Tacito e la Storia
Di Maria Barreca
Cornelio Tacito visse nel periodo che va da Nerone a Traiano.
Di lui non esiste biografia, e l’autore stesso nelle sue opere ha evitato di
parlare di sé. Minimi sono i riferimenti personali anche nella biografia
dedicata al suocero Agricola. Solo marginalmente Tacito accenna alla propria
carriera politica nel Proemio delle Storie (I,1).
I pochi dati biografici di cui siamo a conoscenza si ricostruiscono dunque su accenni altrui: la fonte principale sono le Epistole di Plinio il Giovane (61-112 d.C.), che ebbe con Tacito una lunga amicizia e consuetudine di studi e attività.
La nascita dello scrittore potrebbe collocarsi nel 56-57 nella Gallia Belgica; nel 77 Tacito sposa la figlia di Giulio Agricola, ambasciatore in Britannia, forse questo agevola la sua carriera politica. Era assente da Roma nel 93, alla morte di Agricola, per un indeterminato incarico in una provincia, durato forse quattro anni.
Gli Annali, ultima opera di Tacito, il cui titolo fu scelto in seguito dai commentatori, si intitolavano nella volontà dell’autore A morte Divi Augusti, e comprendevno la storia romana dei tempi di Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Molti libri sono andati perduti. La prima parte (libri I-IV) comprende il periodo storico dalla morte di Augusto (14 d.C) a quella di Tiberio (37 d.C.).Tale parte è la più integra e segue rigidamente i canoni annalistici. I libri I, II, III ci presentano il passaggio di potere da Augusto a Tiberio, improntato a deferenza verso il Senato e la tradizione repubblicana. In essi centrale è la figura di Germanico, nipote di Tiberio, da lui adottato come filgio. Il giovane principe non viene idealizzato, al contrario egli è presentato alle prese con gravi problemi politici, e per nulla disinteressato nella sua presa di potere.
Protagonista del IV libro è Seiano, malefico prefetto del pretorio, assai influente su Tiberio, specie dopo l’assassio del figlio di lui, Druso.
I libri VII- XII, perduti quasi del tutto, comprendevano i diciassette anni di storia da Caligola (37-41) a Claudio (41-54), ma a noi è giunto solo un frammento dell’undicesimo libro, relativo ai fatti del 47. Nulla è rimasto della parte inerente a Caligola. Il libro XII si apre con una riunione di liberti per scegliere una seconda moglie a Claudio, dopo la morte di Messalina, cui era dedicato il libro XI. La scelta cade su Agrippina, nipote di Claudio, personaggio centrale del libro, madre di Nerone, che per l’educazione del figlio fa richiamare Seneca, dalla Spagna. In seguito Nerone la farà allontanare, al principio della sua degenerazione, dei suoi capricci e delle stravaganze politiche.
Il XV libro è dedicato al resoconto delle spedizioni di Corbulone in Armenia contro i Parti. Assai movimentata l’ultima parte del libro, dedicata alla congiura di Pisone, agli arresti e le condanne che ne seguirono, con la morte di personaggi quali Seneca e Lucano.
Tacito non comincia la narrazione della storia di Roma dal passato, ma da un periodo recente, in quanto egli ritiene che la storia degli anni passati abbia già trovato un suo narratore obbiettivo, mentre questa obbietività manca, per timore del potere, nei tempi più vicini.
Fonti di Tacito sembrano essere Svetonio, l’autore del De vita Caesarum, e Cassio Dione, storico greco di Nicea, in Bitinia, autore di una Storia romana in ottanta libri, dall’arrivo di Enea a Settimio Severo (229 d.C. ca.).
Tacito fa esplicita professione (I,1) di cercare sempre e comunque la verità dei fatti, narrando "sine ira et studio", senza rancore, né simpatia. Molti hanno letto gli Annali non tanto come opera storica, ma letteraria, che attraverso le azioni intende decifrare l’animo, delineando il carattere dei personaggi, celebrandone le virtù e deprecandone la malvagità. Ma Tacito è specialmente uno storico, pessimista verso la vita e la storia. Ci tramanda infatti una visione del reale sconsolata, legge la storia dell’Impero come una continua decadenza causata dalla degenerazione morale.
Interprete del ceto senatorio, che si vede man mano privato di ogni potere, Tacito descrive un’aristocrazia angariata ed oppressa dal potere imperiale.
Grande lettore dell’interiorità umana, ne fa un incomparabile strumento di arte narrativa, convinto che la Storia non scaturisca tanto dalle azioni, quanto da un coacervo di pulsioni, ambiguità incoffessate, quasi che a dirigere lo Stato a Roma fosse una psiche allo sfascio. Le antinomie e le contraddizioni della Storia sono troppe perché si possa credere in un equilibrio, o in una Provvidenza, alla maniera stoica. Tacito pare cedere all’idea di una divinità malefica che agisce nella Storia, o alla forza cieca e imprevedibile del Caso.
La storiografia non è dunque economica o politica, ma esclusivamente una storia di anime contorte, attanagliate da un male che pare consumarle dal di dentro: le alternative restano drammatiche, le ambiguità laceranti.
Tacito possiede l’arte del ritratto: alcune figure si stagliano e definiscono meglio di altre, così Nerone con la sua follia che si tramuta di scatto in incontrollata paura; Poppea, donna dotata di ogni grazia, tranne l’onestà; Livia, moglie di Druso, condotta da Seiano all’adulterio, e ad una conseguente serie di crimini; Petronio, elegante suicida. Personaggio è pure il popolo degli ultimi secoli dell’impero, la "sordida plebs" assetata di sangue e di spettacoli bestiali, che assiste alle guerre civili come ad uno spettacolo da circo.
Attraverso una sottile arte del colore Tacito sottolinea le tinte più fosche, quelle che ritiene possano impressionare maggiormente il lettore. Riesce a seguire i meandri della psiche umana nella sua mutevolezza con una corrispondnte variazione di stile e di espressione, con una brevitas fatta di poche, caustiche parole.
Capolavoro di introspezione e di dramma è (XIII,44) la descrizione dell’ultima notte d’amore tra Ottavio Sagitta e Ponzia, già sposata, da lui condotta all’adulterio e all’abbandono del marito. "Ma quando la donna fu libera dal precedente vincolo, (Ottavio) addusse motivi di ritardo, la contrarietà di suo padre, quindi sciolse la promessa". Ottavio rivede Ponzia in un ultimo incontro nel quale, dopo l’amore, la uccide con un pugnale, esasperato dall’affetto e dal piacere di cui ora vorrebbe disfarsi. Fu condannato dalla confisca dei beni e alla relegazione.
In conclusione, Tacito ci appare uno spirito dominato da profonda amarezza, pesa su di lui la cupa ombra della tirannia di Diocleziano. Superstite di se stesso, egli riflette sui mali piuttosto che sulle possibilità del presente. Testimone acuto non tanto della crisi di un secolo e di una civiltà, ma piuttosto di un modo di pensare e di esistere. Di fronte alle minacce dei barbari ai confini, e del Cristianesimo per lui "exitiabilis superstitio" (XV,44,2), "rovinosa superstizione" di cui non comprende le energie spirituali, vive la storia come il dipanarsi di una tragedia e segue le fasi discendenti di un declino senza ritorno.
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