli e uccidono le famiglie, la trappola della solitudine nella luce dello schermo, il pettegolezzo mediatico che inchioda alle croci, l’inquinamento che ci affoga mentre programmiamo di fermarlo, i soldi europei che vanno ai ricchi perché i derelitti non sanno usarli.

Una “nuova” società un pò diversa dai nostri sogni solari incautamente descritti fra le pagine di “Helios Magazine”. Ma ci siamo ancora e c’è il nostro giornale, manifesto d’illusioni e d’amore. Ora c’è il futuro, visto da lenti più spesse e opache. Difficile da pronosticare, siamo cambiati e con meno energia: io credo, però, che forse abbiamo ancora un senso e un progetto da realizzare. L’errore di base, a mio avviso, è stato quello di fomentare e poi creare un’Europa sbilanciata, modellata dalle logiche finanziarie e di rigore dell’Europa Centrale. Non ne abbiamo colpa, non siamo stati attori principali, ma il nostro entusiasmo ha probabilmente favorito il consenso d’opinione. Non esiste un modello centralista europeo che possa reggere all’impatto del Mediterraneo, che non è solo Europa: è Islam, Stati Uniti d’America, Russia, Cina. Il Mediterraneo è il luogo e il tempo di una conversione di pensiero, l’alternativa è la guerra mondiale liquida per bande annunciata da Papa Francesco, che stiamo già vivendo. Chi siamo noi per poter avere voce su questo? Tuttavia, questo è anche il futuro di chi conta poco, e che mi sembra di scorgere per il nostro Helios Magazine: fungere da megafono dell’euro-mediterraneità, guardando all’inverso, dal fondo del bicchiere e magari farlo per poche orecchie: Ci serve per sentirci ancora presenti e per non lasciarci dire un giorno che potevamo dirlo.