L’ARTE DI SCOLPIRE UNA PIETRA

Di Pino Rotta


A guardare una statua di Gianlorenzo Bernini o di Antonio Canova si rimane sinceramente frastornati dalle emozioni che suscitano quelle figure e si fa fatica a pensare che quell’opera sia stata ricavata a partire da un rozzo ed informe blocco di pietra.

Ed ecco il Bernini che nel suo Davide ricava dalla pietra l’immagine plastica della forza che non è solo, seppure sia mirabilmente realizzata rappresentata, forza delle membra, del fisico possente e proteso nell’atto di sconfiggere il Gigante, ma è anche suscitata dall’espressione del volto, dall’inclinazione del collo e dall’espressione degli occhi che insieme esprimono la fermezza di colui che non solo ha la capacità di usare la sua forza ma anche di indirizzarla con attenta valutazione dell’obiettivo e della misura necessaria ed utile per colpire.

Ma è Antonio Canova che ci dà l’emozione della sublime bellezza con la sua Ninfa Dormiente adagiata in un sensuale riposo che, come insegnava Winckelmann, non turba ma ispira: «la nobile semplicità e la quieta grandezza»; Johann Winchelmann considerava la bellezza ideale come armonia di forme, in cui la purezza e la perfezione si esprimono tanto più quanto meno emerge da esse il mondo sensibile e passionale, la semplicità e la serenità delle sculture classiche, sono per questo la componente apollinea dello spirito greco.

Come può il Canova ricavare dall’uso di uno scalpello, o dalla malta sapientemente plasmata, in questo caso, la pacata saggezza di Socrate, raffigurato mentre saluta la sua famiglia prima di accettare la morte? Eppure basta guardare l’opera un pò più in dettaglio per cogliere la saggezza del Maestro che col gesto delle mani dà conforto alla moglie e la spinge verso i figli, verso la vita, verso la prosecuzione della vita, mentre egli ha già abbandonato le illusioni dell’apparenza e già ha compiuto un passo verso il distacco da esse. Si coglie tutto ciò dal gesto visibile ma anche, forse soprattutto, da ciò che non si vede, quel piede che è già nascosto all’interno della stanza dove la sua vita si sta per concludere.

Se è vero che l’arte sublime non può essere espressa con le parole non si può far altro allora che farne esperienza intima e personale.

 

 

 

 



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