La sindrome Bridget Jones
di Elisa Cutullè
Sembrava un fenomeno isolato, una trovata pubblicitaria, una gag.
Eppure il bestseller di Helen Fielding "Il diario di
Bridget Jones", seppure non più attualissimo, continua a riecheggiare non
solo nelle nostre menti. I media continuano a propinarci, in tutte le salse,
continui rimandi alla vita delle trentenni del terzi millennio: le trentenni
afflitte dalla sindrome di Bridget Jones.
Trentenni che non hanno una relazione fissa, bensì una famiglia sgangherata alle spalle, un gruppo di amici sui generis ed una voglia irrefrenabile di voler essere considerate sexy e giovani.
Che cosa sia poi in effetti tale sindrome non ci è dato di capire: è un’ossessione per le calorie, un’ossessione per l’essere bella e desiderata o la necessità di non doversi sentir chiedere in continuazione "come va la vita amorosa?".
È un fenomeno, un fenomeno attualissimo.
Ho comprato il libro due anni fa in Francia, in aeroporto. L’ho letto tutto di un fiato. Non so spiegarmi nemmeno il perché. Forse perché avevo 29 anni e immaginavo la soglia dei 30 anni come la soglia dell’arrivo; magari ero curiosa di sapere che cosa ne pensasse una "ultratrentenne". Non so cosa sia esattamente stato, ma mi è piaciuto e, forse come sarà capitato a migliaia di donne, mi ci sono ritrovata.
Ho ritrovato le mie pagine di diario che avevo scritto pochi
anni prima. Certo non c’erano gli intrighi con il mio capo visto che all’epoca
insegnavo ed il preside non era certo capace di risvegliare in me pensieri di un
certo genere. Mi ci sono ritrovata per quello sforzo disperato di voler porre un
ordine nella mia vita nell’elencare, giornalmente, le calorie ingerite, lo
sport fatto ed il peso riportato. Un tentativo disperato di fare ordine, anche
perché non ero mai troppo sincera in quelle cose. Il diario, in effetti è uno
strano strumento ed una strana arma. In "Cruel Intentions" la
protagonista viene arrestata per le sue fantasie erotiche e le sue abitudini
poco ortodosse riportate nel diario. Per Anna Franck il diario era uno specchio
per poter parlare con un’amica e affidarle le proprie paure, i propri pensieri
e sentimenti. Per Bridget Jones sembra essere un vero e proprio piano di guerra:
una guerra a se stessa o meglio una guerra alla società che non accetta una
donna sola.
Controsenso del terzo millennio. La donna in carriera non è ormai più una rarità; eppure continua sempre, in qualsiasi nazione ed a qualsiasi livello sociale, a incuriosire il fatto su come mai ci siano tante trentenni che non siano legate o che non abbiano una relazione. Come afferma affranta Bridget appunto: "La domanda più odiata sai single di ogni mondo: come va la vita amorosa?" E come dovrebbe andare… da schifo…
Pressati da un ritmo frenetico che ci porta ad allontanarci sempre più da noi stesse, lo scopo ultimo della nostra esistenza di donne sembra ormai essere quello di piacere ad ogni costo. Ma l’ideale della bellezza ormai è stereotipato: snella, alta ed intelligentissima.
La trentenne media, come Bridget, non lo è. È buffa, simpatica, stralunata o isterica e lunatica. Un tipico prodotto del nostro tempo. Una persona che viene trascinato dal vortice alla passione e che si ritrova sola a chiedersi come mai in questo mondo siano spariti i sentimenti.
Della sindrome di Bridget ne soffre anche la protagonista di "Two weeks notice" interpretato da Sandra Bullock. Avvocatessa sfortunata, ultratrentenne, con un fidanzato praticamente assente che si innamora del proprio capo perché anche lì il proprio orologio fa "tic tac" e bisogna sbrigarsi. Ma sbrigarsi a fare cosa? A voler rientrare negli stereotipi che una società consumistica ci presenta ogni giorno la famigliola felice?
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