UN CAFFE' CON PETER PAN
Dialoghi immaginari quasi seri
di Pino Rotta
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DIALOGO DI PABLO CON CHARLES BUKOWSKI
OVVERO: DISCORSO SULLA SOLITUDINE
PABLO: Non riesco ancora a rendermi conto se devo dirti addio o ben trovato.
Solo fino a ieri ero abituato a leggere sui giornali le notizie sulle tue irriverenti conferenze, con le quali, nonostante gli anni e la voce spezzata dall'alcol e dalla malattia, riuscivi ancora a scandalizzare ed affascinare le platee dei ben pensanti, tutta gente che ha conosciuto solo attraverso i tuoi racconti e le tue poesie l'umanità emarginata e puzzolente dell'angolo della strada.
L'umanità di questi nostri anni, non quella del monte Sinai di duemila anni addietro o quella del libro Cuore del romantico De Amicis.
Ed oggi non ci sei più, caro, vecchio compagno di sbronze. Ma forse non sei nemmeno mai esistito veramente, forse la tua vita è stata inventata solo sui volti raggrinziti degli uomini e della donne che popolano ogni giorno ed ogni notte gli angoli delle periferie urbane di tutto il mondo, in attesa che arrivi anche per ognuno di loro un'ambulanza con un telo nero di plastica per coprire un'anonima esistenza.
BUKOWSKI: Se le pagine del libro della mia vita potessero essere scritte, anche solo con il nome delle donne che mi hanno scopato, allora capiresti che ho vissuto tanto da rappresentare un record nella storia dell'esistenza.
Loro scopavano me ed io scopavo la vita.
In silenzio, da solo. Non ho mai capito veramente perchè sono diventato così celebre e venduto tanti libri.
Ma chi se ne frega. I soldi erano buoni sempre da qualunque parte e per qualunque motivo siano arrivati.
Alla fine non c'è nessuno che valga più di un dollaro e venti centesimi.
PABLO: Già ma almeno quello morì con il rumore dell'oceano nelle orecchie. Tu invece nemmeno questo hai avuto. Solo il letto di un ospedale.
BUKOWSKI: Quell'oceano era il mio. Nessuno è mai riuscito a portarmelo via. E poi mi ero rotto le palle di ascoltare l'oceano e i mugoli dei ragazzi che scopavano.
Io non sono mai stato uno spettatore.
Delle cose che importavano agli altri non me n'è mai fregato nulla.
Ma la vita era il mio palcoscenico, ed io sono sempre stato il solista dei miei concerti.
Pero' quando non puoi più suonare che cazzo te ne frega di stare lì a guardare lo spettacolo.
PABLO: Sembra tutto facile e sentire te.
Ma non hai avuto paura di morire? Sì, molte volte hai rischiato di lasciarci la pelle, ma sempre per qualcosa che ti era capitata tra capo e collo senza preavviso.
Ma quando è arrivata la tua ora, tu lo sapevi che non avresti replicato la scena, quella volta. Non hai avuto paura?
BUKOWSKI: La paura è stato un sentimento che non è mai riuscito a contaggiarmi. Panico forse l'ho vissuto spesso.
Poche cose mi creavano una sensazione simile alla paura o al panico.
La gente che correva sempre come se avesse il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova, forse, si tratta fondamentalmente della paura di affrontare se stessi, si tratta fondamentalmente della paura di essere soli; invece a me faceva paura la folla, la folla che correva col fuoco sotto il sedere, la folla che leggeva Norman Mailer ed andava alle partite di baseball e tagliava e annaffiava l'erba del praticello e si chinava sul giardino con una paletta.
Questa forse per me era la paura.
PABLO: Vuoi dire che non hai mai vissuto la solitudine. Eppure, in mezzo alla moltitudine di gente che ti stava attorno, non mi sembra ci sia mai stata una persona che ti sia stata veramente vicina.
Non è forse solitudine questa?
BUKOWSKI: Non me lo ricordo, non sono mai stato abbastanza sobrio da farci caso.
Con me c'è sempre stata una presenza al plurale...almeno sei lattine di birra.
Come fai a trovare il tempo per sentirti solo mentre sei così impegnato a vivere.
PABLO: Che cosa intendi per vivere? Dimmi cos'era la vita per te?
BUKOWSKI: Voglio cercare di spiegartelo con dei versi, prova ad ascoltare e capire e non farmeli ripetere, e soprattutto non chiedermi di spiegarteli, non lo sopporto:- Un'orchestra sinfonica./scoppia un tempora-le,/stanno suonando un'ouverture di Wagner/la gente la-scia i posti sotto gli alberi/e si precipita nel padiglio-ne/le donne ridendo, gli uomini ostentatamente cal-mi,/sigarette bagnate che si buttano via,/Wagner continua a suonare, e poi sono tutti/al coperto. vengono persino gli uccelli dagli alberi/ed entrano nel padiglione e poi c'è la Rapsodia/Ungherese n.2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,/un uomo seduto sotto la pioggia/in ascolto. il pubblico lo nota. si voltano/a guardare. l'orchestra bada agli affari suoi. l'uomo siede nella notte nella pioggia,/in ascolto. deve avere qualcosa che non va,/no?/è venuto a sentire/la musica.
PABLO: Credo che non avresti potuto spiegarti meglio.
Eppure il pensiero della tua vita consumata lentamente, come una candela di sego, a noi che non siamo poeti, non puù non fare paura; non puù non sbatterci in faccia brutalmente, se non la tua, almeno la nostra solitudine.
Ogni angolo di quelle strade, di quelle misere stanze disfatte, ogni bottiglia vuota abbandonata sul pavimento, ogni scopata veloce e violenta, raccontata, ci fa venire in mente un fantasma orrendo di solitudine.
BUKOWSKI: Eppure ogni uomo, ogni donna, ogni bottiglia della mia vita hanno rappresentato un momento vissuto così intensamente da lasciarmi ogni volta sfinito, molto più sfinito dell'ultimo istante che ho vissuto.
Quando i miei occhi si sono chiusi per sempre ho pensato veramente ìdevo ricordarmi di comprare un'altra confezione di lattine di birra, domani...ì.
PABLO: Caro, vecchio compagno delle sbronze che non mi sono mai preso, adesso che non ci sei più veramente mi sento un pù più solo.
Non mi basta leggere quel che hai scritto senza pensarti all'opera da qualche parte, a vivere quelle storie.
Era bello leggere quello che scrivevi e pensarti sdraiato da qualche parte a scoparti una donna sconosciuta ed a berti la vita, d'un fiato, fino a perdere i sensi.
Era bello ricordare assieme quelle poche volte che anch'io sono riuscito a bere la mia vita d'un fiato.
Forse ora comprerù anch'io una confezione da sei di lattine di birra, per tornare a parlarti.
Dialogo con PAPERINO