UN CAFFE' CON PETER PAN
Dialoghi immaginari quasi seri
di Pino Rotta
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DIALOGO DI PABLO CON VLADIMIR MAJAKOVSKIJ
OVVERO: DISCORSO SULLA RIVOLUZIONE
PABLO: Leggendo le tue poesie si ha l'impressione di rivivere i giorni furiosi e gelidi della rivolta popolare del 1917, ma non sembra affatto che tu abbia vissuto quelle vicende in mezzo a quegli operai che furono i veri protagonisti della rivoluzione russa. Come se tu la rivoluzione l'avessi vissuta a cose fatte; come se già il giorno dopo della rivolta tu avessi già chiaro quale doveva essere il tuo ruolo di rivoluzionario attivo della cultura.
Come si spiega questa sensazione?
MAJAKOVSKIJ: I giorni della rivoluzione erano già impregnati dallo spirito del nuovo secolo.
L'esaltazione che dava il ritmo frenetico delle macchine era così forte che sembrava di sentire l'odore aspro del ferro sprigionarsi anche dalle pagine bianche dei fogli su cui scrivevo versi reali di una poesia di vita quotidiana.
Il furore della rivolta non poteva che intonarsi con dei versi che non avevano niente a che fare con la sdolcinata rima elegiaca degli autori romantici; i versi dovevano e potevano descrivere solo dei fatti, crudi, reali, strappati alla realtà di ogni giorno.
Il popolo aveva il diritto di capire che lo spirito poetico non è solo monopolio di pochi forbiti ed impomatati damerini da salotto.
Per fare questo è stato necessario creare uno strumento poetico nuovo, rivoluzionario ed allo stesso tempo diretto alle masse che dovevano capirlo e praticarlo.
Questo ho fatto io con i miei versi e con le mie polemiche.
PABLO: Ma se la rivoluzione doveva pervadere anche il linguaggio poetico non rischiava, con la costruzione di un metodo poetico nuovo, ma studiato a tavolino, di far perdere la spontaneità dell'espressione poetica?
Una poesia costruita non è, di fatto, diventata propaganda del nuovo regime politico?
MAJAKOVSKIJ: Quando la rivoluzione divenne regime cadde sulla mia poesia con il peso di tutte le montagne della Russia, e mi schiacciù lasciando in mè solo la forza di premere il grilletto della mia pistola.
Non fu mai la poesia serva del regime, ma espressione della forza rivoluzionaria della cultura popolare.
Pensa solo a quanti secoli furono spesi a poetare della ìvitaì in astratto, dello in astratto, degli in astratto, la rivoluzione proletaria fece esplodere la bocca di quel vulcano addormentato che era la vita vera e quotidiana del popolo, muta da migliaia di anni e pronta a dirompere nel mondo per squarciare il velo dell'ipocrisia romantica e borghese.
Non avreste avuto mai nessuno dei grandi poeti contemporanei se non ci fosse stata la Rivoluzione di ottobre.
PABLO: Non ti sembra di esagerare? Contemporaneamente alla tua poesia, in tutta l'Europa liberale si faceva strada il futurismo, il verismo e tutti i poeti che li rappresentavano furono grandi a loro modo.
MAJAKOVSKIJ: Forse lo spirito del futurismo e del verismo fu lo spirito del secolo nascente, ma quei poeti scrissero versi che con un linguaggio nuovo parlavano di un mondo in cui l'uomo era un tutt'uno con la macchina, o decrivevano l'uomo vittima di un'ineluttabile destino di sottomissione alla realtà, in cui non l'uomo era il soggetto della poesia ma le cose, il destino, la storia, la mia poesia racconta di uomini e donne veri, fatti di carne e di sentimenti, di fame e di esaltazione, di sudore e di speranze, comunque uomini tutti veri ognuno con il proprio nome e la propria storia, ognuno con la propria speranza di riscatto dalla miseria e dalle ingiustizie della vita.
Solo quando la macchina pingue e gigantesca della burocrazia soffocù ognuno di quegli uomini e quelle donne, con i loro figli e le loro speranze, solo allora morì la loro voce, e la mia voce si spense e lasciù l'eco dello scoppio di una pistola.
PABLO: Non fu inutile il tuo gesto di estremo rifiuto?
MAJAKOVSKIJ: Io ero già morto prima che il colpo partisse dalla pistola, vuoto e perso nella melma del regime che spense la rivoluzione.
Ma inutile no! Non fu inutile, l'eco di quello sparo durù a lungo, per tanti anni che oggi ancora lo puoi sentire.
E lo sentirono tutti gli artisti e gli intellettuali che non si sono piegati al regime della burocrazia comunista, che con la loro forza di resistenza hanno spezzato il terrore e l'indifferenza del mondo verso la Russia. E forse un giorno la rivoluzione proletaria tornerà ad essere la rivoluzione degli umili, di tutti gli uomini e di ognuno di essi.
Magari non sarà l'odore del ferro ad esaltare le nuove generazioni, forse sarà il luccichio delle stelle e la velocità cibernetica, chi puù dirlo?
Quel che conta è che sempre ci sia una poesia dell'uomo come protagonista di una nuova esistenza quotidiana e futura insieme.
PABLO: Questo è anche il mio sogno. Ma tu stai cambiando un poco la realtà dei fatti con questi discorsi.
E' vero sei stato grande quando hai cantato la sofferenza degli umili o l'esaltazione del giovane rivoluzionario, ma poi, piano piano ti sei messo in cattedra ad insegnare al popolo quale è la vera cultura popolare, non ti sembra che sia stata un'impresa troppo presuntuosa, ed anche ardua se vuoi, tanto da schiacciarti?
MAJAKOVSKIJ: Tu credi che il popolo russo di ottanta anni addietro sapesse pensare a sè stesso come protagonista della vita civile e politica? No! Ti stai sbagliando. Il popolo era analfabeta, superstizioso, impaurito davanti ai potenti, reso schiavo dalla miseria e dall'indottrinamento religioso di una chiesa potente e regnante al fianco degli Czar.
Il compito di un rivoluzionario non era quello di dare il pesce all'affamato ma di insegnargli a pescare.
PABLO: Pero' così non è stato, e la rivoluzione ha fallito il suo scopo. Per dirla come tu stesso hai detto, i primi che impararono a pescare si guardarono bene dal diffondere l'insegnamento e tennero ben saldo in mano il potere limitandosi a dare un pù di pesce al popolo. E finchè vissero quelli che avevano memoria della schiavitù e della miseria zarista tutto andù bene, ma questa questa memoria via via si spense e la gente cominciù a vedere che la propria condizione non era cambiata di molto rispetto a prima, mentre i loro ex compagni, diventati potenti, si arricchivano alle spalle dei lavoratori, allora cominciarono i guai per la rivoluzione mancata.
MAJAKOVSKIJ: Fu ancora peggio amico mio. Solo la mancanza di rubbli e di vodka ha spinto la gente a ribellarsi, ma solo per passare da un padrone ad un altro e niente più.
Se la rivoluzione non investe la cultura della gente, se non crea una coscienza critica ed autonoma non ci saranno mai uomini liberi.
Forse ci potranno essere schiavi sazi di cibo e passatempi, ma mai potranno esserci uomini padroni della propria vita e del proprio destino.
Un pù come succede oggi nel vostro Paese.
Una cultura infarcita di egoismi e superficialità è stata sufficiente a chi controlla informazione ed economia a dividere la gente in guelfi e ghibellini, come se fossimo ancora ai tempi di Dante Alighieri.
PABLO: Qualcosa mi dice che hai proprio ragione.
Ricordo che negli anni settanta, ai tempi di quando ero al liceo, in Italia ci fu uno scontro aspro tra gli studenti che volevano una scuola con dei piani di studio più liberi e un sistema di governo degli istituti di classe basato su votazioni assembleari sullle singole questioni, un pù come ai tempi delle polis greche, ed il governo che voleva piani di studio bloccati e rappresentaze solo formali degli studenti nei consigli d'istituto.
Vinse il governo naturalmente, che sfruttù tutto il suo potere di persuasione attraverso i mass media, a scuola si cominciarono a studiare tante belle materie tecniche ed a mandare a memoria quattro fesserie di storia, di filosofia o di letteratura, tanto si diveva che il futuro era dei tecnici, ed oggi ci ritroviamo con milioni di persone che riescono ad esprimere le loro scelte solo una volta ogni quattro anni, in occasione delle elezioni, scegliendo in base al gradimento degli spots elettorali, ma senza nè sapere nè potere entrare nel merito delle scelte politiche che segnano il destino dei propri interessi civili ed economici.
Ti lascio ora compagno poeta.
Non so se hai ragione sulla bontà della rivoluzione proletaria, ma sono convinto che mi toccherà rimettere in discussione alcune mie convinzioni sulla cultura.
Sì, dovro' proprio pensarci.
Dialogo con Marco POLO