UN CAFFE' CON PETER PAN
Dialoghi immaginari quasi seri
di Pino Rotta
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DIALOGO DI PABLO CON SIGMUND FREUD
OVVERO: DISCORSO SULL'EROTISMO
FREUD: Poteva andare da uno psicoterapeuta dei suoi tempi, anziché far fare proprio a me questo strano salto nel tempo.
PABLO: Avevo letto che era un pò scorbutico.
Ma mi faccia il piacere di capire il mio stato d'animo.
Non sto affatto bene, ho a disposizione uno strumento come questa tivu interattiva, chi non sarebbe stato tentato dalla curiosità di farsi analizzare dal padre della psicoanalisi?
FREUD: Tanto non posso rifiutarmi, vero?
Va bene d'accordo; questa sua predisposizione, poi, è già un buon inizio per dare avvio al necessario transfert.
Voglio prima, di ogni altra cosa, una sua scheda biografica, però che sia molto sintetica, mi raccomando.
PABLO: Ma come sintetica, non è dunque vero che bisogna parlare per delle ore quando sei in analisi?
FREUD: Parlerà quando glielo chiederò io, adesso mi dia la sua scheda biografica e nient'altro.
PABLO: Non discuto più, è lei il padre della psicoanalisi. Sono nato trentadue anni fa. Figlio unico, di padre un pò
autoritario, ma più che altro egoista. Madre casalinga, molto conservatrice, anzi più che altro rassegnata.
Mi sono sposato che avevo venti anni, una figlia, un matrimonio con alti è bassi, normale insomma.
Laureato più per soddisfazione personale che per una scelta di vita. Un lavoro dipendente, senza troppi problemi economici, ma anche senza grandissime possibilità.
Una vita del tutto normale insomma.
FREUD: Una vita normale, che però non la soddisfa. Se dice di non star bene.
Vediamo di capire cos'è quel senso di vuoto che le crea questi problemi di insoddisfazione.
Non partiremo come al solito dalla sua infanzia, partiamo invece dal suo rapporto coniugale.
Perchè ha deciso di sposarsi?
PABLO: Ero innamorato. Molto innamorato. Eravamo tutti e due così pieni di vita. Ci somigliavamo molto, avevamo gli stessi interessi, vedevamo le cose con gli stessi occhi. Ci siamo voluti sposare, non ci ha costretti nessuno, volevamo vivere assieme.
FREUD: Potevate trascorrere un periodo di convivenza e poi decidere se affrontare o no la vita coniugale.
PABLO: No, non potevamo fare questa scelta; le nostre famiglie non l'avrebbero accettato. E poi non ci è sembrato necessario, eravamo proprio convinti.
FREUD: Quindi un matrimonio d'amore, tutto sommato felice; nessuna causa di forza maggiore...la sua donna non era incinta?
PABLO: No, anzi abbiamo aspettato qualche mese prima di decidere di avere un figlio.
FREUD: Circa dieci anni di matrimonio, non saranno stati sempre senza problemi?
PABLO: No certo, qualche problema c'è stato dopo i primi due o tre anni. Quando tutti e due riuscimmo a trovare un lavoro, ci vedevamo di meno, eravamo tutti e due un pò più stanchi, ogni giorno di più, anche adesso però è lo stesso di allora non è diverso.
FREUD: più stanchi anche a letto? Voglio dire è diminuito anche il desiderio sessuale?
PABLO: No, non è diminuito...beh sì forse un pò...ma è normale...poi quando ci sono i figli, non c'è più la libertà che c'era all'inizio...
FREUD: Insomma non fate più l'amore?
PABLO: No, ma che dice?! Lo facciamo sempre. Non ho mai avuto problemi di questo genere. Non ho problemi sessuali, insomma, voglio dire.
FREUD: Quindi, secondo lei, la sua insoddisfazione non può dipendere da bisogni erotici.
PABLO: Sono sicuro. Non ci sono dubbi.
FREUD: La figlia. E' grandicella ormai, avrà più o meno dieci anni. Vive un problema di distacco, forse?
PABLO: E'ancora una bambina, è ancora molto legata a me, forse anzi comincia proprio adesso ad essere più legata, ed io a sentirmi sempre più vicino a lei. No, non c'è alcun distacco.
FREUD: Comincio a pensare che sia preferibile indagare sui messaggi inconsci della sua psiche. Mi racconti, se le va, qualcuno dei suoi sogni ricorrenti.
PABLO: Non faccio sogni ricorrenti. Ma sogni sì ne faccio spesso.
FREUD: Bene è lo stesso. Cominci con quello che ricorda con più intensità.
PABLO: C'è un sogno che ricordo in particolare. Ma le scene sono abbastanza confuse.
Mi trovo su una spiaggia, assolata; sono in piedi davanti al mare e c'è il vento caldo che mi soffia in faccia.
Non è un vento forte, una brezza calda semmai.
Poi senza entrare in mare, ho la senzazione di essere immerso in un'acqua tiepida, sono nudo, ed ho un senso di piacere e di benessere calmo, avvolgente; poi ho una netta senzazione di fluttuazione, come se il mio corpo perdesse consistenza.
Riesco a camminare sulla superficie del mare, senza però toccare l'acqua.
Quasi galleggiando nell'aria, guardo sotto la superficie dell'acqua, e riesco a vedere un mondo cristallino, un mondo di riflessi dorati ed azzurri.
E' un crescendo di sensazioni forti, fisiche, molto piacevoli, sento tutti i miei sensi eccitati; un'eccitazione che aumenta, lenta ma intensa, arriva ad una intensità tale, quasi da farmi perdere i sensi, e in questo stato mi immergo nell'acqua del mare, calda, limpida, avvolgente.
Entro completamente in questo mondo cristallino.
Poi d'un tratto questo mondo diventa solido.
Il fluttuare dell'acqua diventa immobilità di cristallo, un labirinto di ghiaccio, asciutto.
Sento il contatto freddo del ghiaccio sulla pelle e piano piano i miei sensi si chiudono, comincio a tremare, ad avere freddo, mi metto rannicchiato per terra, e continuo a tremare.
E poi mi sveglio, con quel freddo ancora addosso.
FREUD: Un sogno tutto suo; non c'è nessun'altra presenza, oltre a lei, in questo sogno?
PABLO: Assolutamente no. Sono completamente solo. Ma perchè poi dovrebbe esserci qualche altra presenza? In fondo è un sogno che si sviluppa in una situazione del tutto irreale.
FREUD: Lasci a me le domande, poi vedremo.
Ma continui, continui a raccontare qualche altra esperienza onirica, penso veramente che lei faccia dei sogni molti interessanti.
PABLO: Mi lasci ricordare...ecco...Un altra volta ho sognato di viaggiare in treno.
A differenza del sogno precedente, in questo caso ricordo le scene molto nitidamente e con grande concretezza.
Salgo sul treno, ma non ho la senzazione di dovermi affrettare.
Entro in uno scompartimento vuoto e mi siedo accanto al finestrino.
Dopo qualche minuto il treno parte, ed io sono attratto dallo scorrere delle immagini della campagna fuori del finestrino.
Non è che guardi in particolare qualcosa, ma non riesco a distogliere lo sguardo dalle immagini che corrono fuori.
Ad un certo punto ho la netta sensazione che una persona si è seduta al mio fianco, dico ho la senzazione perchè in effetti, non mi accorgo immediatamente di questa presenza, ma solo di una senzazione di calore, fisico, accanto a me.
Non riesco a guardare in alto per vedere in faccia chi mi si è seduto accanto, ma guardo le sue scarpe, le gambe: è una donna.
Poi il mio sguardo, come calamitato, torna a fissarsi fuori del finestrino.
Le immagini scorrono veloci. Verde, colline, una lunga fila di alberi, alti, dritti, quasi senza rami, alti fusti lisci, uno accanto all'altro.
E quella presenza al mio fianco sempre là, tradita solo dalla sensazione di calore che sento vicino al mio corpo.
Mi avvicino con la faccia al vetro del finestrino. Continuo a guardare fuori. Il mio respiro appanna un pò il vetro.
Distrattamente, con la punta delle dita, traccio delle linee sul vapore del respiro sul vetro.
Faccio scorrere le mie dita sul vetro umido, faccio scorrere le dita su e giu' sulla superficie bagnata. Ho una sensazione di torpore.
Appoggio la testa sullo schienale.
Tiro fuori una sigaretta, la metto in bocca. L'accendo. Aspiro assaporando il fumo, una volta, due, tre, lentamente ma profondamente.
Quella presenza è sempre là accanto a me, la sento, ma non riesco a girare lo sguardo per vedere il suo volto.
Sento caldo, ma non dovrei, fuori il paesaggio indica chiaramente l'inverno, la brina, a tratti chiazze di neve sul verde della campagna.
Eppure sento una senzazione di calore.
Vorrei girarmi, guardarla, magari scambiare qualche parola. Ma resto immobile, con lo sguardo fuori sulla campagna.
Quelle immagini passano veloci, quasi ipnotiche.
Il viaggio non può durare a lungo. Presto dovrà finire.
Presto scenderò da quel treno.
E fuori è freddo. Non c'è tempo. Non vale la pena di girarsi, guardare, parlare. Tanto vale star li' fermi, muti.
Tanto vale far finta di niente.
Quel calore accanto alla mia gamba. Quel silenzio...
Ecco il sogno finisce con quella sensazione di calore.
In silenzio.
FREUD: Ora c'è una presenza. C'è qualcuno nel suo sogno.
Mi dica qualcosa di più di questa presenza.
PABLO: Ma già le ho detto tutto quello che ricordo. Non l'ho guardata in volto, non so chi era, come era.
FREUD: Quelle scarpe, quelle gambe...mi dica di più su questi particolari.
PABLO: Le scarpe? Cosa vuole che importi come erano.
Erano delle scarpe...di pelle, nere, liscie.
FREUD: C'erano anche delle calze, suppongo.
PABLO: sì, aveva delle calze, molto trasparenti, credo...
FREUD: E le gambe? Perchè non mi parla delle gambe? Come
erano? E fino a dove le ha guardate? Fino al ginocchio? più in sè, fino alla cinta?
PABLO: No...sì, le ho guardate, o forse le ho solo immaginate. Ma ho visto solo fino al ginocchio. Non ho guardato più su. Non ho guardato fino alla cinta. Non ricordo di aver guardato più in sè del ginocchio.
FREUD: Non è poco quello che ricorda, quello che ha raccontato.
Bene ora però torniamo alla realtà quotidiana. Nella realtà di ogni giorno, non le capita di avere dei desideri, che magari sente di non poter soddisfare.
PABLO: No, non mi pare. Poi non è che ci pensi troppo a queste cose. Tutto il giorno ci sono tante cose da fare, poi la sera sono così stanco che l'unico desiderio che ho è di mettermi a dormire.
FREUD: Ed a sognare.
PABLO: Le ho detto che sogno spesso, ma non tutte le notti. Anzi a pensarci bene, neanche tanto spesso, forse ho detto così perchè i sogni che faccio sono così intensi che me li ricordo quasi tutti. Ma in effetti sono più le sere che vado a letto e crollo dal sonno.
FREUD: E non le capita mai di sognare ad occhi aperti.
Di desiderare qualcosa, o magari...qualcuno.
PABLO: Non sono di quei tipi che fantasticano dietro i personaggi dei films o delle telenovelas, o che guardano ammirati le donne che passano per strada. Anche se a dire la verità, guardare le donne mi piace. Ma mi piace guardare come si muovono, come parlano, certo sono attratto dalla bellezza femminile, ma questo non mi suscita desideri, non desideri erotici, se è questo che intende. La bellezza mi attrae in quanto tale. Forse è solo un senso estetico un pò più sviluppato del normale. Ma non è solo la bellezza fisica che mi attrae. Mi piace guardare le donne negli occhi, mentre parlo, o ascolto, trovo che gli occhi comunicano molte sensazioni che spesso le parole non riescono ad esprimere.
FREUD: E' Proprio questo che intendevo. I nostri desideri,
quasi sempre vengono espressi con lo sguardo, centiania di sguardi che forse non porteranno mai a dire una parola. Centinaia di sguardi che si fermano a distanza. Un gesto, un contatto fisico, la sensazione di calore che ci si scambia con una mano, non vengono quasi mai messi in atto.
Anzi la maggior parte delle persone non si ferma neanche a guardarsi negli occhi.
Come nel suo sogno del treno, si pensa che non ne vale la pena, che non si può, non c'è tempo.
Come se per vivere un'emozione, un sentimento sia necessario pianificarlo nel tempo, organizzarlo, strutturarlo.
Come se un sentimento, soprattutto tra un uomo ed una donna, debba obbligatoriamente sfociare in una relazione, in un rapporto sessuale, i quali quasi sempre sconvolgono la nostra pianificata ed abitudinaria quotidianità e quindi ci fanno paura.
Come se una relazione sessuale non si possa materializzare anche solo nelle proprie fantasie.
PABLO: Mi sta consigliando di vivere delle relazioni extraconiugali, secondo lei è questo il mio problema, il mio senso di insoddisfazione dipende dalla mia mancanza di stimoli erotici?
FREUD: Le sto consigliando di vivere le sue emozioni, i suoi
sentimenti, dentro e fuori della realtà quotidiana.
In fondo, nella maggior parte dei casi, la persona che si conosce meno e proprio quella che ci sta accanto da molto tempo. Anzi spesso e quella che vive dentro noi stessi.
Siamo così abituati a pensare di conoscerci, che non riusciamo a capire che ognuno di noi è un uomo ed una donna diversi per ogni giorno, per ogni attimo che passa della propria vita.
L'erotismo è una relazione sessuale con la vita, reprimerlo equivale a lasciarsi morire, ad accettare di spegnersi ogni giorno di più.
PABLO: Dunque tutto per lei torna nell'eros. E l'amore? Non ha dunque alcun ruolo in sè stesso?
FREUD: L'amore, l'eros, la paura, la gioia, sono capitoli di uno stesso racconto. Se si salta un capitolo il racconto non ha più senso.
Viva esprimendo per intero la sua personalità, altrimenti, giorno dopo giorno rinuncierà a vivere senza neanche essersi mai chiesto se ha vissuto nella realtà o nei suoi sogni.
In fondo i sogni sono solo la vita che si vorrebbe e non si è riusciti a vivere. O meglio che non si è riusciti ancora a vivere.
Proprio così. Perchè per cominciare a vivere le proprie emozioni non è mai troppo tardi.
Dialogo con PETER PAN