Il linguaggio delle donne: un grido soffocato ma pieno di forza. Excursus tra biografie particolari
di Elisa Cutulle’
Essere donna, essere ebrea. Ci ricordiamo di Anna Frank e del suo diario, pubblicato da pochi anni con le parti censurate dal padre, con le proprie paure, le proprie ansie dell'essere donna e dell'essere ebrea.
Un sentimento particolare, delicato. Un sentimento che vale la pena di essere indagato.
Pensiero avuto anche da Herlinde Koebl e presente in una delle sue raccolte di interviste: Ebrei si nasce, non lo si diventa. O meglio: lo si è e basta.
Herlinde Koebl è una fotografa Free-Lance, che collabora, tra l'altro, con testate importanti come STERN e NEW YORK TIMES, solo per citarne alcune. Il suo punto forte è il ritratto degli ambienti e delle persone, ritratti che, come si vedrà nel libro, diventano ritratti dell'anima, di un'anima non più di un singolo ma collettiva. Difficile tentare di racchiudere in poche righe la molteplicità delle prospettive delineate in questa raccolta di interviste a personaggi di spicco del mondo della cultura e della politica, di origine ebrea. La giornalista ha realizzato le interviste tra gli anni 1986 e 1989, muovendosi tra Oriente, Europa e Stati Uniti. Il suo punto di partenza era quello di riuscire a "strappare" agli intervistati reduci della shoà, le relative imperssioni sull'esilio, forzato o meno, o sulla permanenza nei campi di concentramento. Come e perchè si fuggì e perchè (non) si ritornò in Germania o in Austria? Gli eventi avevano toccato l'animo, la vita, l'habitus? Avevano intaccato delle convinzioni o le avevano rafforzate? E la religione che ruolo svolge? I personaggi che vi si incontrano sono molteplici. Vi sono i personaggi dell'ambiente musicale come Gitte Alpar, cantante lirica e moglie di Gustav Fröhlich; Roman Cycowski, cantore e membro dei Comedian Harmonists; Jakob Gimpel, pianista di fama mondiale; Erich Leinsdorf, dirigente; Berthold Goldschmidt, dirigente e compositore; Josef Tal, compositore. Il viaggio nel mondo "culturale" prosegue con filosofi di caratura mondiale come Shalom Ben Chorin, filosofo delle religioni, Emil Facknheim, Hans Jonas, Emanuel Levinas e Karl Popper e con sociologi, psicocologi e psichiatri come Bruno Bettelheim, Rudolf Eckstein, Friedrich Hacker ed Erika Landau. Non mancano i critici letterari come Hans Mayer e Käte Hamburger, gli editori e giornalisti come Schocken, Kostolany o i premi Nobel Bethe, Bloch, Perutz e Wigner. Sono solo pochi nomi dei personaggi che in queste pagine, con un linguaggio che va dal crudo realistico al malinconico definiscono se stessi in rapporto alla cultura ebraica di cui sono, volenti o nolenti, una parte. Ma in realtà la casa dove è e come ci si definisce? Ben-Chorin risponde citando Alfred Kerr: "che cosa è una casa, una patria? E' infanzia, la nenia, la forzatura della lingua e la costrizione del ricordo", privando il termine della pretta appartenenza politica. Diverse sono le emozioni che tale termine suscita invece in Fackenheim, che prova perfino difficoltà a pronunciare il termine, perchè è stato "distrutto dai nazisti, come tante altre cose" e in Leibowitz che non riesce ad usare il concetto di casa/nazione, perchè non si è mai veramente sentito a casa da nessuna parte. C'è chi si ricorda con nostalgia i tempi di benessere in Germania e non si rifiuta di ritornarvi come Käte Hamnurger o come Ida Ehre. Quest'ultima non solo torna in Germania, ma vi fonda anche una delle compagnie teatrali più importanti, i Hamburger Kammerspiele e chi invece come Hanna Marot, che ormai all'estero si è rifatta una vita. Anche il problema del Lager è affrontato e definito da Cordelia Edvardson "il luogo in cui si è portati a vivere una doppia esistenza: la tua e quella di chi prima di te aveva il tuo numero, il tuo letto, il tuo cucchiaio". Libro dunque che offre una gamma immensa di prospettive e che può essere spunto sia per i critici letterari, per gli storici, i politici e chi si interessa della questione ebraica in genere: per chi insomma crede nell'uomo come individuo.
Elisa Springer, autrice de Il silenzio dei vivi, ci racconta invece la sua storia di ebrea e di come si trovò all'improvviso catapultata all'interno di un mondo crudele e spietato, mondo che l'accusava di esser colpevole di rappresentare qualcosa in cui lei non si identificava per nulla. Un mondo che le insegnò quanto poco valesse in realtà quello che si faceva e al contrario, come continuasse ad esistere all'interno di ogni persona, l'atteggiamento primordiale di aiutare. Istinto però spesso soffocato dalla paura di voler rievocare eventi e persone ormai esorcizzate.
Silenzio dei vivi, perchè? Perchè Elisa, dopo essere riuscita a scampare al tutto, aveva tentato di raccontare agli altri quello che le era successo. Ma la risposta che ne ebbe non fu una delle più felici: veniva derisa, presa in giro e gli altri facevano persino finta di non vedere il numero che portava tatuato sul braccio, tanto a spingerla a coprirlo con un cerotto. Ma la forza di rompere questo silenzio le fu data dall'amore del figlio, definito da lei la gioia più grande che le potesse capitare dopo una tale esperienza.
E' così che ricomincia a ripercorrere gli eventi: di come trascorreva tranquilla la propria vita a Vienna, nell'agiatezza e nelle spensieratezza di una famiglia benestante. La poltica, e tutto quel che si trascinava dietro, ero solo uno dei tanti echi secondari dell'esistenza. Finchè un giorno, viene portato via il padre ed inizia così lo smembramento della famiglia, famiglia di cui resterà viva solo la zia, che aiuterà Elisa nei primi momenti di una nuova vita.
All'inizio Elisa riesce a sfuggire, sposando un italiano e rifugiandosi a Milano dove viveva come traduttrice. Ma la paura di pagare personalmente con la vita, porta anche al tradimento e all'inizio della peregrinazine prima attraverso le prigioni e poi per i campi di concentramento. In tutti è stata : Auschwitz, Bergen-Belsen e Theresienstadt e ne è uscita solo perchè un kapò, uno di quelli che poi saranno dichiarati carnefici, ebbe pietà di lei. I racconti della vita all'interno dei Lager riflettono la tragica condizione e la "bestializzazione" che veniva operata sui detenuti, tanto da "portarci a ragionare come animali", ma che, nonostante tutto, non riusciva ad oltrepassare i confini della pura e semplice amicizia.
Elisa ha tutto nella propria anima, nel proprio cuore e, anche se ormai di quei giorni non ha mantenuto nessun contatto con i pochi sopravvissuti, è una voce di dolore vivissimo e monitore, che dal profondo del suo cuore ci offre un piccolo quadro dell'assurdità umana.
Altra voce femminile poco conosciuta è Emma Goldmann, personaggio che non tutti riescono a collocare immediatamente all'interno di un ben determinato ambito; risulta piuttosto essere uno di quei nomi sentito da qualche parte, un nome di quelli che erano stati messi in relazione con certe tendenze sovversive, sì, forse anche "femministe". Un lettore più attento forse, si ricoderà dell'eccletticità del personaggio, ma sicuramente non riuscirà a "collocarla" come invece ben ci riesce con altre figure più o meno storiche. Ci si potrebbe ricordare, per esempio, che Emma Goldmann parte, ancora ragazza dalla Russia per l'America dove sposa un uomo che non amava per nulla e che "incomincia a vivere" dopo essere venuta a conoscenza dell'assassinio di un anarchico. Che cosa intendiamo per "vivere veramente"
o meglio che cosa intendeva la Goldmann? Ella sicuramente iniziò cercando altre persone che, come lei, non accettavano la situazione politica esistente e, cioè poco rispettosa dei diritti umani dei cittadini. Ma la sua ricerca sarebbe rimasta simile a quella di molte altre se, durante il suo cammino, non avesse incontrato Johannes Most, sotto la cui guida diventa ben presto una delle più fervide e brillanti oratici di cui la lotta proletaria si possa vantare: qui basti ricordare solo che si impegno oltremodo fervidamente per la concessione del giorno lavorativo di 8 ore. Ma non si fermò solo a questo. La sua lotta infatti è una lotta che mira a ben altri scopi, scopi che vogliono sovvertire altre costruzioni del potere: lotta anche per ottenere la libertà di parola e di stampa, perchè le donne ottengano il diritto di decidere della vita dei nascituri e più in generale perchè ogni individuo abbia il diritto di vivere le proprie fantasie sessuali senza subire sanzioni da parte dello Stato. Discorsi che magari al giorno d'oggi possono sembrare superati, ma visto il bigottismo che purtroppo continua a regnare all'interno della nostra società, tremendamente attuali: liberalizzazione di costumi, di usi e di voglie, che rimangono al massimo ferme su un documento che nessuno prende in considerazione.
Non sarà difficile immaginare come ai suoi incontri gli ascoltatori affluissero in massa, cosa che insospettì le autorità e che la portò ad essere continuamente controllata e tenuta d'occhio dallo Stato. Successe più di una volta che venisse arrestata durante una di queste riunioni (tant'è che in seguito avrà, ad ogni suo incontro, con sè una borsa con tutto il necessario per una permanenza in carcere). Tacciata e diffamata come "Emma la Rossa", sebben fosse lei stessa a definirsi spesso e volentieri anarchica, fu costretta a lasciare gli Stati Uniti e a trasferirsi in Russia, anche per partceipare al "miracolo della rivoluzione".
Emma Goldmann dovette dunque lasciare gli Stati Uniti per motivi politici e così si trasferì nell'Unione Sovietica per "dare una mano a questo evento mondiale". In compagnia di Alexander Berkmann, viaggia all'interno dell'Unione Sovietica per incarico del Governo. Nonostante tutti i suoi sforzi e la sua forte dedizione alla causa, potè rimanervi solo due anni. E' stato forse il suo troppo zelo, usato per il raggiugimento della tanto propugnata causa che la costrinse alla fuga. La sua critica "annullava la rivoluzione e distruggeva uno Stato che i Bolschevichi avevano costituito con fatica". Delusa dagli eventi di nascosto fugge dalla Russia e incomincia a scrivere le sue memorie.
Nel corso delle sue attività come oratrice e agitatrice Emma Goldmann aveva incontrato Ben Reitmann, un medico e difensore dei fratelli Tippel (Hobos). Una passione selvaggia- da cui il titolo "Uno scambio epistolare erotico"- ed un amore passionale si impossessa dei due.
Le centinaia di lettere racchiuse in questo libro, rivisitate ed integrate con i commenti dei conoscenti di Emma, dimostrano la sensualità estatica, ma anche la disperazione profonda caratteristica del periodo.
Emma è dunque una person che visse la sua vita con un amore profondo e passionale, ma che non avrebbe mai sacrificato all'amore la propria dignità di persona. Una persona che aveva le proprie convinzioni e che le rispettava, anche a discapito della propria personale felicità.
Voci di donne diverse, voci diverse di donne. Momenti di felicità, di convinzioni e di ideali. Voci che con una grande forza locutoria riaffermano la dignità dell'essere umano e la sua unicità.
Bibliografia:
C. Falk Liebe, Anarchie & Emma Goldmann, Berlin 1987
H. Koebl Jüdische Portraits. Photographien und Interviews, Francoforte 1998
E. Springer Il silenzio dei vivi, Firenze 1997
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