L'istruzione nel 700
di Elisa Cutulle’
Retroscena storico-culturale
Il problema dell'educazione nell'Italia meridionale è connesso inizialmente alla lotta antifeudale ed all'eliminazione dei privilegi ecclesiastici. E' una circostanza, questa da non trascurare quando si analizzano gli sviluppi della questione agraria.
Nel 700 la storia meridionale sarà caratterizzata dai tentativi della borghesia di inserirsi nella struttura economica della società, non badando alle richieste e alle necessità sia dell'aristocrazia feudale che delle classi popolari. Si è osservato che questo sistema feudale si stava corrodendo senza che tuttavia un altro ne prendesse il posto. Le classi popolari inoltre erano i 4/5 di tutta la popolazione: si trovavano in condizioni di miseria, non potevano cioè gustare appieno i frutti del lavoro che svolgevano. Tutto sembrava congiurare contro queste classi popolari: la chiesa, i tributi, gli abusi del padrone, come quello per esempio di mantenere le sue prostitute.
Nella rivoluzione del 1799 la protesta dei contadini assumerà le proporzioni di un vero e proprio capovolgimento sociale. La protesta sarà diretta contro tutti: contro gli aristocratici che continuavano a dominare come prima e contro la borghesia che si stava inserendo in quella sfera sociale. Il riformismo dei Borboni riuscì a rifarsi nella lotta contro i privilegi ecclesiastici imponendo un tributo sui beni del clero. Non mancavano coloro che analizzavano in modo scrupoloso la condizione del mezzogiorno descrivendola nella sua miseria e rovina, in cui non era permesso addormentarsi e sognare. Sotto questo aspetto, l'analisi ci induce a comprendere come ci fosse un'avversione per la cultura e allo stesso tempo l'esigenza di un'istruzione popolare, manifestata già varie volte nel corso della storia, in cui si era inserita la scuola borghese, incurante però delle esigenze popolari.
L'espulsione dei Gesuiti e le relative conseguenze
Ricollegandosi al rapporto Stato-Chiesa, l'espulsione dei Gesuiti si rivelò una conquista molto importante, in modo particolare per quanto concerne il campo dell'istruzione laica. Il 22 Novembre 1767 si rendeva noto alla popolazione napoletana che i beni dell'ordine religioso dei Gesuiti erano incamerati e destinati ad opere di pubblica beneficenza, oltrechè all'istituzione dei collegi e delle case d'istruzione. Di quell'avvenimento si parlò a lungo nella vita meridionale e ciò soprattutto perchè il dispaccio del governo per la cacciata dei Gesuiti conteneva meticolose prescrizioni dei più importanti adempimenti. In generale il principio di necessità dell'importanza dello Stato nel campo dell'istruzione, che cominciava chiarmente a farsi strada, esigeva soluzioni radicali e definitive.
Questa riforma rappresenta la prima affermazione di un principio ideale che da allora non verrà più rinnegato e servirà da monito e guida per il futuro: quello del diritto-dovere dello Stato di provvedere all'istruzione dei cittadini. D'altronde la presenza dei Gesuiti, proprio per quanto riguarda l'istruzione, era stata determinante nel Regno di Napoli. Dopo il 1767 lo Stato si era trovato nella necessità di provvedere all'amministrazione dei collegi che i Gesuiti avevano abbandonato.
L'educazione nelle Lezioni di Economia civile di Antonio
Genovesi
Antonio Genovesi fu tra i primi ad interessarsi dell'istruzione laica notando che per migliorare la capacità di agire dell'uomo era necessario coinvolgerlo in un'educazione meno precettistica. Questi infatti, partì dalla considerazione della cultura che, combattendo la selvatichezza, dà la vera felicità. Genovesi in questo va contro le ideologie di Rousseau, il quale considerava i popoli selvatici i più felici. La cultura anzichè circolare tra le classi inferiori, si concentrava sempre più tra coloro ai quali per diritto era stata destinata. L'arretratezza delle condizioni dello sviluppo economico fece il resto, contribuendo a tenere lontano dall'istruzione le classi diseredate e si giunse al punto che finanche gli spiriti più illuminati della borghesia considerano profondamente diversi gli appartenenti a quelle classi. Si determinò, a lungo andare, un profondo insanabile contrasto tra la cultura e la società.
Nel sesto capitolo delle Lezioni di economia civile Genovesi analizza lo scopo dell'istruzione: in primo luogo bisognava "fare teste ben fatte" e poi inserire l'uomo nel corpus sociale. Il modo migliore per assicurare la felicità ai sudditi era quello di educarli in modo tale da farne dei buoni cittadini. Gli allievi si istruivano reciprocamente, favorendo lo spirito della comunicazione verbale. Questo elemento, in seguito verrà considerato negativo e dannoso per il normale sviluppo degli allievi. Per ovviare a questa mancanza il maestro doveva "imporre" la propria cultura senza dare il minimo spazio all'interpretazione personale. Quest'ultima, infatti, correva il rischio di esulare dagli interessi dello Stato.
L'importanza di Ludovico Vuoli nell'istruzione napoletana
Nel 1774 Maria Teresa d'Austria pubblicò un regolamento all'istruzione valido per tutto il territorio austriaco, nel quale veniva stabilito il modo in cui si dovesse organizzare l'istruzione. I risultati che diede furono considerati prodigiosi per quei tempi ed incuriosirono Ferdinando, sovrano di Napoli. Questi, per sua bontà, decise di incaricare delle persone qualificate a studiare il metodo normale applicato in Italia a Roverete. Furono inviati due religiosi, Vuoli e Gentile, frati dell'ordine dei celestini nell'anno 1784 e ritornarono l'anno dopo carichi di esperienze. A loro furono affidati un gruppo di soldati analfabeti, che in pochissimo tempo furono portati ad un livello discreto culturale. Il re si congratulò per i risultati ottenuti e decise così di fondare la scuola basata sul metodo normale. Ludovico Vuoli, inseguito, pubblicò IL METODO DI INSEGNARE A LEGGERE AD USO DELLE SCUOLE NORMALI NEI DOMINI DI S.M. SICILIANA che divenne il manuale di tutti maestri e "...con l'esagerazione propria dell'ingegno napoletano il metodo normale si applicò pure nell'insegnamento delle lingue classiche e della scienza". Il metodo normale, che si configurava anche come sillabario era articolato nell'insegnamento simultaneo, le cui disposizioni riguardavano le prime affermazioni dell'insegnamento come funzione statale. Nel suo estratto Vuoli esamina diversi aspetti tra cui le ragioni e i fini dell'istruzione, gli strumenti dell'istruzione e l'organizzazione. Vuoli, inoltre, non mancò di denunciare le prepotenze contro i poveri e l'abbandono a cui questi erano lasciati.
La pubblica educazione, affermava, era stata affidata fino ad allora a "mani inesperte e mercenarie interessate a mantenere l'ignoranza del popolo". Vuoli era ben cosciente di non poter proporre ex novo un sistema scolastico, perciò adattò il regolamento alle reali condizioni del Regno di Napoli: credette opportuno per esempio, istituire in ogni monastero, scuole che si occupassero del leggere e dello scrivere.
Un atteggiamento di fiducia nell'azione innovatrice dell'istruzione è rivenibile in molti editti del Monarca e in altrettanti atti atti del governo, anche se in alcuni di quei documenti è presente il desiderio di conservare attraverso l'istruzione, la pace sociale, garantendosi contro i disordini della parte meno provveduta del popolo. Sempre in quegli anni, re Ferdinando si creava il costosissimo "balocco" della colonia di San Leucio: una specie di nuovo Stato in cui i matrimoni tra i giovani erano liberi, la dote era abolita, i funerali semplici e dignitosi. In un tale ordinamento l'istruzione venne dichiarata obbligatoria. Nella scuola normale, istituita nella comunità, i fanciulli e le fanciulle, avrebbero appreso, oltre al leggere a allo scrivere, il catechismo della religione ed i doveri verso Dio, il Principe e lo Stato; oltre all'economia domestica, ai catechismi di tutte le arti e a tutto quello che è richiesto ad un uomo che si considera un ottimo cittadino.
L'estratto di Ludovico Vuoli, dopo un'introduzione generale sul sistema scolastico, si sofferma sull'organizzazione del sistema stesso. In ogni provincia si deve istituire una commissione delle scuole composta da due o tre consiglieri dello stesso governo, un deputato del vescovo, un direttore generale ed un segretario. Questa commissione deve eleggere i maestri dopo averli istruiti e contribuire al progresso del metodo normale: "I Decani, gli Arcipreti e gli Ispettori delle scuole renderanno conto una volta per anno al Vicariato generale dello stato delle scuole, della cura e delle capacità dei maestri e delle fabbriche destinate ad uso delle stesse scuole". Quest'organizzazione fu sperimentata a Catanzaro dove un direttore istruiva tutti coloro i quali erano destinatai a diventare maestri nelle scuole della provincia. Nel paragrafo successivo Vuoli specifica i tre tipi di scuola: normale, capitale e rurale ed inoltre le zone in cui queste scuole si dovevano istituire. Per quanto rigurada l'edificazione scolastica, il Vuoli, stabiliva che l'obbligo spettasse ai "Baroni" del luogo:" un signore di qualunque religione dovrà essere ben contento che i suoi vassalli siano istruiti a proporzione della loro educazione". Vuoli non si accontenta solo di stabilire chi debba erigere gli edifici scolastici, ma stabilisce anche le norme sul modo in cui dovrebbero essere costruiti:" Ogni scuola dovrà indispensabilmente avere una sala per i pubblici esami e tante camere quanti sono i maestri per loro uso, oltre che altrettante stanze per le differenti classi nelle nostre scuole. Nella gran sala suddetta si dovrà situare un altarino, dentro a un grande stipo, per celebrare la messa quotidianamente dopo aver terminato lo scolastico esercizio [...] infine si ordina che ciascheduna scuola dovrà essere provveduta di panche, tabelle, calamai e penne; oltre a un tavolino ed uno stipo per uso del maestro, con alcune sedie".
In quest'ottica si inquadra il personaggio del maestro: la sua preparazione deve rispecchiare le caratteristiche ed i doveri dei maestri onesti, o meglio: "si richiede primieramente, che non siano di un'età molto avanzata e meno accagionati di salute. secondariamente che abbiano una buona pronunzia e quindi debbono essere esclusi da tale impiego tutti coloro che sono balbuzienti o in altra maniera difettosi nella pronunzia. Infine che posseggano a fondo gli oggetti che hanno da insegnare a' loro allievi vale a dire le regole dell'Ortografia e della Grammatica della propria lingua, conteggiare speditamente, ed intendere i primi fondamenti del catechismo della religione e de' doveri". Oltre alla caratterizazione fisica e psicologica si hanno delle precise esigenze nella formazione del maestro stesso: "Allorchè poi saranno istruiti all'esame, il quale deve aggirarsi attorno ai seguenti punti:
1- debbono sapere la teoria del metodo
2 - saperla mettere in pratica non solo da se medesimi ma eziando coi loro scolari
3 - hanno da render conto della disciplina della scuola
4 - han da posseder l'arte di formare e regolare cataloghi
5 - finalmente la maniera di tenere pubblici esami, il modo di contenersi nelle visite che si faranno alle loro scuole dall'ispettore e dal sopratentente."
Contemporaneamente nasce il problema del comportamento del fanciullo: vengono istituiti i premi e le punizioni. Quando si oltrepassavano certi limiti di comportamento, il maestro doveva scrivere il nome del ragazzo trasgressore nel libro del disonore ed il ragazzo doveva recarsi nel luogo della penitenza. Il luogo assegnato per "l'espiazione dei suoi peccati" doveva essere situato dietro la lavagna e non di rado il fanciullo doveva starvi inginocchiato. Solo in casi estremi, in genere prima dell'espulsione della scuola, era permesso l'uso della bacchetta. Nel libro dell'onore invece, venivano riportati i nomi di coloro che si impegnavano maggiormente e che dimostravano un particolare interesse nei confronti delle materie insegnate che erano: la religione, la conoscenza delle lettere, il sillabare, la bella calligrafia, il far di conto, la grammatica, la conoscenza storica, la geografia, l'architettura ed il disegno.
Un'ulteriore nota che caratterizzava i maestri era il non dover esser nè osti nè bettolieri. La precisazione ai nostri giorni risulta alquanto strana, ma è da giustificare in quanto il maestro era di umili origini ed inoltre riceveva una paga molto misera. Di conseguenza, per aumentare le entrate- i maestri ricevevano o uno stipendio o gli veniva concessa la casa- si riducevano alcune volte a suonare durante i matrimoni oppure nelle bettole, a fare i sagrestani e a suonare le campane in chiesa. Per quanto riguarda il rapporto docente-allievo, questo non è ben delineato anche se, sia nel Regolamento di Maria Teresa d'Austria sia nell'estratto di Ludovico Vuoli, so nota un certo distacco tra la figura del maestro e quella dell'allievo: il maestro doveva spiegare la lezione e l'alunno doveva soltanto impararla come meglio riusciva.
Ogni ulteriore contatto all'infuori della sfera scolastica era proibito (anche se non esplicitamente), basti pensare che i maestri non potevano accompagnare il parroco nelle visite agli infermi.
Bibliografia:
A. Genovesi Lezioni di Economia Civile
L. Vuoli Estratto dell'editto dell'imperatrice Maria Teresa contenente il regolamento delle scuole normali
R. Broccoli Educazione e Politica nel Mezzogiorno d'Italia 1767-1860, Firenze 1987
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