UN CAFFE' CON PETER PAN

Dialoghi immaginari quasi seri

di Pino Rotta

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DIAGOLO DI PABLO CON MARCO POLO
OVVERO: DISCORSO SULLA DIVERSITA' CULTURALE



PABLO: Oggi percorrere a cavallo una distanza quale è quella che separa Venezia da Pechino sembra un'impresa impossibile, nonostante i progressi che si sono realizzati sia a livello tecnologico che a livello di conoscenze geografiche, eppure tu hai affrontato, in giovanissima età quel viaggio, sfidando l'ignoto. Cosa ha potuto spingerti a tentare l'impresa con tanto coraggio?

MARCO: Proprio l'ignoto era ciù che mi spingeva a sfidarlo, con quella sete di conoscenza che da sempre muove l'uomo a tentare quello che sembra impossibile.
PABLO: Ho provato ad immaginare di trovarmi al tuo fianco. Ho cercato di pensare quale poteva essere il tuo stato d'animo il giorno in cui lasciasti Venezia. Ma non sono riuscito a calarmi nel tuo spirito. Cosa provavi? Euforia, entusiasmo, paura? Quali erano i tuoi sentimenti in quel giorno tanto speciale?
MARCO: Prova ad immaginare il tuo sangue che trema dentro le vene, i tuoi occhi che si fissano nel vuoto dell'orizzonte sconosciuto. Così mi sentivo io appena lasciai Venezia. Per ore ed ore sono rimasto in silenzio, con la mente assente, senza accorgermi di niente e di nessuno, di quanto si muoveva attorno a me, di quelli che parlavano, del vento che mi soffiava in faccia. Come se il mio spirito corresse più veloce, in avanti, lasciando indietro il mio corpo ed il resto della mia spedizione. Avevo già sentito parlare di quelle terre lontane, ma non riuscivo a materializzare nel miei pensieri nessuna delle cose che mi erano state raccontate. La mia mente correva lontana, ma con una calma lieve, come temessi di non riuscire ad assaporare attimo per attimo quelle sensazioni nuove che ad ogni chilometro percorso sembravano destinate a svanire, come svanisce un sogno interotto improvvisamente. Ma quel sogno durù tanti e tanti anni. Sono partito che ero poco più che un bambino e tornai, dopo venticinque anni, ormai uomo maturo e saggio, nutrito dalla saggezza di quei popoli antichi che mi avevano accolto, ospitato, e cambiato tanto da non essere mai più nè veneziano, nè cinese nè altro, ma solo uomo.
PABLO: Deve essere stato terribile affrontare tutti gli stenti e le fatiche di viaggi così lunghi e così avventurosi; e doveva essere anche molto pericoloso attraversare tanti paesi di lingua e tradizioni tanto diverse da quelli a te familiari che conoscevi e capivi, e spesso tanto arretrati da non avere forse nemmeno la possibilità di trovare un modo per comunicare.
MARCO: Dai miei viaggi ho imparato tante cose. Ma la più importante forse è stata quella di capire che per quanto si possa girare il mondo, per quanto diversi possano sembrare gli uomini, visti con gli occhi di chi vuole studiarli senza capirli, per quanto ci si possa sforzare di fare confronti tra noi e gli ìaltriì non si riuscirà mai a trovare un solo uomo che non abbia sentimenti di amore, o di odio, saggezza o stoltezza, tolleranza o fanatismo, del tutto uguali a quelli di tutti gli altri uomini e donne della terra.
PABLO: Ma come hai potuto sopportare per venticinque anni il fatto di sentirti estraneo, ospite, spesso accettato perchè amico di potenti sovrani, ma altrettanto spesso solo senza poter parlare la tua lingua, mangiare il cibo a cui eri abituato, sentire attorno l'affetto delle persone che ti erano care in patria?
MARCO: La lingua è solo uno strumento, seppure importante, per comunicare, non che non fosse un problema, ma il problema più grande è stato trovare dei valori comuni tanto intimi da far nascere in te il desiderio di comunicare. Voglio dire che non è la conoscenza delle parole che ti facomunicare, ma la conoscenza dei sentimenti, delle debolezze e delle passioni che sono comuni a tutti gli uomini della terra che alla fine vincono l'ostacolo del linguaggio, che ti fanno scoprire che è facile imparare a parlare qualunque lingua quando sei spinto da una forte motivazione interiore a comunicare. In venticinque anni il cibo stesso diventa un mezzo per comunicare, e l'affetto delle persone care viene sostituito da altri affetti di altre persone che anch'esse ti diventano care.
PABLO: Non ti sentivi dunque estraneo lontano dalla tua patria?
MARCO: Se impari a conoscere gli uomini ti accorgi che non esiste alcuna patria perchè tutti gli uomini sono la tua patria; è solo la paura di ciù che non conosci che ti fa alzare steccati e confini; è la paura dell'ignoto che ti spinge ad inventarti una patria.
PABLO: E' strano che tu dica questo. Proprio tu che dovresti avere ben conosciuto quanto siano diversi tra loro tutti i popoli; diversi non solo per lingua, ma anche per modo di pensare, per colore della pelle, per religione. La diversità è un dato di fatto, non puoi negarla. E seesiste la diversità non puoi non ammettere che la tua patria è dove vivono uomini e donne che sono della tua stessa razza, pensano, parlano, pregano come te. Gli uomini non sono tutti uguali, esistono differenti culture e razze diverse. Ai miei tempi sarebbe un assurdità considerare uguali gli aborigeni delle savane australiane ed i cittadini di una metropoli come Milano. Non credi sia così?
MARCO: L'arcobaleno attraversa il cielo di molte nazioni eppure non ha nazionalità, in esso puoi verderci molti colori ma potresti dire che il verde sia più arcobaleno dell'azzurro o del rosso? O che un colore solo sia arcobaleno e non tutti insieme? Proprio la diversità dei colori che lo compongono fa l'arcobaleno; assieme quei colori sono uno spettacolo stupendo, ma se per assurdo, con un artificio, tu riuscissi a separare uno ad uno tutti colori dell'arcobaleno, avresti tanti colori, potresti scegliere il tuo colore preferito e tenerlo separato dagli altri dicendo che quello è il più bello di tutti perchè è solo tuo e per te è più bello degli altri, ma avresti distrutto lo spettacolo ineguagliabile dell'insieme dei colori. Avresti distrutto l'arcobaleno.
PABLO: E' una bella similitudine. Perù non regge come teoria se calata tra gli uomini poichè essi hanno differenti modi di pensare, lavorare, governare, differenti modi di vivere la vita insomma. Cosa succederebbe se pretendessimo di far vivere insieme i beduini del deserto con gli operai di una fabbrica? Se fossero in numero pari, probabilmente, un gruppo cercherebbe di distruggere l'altro, e se un gruppo predominasse per numero e potere sicuramente imporrebbe il proprio modo di vivere all'altro. O peggio, il gruppo più arretrato culturalmente e tecnologicamente diventerebbe un freno per il progresso dell'intera comunità, sarebbe un parassita del lavoro e delle capacità del gruppo più avanzato.
MARCO: Il tuo modo di pensare è il frutto di una visione utilitaristica della vita. Di una concezione in cui la società è vista come la convivenza di singoli individui che stanno insieme solo perchè così possono trarre qualche vantaggio dagli altri. Non di una visione unitaria dell'umanità che condivide un'unica origine ed un unico futuro, un'umanità in cui ogni uomo ed ogni donna vivono la proria storia, piccola o grande che sia, da scienziato o da pescatore, ma tutti con i propri sogni e sentimenti.
PABLO: Forse è così. Ma che c'è di male nel trarre vantaggi dalla convivenza civile? Tutti in fondo, in una società culturalmente ed economicamente omogenea, danno e prendono qualcosa. Sarebbe ingiusto se chi dà poco ricevesse la stessa quantità di chi dà molto, questo sarebbe ingiusto, non il solo fatto di dare e ricevere.
MARCO: Dimentichi perù che gli uomini non vivono solo per il libero scambio e consumo di beni. Nulla di quel che esiste in natura puù essere di proprietà di uno solo o di pochi, poichè il mondo è di tutti gli uomini che ci vivono ed anche di coloro che ci vivranno nel futuro. Scopo della vita è la conoscenza della realtà, non il possesso delle cose od il potere sugli altri. E non si ha conoscenza senza accettazione e comprensione della diversità. E quando riesci ad accettare e comprendere la diversità non puoi fare a meno di amarla, perchè nel particolare riesci a cogliere l'essenza universale dell'esistenza. E allora che senso ha più parlare di patria, di lingua, di popoli, di religioni? Che differenza vuoi che faccia vivere a Venezia, a Gerusalemme o a Pechino? Dovunque tu vada, dovunque tu deciderai di vivere la tua vita sarai sempre solo un uomo, tra gli uomini, alla ricerca della conoscenza.
PABLO: Dovrò quindi continuare io il tuo viaggio, da solo per conoscere il mondo e me stesso?
MARCO: Per tutta la vita.


Dialogo con Charles BUCOWSKI


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