Nicola Lagioia, classe 73, ha esordito come scrittore nel 2001 con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj che gli valse il Premio Lo Straniero. Con il suo ultimo romanzo, La Ferocia (Einaudi ) ha vinto nel 2015 il Premio Strega.

Il testo è la rappresentazione coerente del mondo attuale, nella sua amara, ma essenziale realtà. Un turbinio di personaggi, eventi catastrofici, segreti nascosti e poco “lodevoli”, sintomi di una società malata.

L’approssimazione non ti piace perché non è coerente.

Il dettaglio è importante, e lo è a 360°C: nella descrizione del paesaggio, nei dettagli medici dell’autopsia di Clara,  nei progetti architettonici, nelle discussioni in merito ai lavori edili. Il mio intento è quello di riuscire a creare un mondo, con l’aiuto dei dettagli, un mondo quanto più possibile credibile.

Il mondo descritto appare duro e violento perché è lo specchio del mondo contemporaneo, duro e violento.  Anzi, direi che non è nemmeno il mondo più duro e violento dei mondi possibili.  Non è più duro della realtà effettiva, visto che non viviamo in un mondo i pace.

E della finta famiglia perfetta, che ne pensi?

La famiglia perfetta non è che non esista oggi, non esiste più da molto tempo. Chi parla ancora in questi termini delle famiglie? Chi ci impone questa struttura fittizia? Non mi pare che questa idea di famiglia esista più dagli anni 50. La famiglia è, ormai, estremamente disfunzionale.

La protagonista assente, Clara, ha dei gusti sessuali “strani” o “deviati”, autolesionisti. Come è nata l’idea di renderla affetta da questa passione mortale?

Innanzitutto il comportamento di Clara non è un comportamento lineare: all’inizio sembra che Clara si interessi alla ribellione di Michele [il figlio nato dalla relazione extraconiugale del padre ma cresciuto in famiglia come un fratell(astr)o], dandogli manforte nelle sue azioni criminali. Il tutto solo però finché i due non vengono separati e Michele se ne va a Roma. In quel momento arriva una svolta e la sua vita, si allinea ai bisogni della famiglia. Anche le sue abitudini sessuali disfunzionali sono, in realtà, utili agli affari di famiglia. Lei, infatti, va a letto con gli uomini che possono risultare utili agli affari di famiglia.  A me, tuttavia, piace immaginare, che Clara, con questo suo processo di autodistruzione, abbia posto, in qualche modo, le basi per passare il testimone a Michele e dargli maggiore visibilità a livello umano. La morte di Clara diventa, in effetti, per Michele la spinta per iniziare le indagini sulla sua morte, sulla famiglia e sul come riuscire ad annullare la fatiscente istituzione della famiglia, portandola al fallimento totale.

Tra la miriade di personaggi nel romanzo, ce ne è stato uno particolarmente difficile da plasmare durante il processo creativo?

No, non direi. La cosa difficile è stata, per me, all’inizio, entrare nella storia, riuscire a sintonizzarmi con l’atmosfera evocata, con la famiglia, con quel tipo di atmosfera sentimentale, economica, politica, cittadina etc. Una volta entrato nel romanzo, tuttavia, mi sono trovato a mio agio con tutti i personaggi. Posso anche aggiungere che non me la sento di giudicare nessuno dei personaggi, neanche quelli più negativi come Ruggero o Vittorio. Credo che la letteratura debba far comprendere e non giudicare i personaggi, cercando di capirli… magari anche diventando empatici nei loro confronti. Questo è l’approccio, secondo me, che uno scrittore può avere con i suoi personaggi, evitando di agire come un Pubblico Ministero.

Pensi che questa storia possa avere un seguito?

Credo di no. Di solito non continuo i miei libri: le storie per me si concludono nel libro stesso. Ammetto che mi sono affezionato a questi personaggi e sono fiero di averli “estratti dal nulla”, dove tutti i personaggi letterari sono destinati a rimanere, finché qualcuno non li racconta. Magari un romanzo ambientato negli stessi luoghi, nelle stesse atmosfere sì, ma non con gli stessi personaggi. Quando io pubblico un libro lo seguo un po’, ne faccio presentazione ed eventi collegati. Potrei dire che mi comporto come la gatta con i gattini: li seguo finché non diventano grandi e sono in grado di andare per i fatti loro. Non so se cambierò il mio atteggiamento in futuro ma, per adesso, non sento l’esigenza di rimetterli sotto la lente di ingrandimento dello scrittore. Sono stato in compagni dei personaggi del mio ultimo romanzo per ben 4 anni, per almeno 5-6 ore al giorno. È quasi come con quelle persone con cui sei stato così vicino, anche troppo vicino, fino a quando nasce il desiderio di andarsene ognuno per i fatti propri.