L'istruzione nell'Ottocento 

 di Elisa Cutulle’


Quadro generale

La partecipazione popolare ai moti del '48 non fu determinata dagli stessi motivi per i quali la borghesia chiedeva prima la costituzione e poi un modo di vita liberale che consentisse l'esistenza dei proprietari, ma si ebbe perchè si offrì ad essa un'occasione per reclamare i propri diritti sulla terra. Ancora una volta i contadini, sia pure inconsapevolmente, tentano di far sentire la propria voce non soltanto come brigantaggio isolato, come finora avevano fatto. A quei moti partecipò Francesco de Sanctis insieme ai suoi scolari, anche se tra loro era mancata una specifica preparazione politica.

Eppure nel moderatismo del De Sanctis si ritrova una delle voci più alte dell'opposizione al Borbone e al suo sistema, senz'altro quella più razionale e incisiva. Per il momento gli studenti devono smentire la fama di fomentatori di discordie che si erano procurata con il comportamento assunto nel corso degli anni precedenti. Con passione i giovani e il popolo morirono sulle strade e sulle barricate nel Maggio del 1848. Nel frattempo, Ferdinando II aveva istituito con decreto del 22 Marzo 1848 una "commissione provvisoria di pubblica istruzione con il compito di formare un progetto di riforme che concerne l'ordinamento dell'insegnamento pubblico e di controllare i metodi e le abilità dei professori." Il 2 Settembre la commissione dava al sovrano il progetto di legge sull'insegnamento primario.

Nella relazione si sottolineava che si erano tenuti presenti alcuni principi accettati da tutte le nazioni civili, anche se, talora, erano stati adattati alle particolari condizioni del Regno di Napoli. Una delle tante deroghe consisteva nella non-uniformità dell'istruzione per tutte le classi sociali. Tale visione aveva trovato il suo culmine in Vincenzo Cuoco, che nell'opposizione tra forza e bisogno, aveva identificato uno dei motivi principali della rovina delle nazioni e dei popoli. Anche se non accettava il principio dell'uniformità, la commissione era però dell'avviso che l'istruzione primaria dovesse essere obbligatoria.

La figura del maestro

Anche le condizioni dei maestri erano oggetto di attenta considerazione. Circa il reclutamento dei maestri, dopo aver scartato il pubblico concorso, si conveniva sull'opportunità per l'aspirante maestro di seguire un tirocinio di tre anni come aggiunto, maestro privato, alunno di scuola normale. Dopo il 1860, come ricorda Vidari, il maestro e la sua figura si inseriscono nel sistema dell'organizzazione scolastica: "... come si divideva l'opera educativa se non tra la famiglia e gli altri enti sociali, quali la Chiesa, lo Stato e l'associazione professionale [...] ma padre educatore è soltanto il padre in quanto spirito, il padre spirituale; e maestro educatore, vero e pieno maestro, è l'uomo per eccellenza: Gesù è Padre e Maestro, cioè educatore nel senso preciso della parola [...] cioè l'educazione è un fatto di natura essenzialmente spirituale che si compie tra l'uomo e l'uomo, in quanto egli è soggetto cosciente ed autocosciente."

Le doti del maestro, pur essendo molte, si riducevano a 4 fondamentali, cioè la scienza, la preparazione, i doveri morali, la conoscenza delle legge scolastica. Per quanto riguarda la conoscenza del maestro, l'autore Paolo Vecchia, sostiene che quest'ultimo debba avere una profonda conoscenza della disciplina da insegnare, in modo che la spiegazione sia stimolante agli alunni e alle loro ricerche personali. Tutto ciò possiamo riscontrarlo in maniera più approfondita analizzando la figura del maestro nel libro Cuore di Edmondo de Amicis.

De Amicis nel suo periodo

Edmondo de Amicis (1846-1908) fu lo scrittore che con più impegno si pose il compito di unificare nel parlare e nello scrivere gli italiani. Contribuì infatti, come pochi, alla formazione di una lingua comune nazionale che fosse capita ed adoperata da tutti. Il volume in cui teorizzò e spiegò le sue tesi, L'idioma gentile entrò in tutte le scuole. Il suo capolavoro fu Cuore, storia o diario di un anno scolastico in una scuola elementare torinese, folta di ritratti di maestri, genitori, ragazzi. Libro articolato abilmente in pagine di diario, novelle, bozzetti: il quadro di una piccola Italia, in cui sono presenti tutti i ceti sociali e tutte le regioni. Il libro fa leva sull'esaltazione di alcuni affetti e di alcune virtù che sono tradotte su altro registro, le stesse propugnate da Francesco de Sanctis, con in più un maggiore sensibilità per i problemi sociali e la tendenza a volerli risolvere con l'educazione e la buona volontà di entrambe le parti. Il messaggio che De Amicis comunicava ai suoi lettori era l'amore per la patria, l'educazione al lavoro, il valore del sacrificio e il rispetto dell'uomo, indipendentemente dalla sua condizione sociale.

Il rapporto docente-allievo in Cuore

La figura è quella che attraverso la copia e la lettura per i per fanciulli di un racconto apparentemente di svago, li fa riflettere sul comportamento da adottare nei confronti della patria, della famiglia, della scuola e nei confornti di tutti. I doveri morali del maestro, sono molto ben definiti nel loro triplice aspetto: verso se stesso, verso gli allievi e i loro parenti e verso le autorità scolastiche e municipali. Per caratterizzare meglio la linea di divisione, sempre secondo Paolo Vecchia, tra i rapporti del maestro con i parenti degli allievi: "Siano sommo rispetto verso di loro, ma nello stesso tempo eviti le parzialità, quelle relazioni troppo strette con le famiglie, le quali o gli fanno perdere la stima degli allievi e dei parenti o gli nuoceranno per l'opinione generale." Di concezione completamente opposta è il maestro (e la maestra) che ci presenta il De Amicis: "La mia maestra ha mantenuto la promessa, è venuta oggi a casa, nel momento che stavo per uscire con mia madre, per portare biancheria ad una donna povera raccomandata dalla Gazzetta [...] ha voluto rivedere il letto dove mi vide malato due anni fa e che ora è di mio fratello; lo ha guardato un pezzo e non poteva parlare."

In questo rapporto tra maestro e allievo, che è esercitato in modo vivo ed operoso, il fanciullo riesce a vedere l'opera del maestro come un elemento attivo del suo rapporto con il mondo, come quella di un consigliere, di un compagno, di un compartecipe della propria vita, non come qualcosa che gli sia estraneo e gli si imponga. In questo caso il ragazzo non riuscirebbe ad apprendere con animo sereno le nozioni fornitegli dal maestro. "O mia buona maestra, mai ti scorderò. Anche quando sarò grande, mi ricorderò ancora di te e andrò a trovarti tra i tuoi ragazzi [...] ripenserò dove ti vidi tante volte malata e stanca ma sempre premurosa, sempre indulgente, disperata quando uno pigliava un mal vezzo delle dita a scrivere, tremante quando gli ispettori ci interrogavano, felice quando facevamo bella figura, buona sempre e amorosa come una madre."

Da qui si intende come il maestro fosse pur sempre visto come una coscienza matura di fronte ad una coscienza in formazione, anche quando egli può intimamente penetrare nell'anima dell'alunno e con essa si effonde nelle cose ed aspira al dominio su di essa. Quando l'alunno per effetto dell'istruzione giunge a rendersi conto dei rapporti sociali entro cui vive dei criteri supremi direttivi della condotta e del loro fondamento, l'opera civilizzatrice e disciplinatrice che per altre vie si sia compiuta e si compie tuttavia, acquista un vigore ed una solidità di costituzione tale da potersi dire fortemente organizzata l'opera complessiva dell'educazione.

L'immagine del maestro appena descritta pare proprio quelle del maestro Perboni: "... mentre egli [il maestro] era già seduto al suo posto, si affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso per salutarlo [...] si vedeva che gli volevano bene e che avrebbero voluto tornare con lui [...] Un ragazzo si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutto ad un tratto, il ragazzo restò lì ad aspettare il castigo. Il maestro disse:- Abbiamo un anno da passare assieme, la mia famiglia siete voi, io non ho famiglia. Non voglio aver da punire nessuno. mostratemi che siete dei ragazzi di cuore, non vi domando una promessa a parole; son certo che nel vostro cuore, m'avere già detto di sì. E vi ringrazio."

Anche circa questo rapporto personale Paolo Vecchia ha da ridire. Egli sostiene infatti che il maestro debba correggere gli alunni nei loro difetti, in quanto con una more troppo indulgente farebbe solo un male irrimediabile a coloro che invece dovrebbe amare. la gioventù, non essendo stimolata dalla probità dell'insegnante, non prova alcun spirito di emulazione. La probità si riduce agli atti seguenti:

1. Non desiderare alcun male al proprio simile

2. Non invidiare il bene degli altri

3. Non macchinare vendetta

4. Non giudicare temerariamente dalle intenzioni nè dalle azioni altrui

5. Risarcire i danni recati agli altri.

Secondo il Vidari il processo educativo docente-allievo si compone di: "La lezione, l'esercizio, il governo: nella prima delle quali figura come più attiva l'opera del maestro, nella seconda quella degli scolari, nella terza figurano cooperanti l'uno e gli altri nell'unità della vita scolastica. Non vi è scuola ideale in cui tutti e tre gli aspetti indicati non si presentino; in cui, cioè, o l'uno o l'altro manchi, perchè ne sarebbe offeso e mutilato l'organismo vivente della scuola." Stabilire un rapporto tra docente e allievo dovrebbe essere un trampolino di lancio per un rapporto universale, altrimenti l'alunno non è portato a cooperare col maestro ma solo a vederlo come un istruttore, senza quindi ammirarlo. Leggiamo Cuore, nella giornata del 4 Gennaio: "Il maestro ero di malumore perchè non stava bene, e da tre gironi infatti viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza barba che pare un giovinetto [...] già il primo e il secondo giorno avevano fatto chiasso nella scuola, perchè il supplente ha una gran pazienza [...] ma questa mattina si passò la misura. Si faceva un ronzio che non si sentivano più le sue parole ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato sprecato."

Una lezione viva implica non solo l'attività del maestro, ma anche l'apprendimento dello scolaro, ed in questa corrispondenza si svolge una conversazione. Questo carattere dell'attiva cooperazione, rende la scuola feconda di risultati ed amabile: il maestro vede nello scolaro quasi l'eccitatore del proprio pensiero, così come lo scolaro vede nel maestro la propria guida. E ambedue si sentono collegati in un'opera di produzione che li rende in un primo momento l'uno figlio dell'altro ed in seguito fratelli. E' una parentela a volte più salda e più profonda di quella naturale. I concetti di esercizio e di lavoro sono strettamente collegati a quelli dell'istruzione; l'esercizio senza lavoro è vano, e il lavoro senza esercizio è cieco, incapace cioè di svolgersi in forme nuove e progressive.

Bibliografia

A. Arcomano Pedagogia, istruzione ed educazione in Italia 1860-1873, Napoli 1986

R. Broccoli Educazione e politica nel Mezzogiorno d'Italia 1767-1860, Firenze 1987

E. De Amicis Cuore, Milano 1981

P. Vecchia Corso di Pedagogia pe ri maestri di grado inferiore secondo il programma delle scuole normali o magistrali d'Italia, Torino-Milano 1863

G.Vidari Elementi di pedagogia, Firenze 1961

 


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